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    Codici di condotta delle multinazionali? Lettera morta!

    Esito di uno studio di due anni commissionato dal Dipartimento di stato all'Università dell'Iowa
    7 febbraio 2004
    Fonte: Redattore sociale
    - 06 febbraio 2004

    I codici di condotta, adottati volontariamente dalle multinazionali, sono
    il risultato di scelte di marketing e di pressioni istituzionali. Ma qual è
    il loro impatto effettivo sui lavoratori del Sud del mondo? Di questo
    argomento si è occupato per la prima volta il Centro dei diritti umani
    dell'Università americana dello Iowa, in un rapporto intitolato "Promoting
    international worker rights through private voluntary initiatives: public
    relations or public policies?". Il rapporto, commissionato all'Università
    dal Dipartimento di Stato americano, è il risultato di due anni di
    ricerche. 230 pagine in cui l'autore del rapporto, il professore ed esperto
    di diritti umani e globalizzazione Elliot J. Schrage, analizza il reale
    impatto dell' introduzione dei codici di condotta sul problema dello
    sfruttamento lavorativo nelle fabbriche che, nel Sud del mondo, producono
    per il mercato americano.
    Per fornire un quadro esaustivo della situazione, lo studio prende in esame
    quattro casi significativi rispetto alla violazione dei diritti del lavoro:
    la produzione di palloni da calcio in Pakistan, di caffè nell'America
    Centrale, di giocattoli in Cina e di cacao in Costa d'Avorio. Per ogni
    caso, la ricerca si focalizza sulle condizioni lavorative in quel settore
    (lavoro minorile, libertà di associazione, degrado ambientale, salari
    ecc.), il contesto normativo, il ruolo svolto da marchi come Nike, Reebok,
    Starbucks, Nestlé, gli sforzi effettuati da iniziative private, ad esempio
    con l'introduzione dei codici di condotta e il loro effetto reale sui
    diritti dei lavoratori.
    I codici di condotta, questa la conclusione dell'autore, costituiscono solo
    un minima parte degli sforzi privati finalizzati all'eliminazione dello
    sfruttamento e nella maggior parte dei casi non vengono resi operativi sul
    campo. In soldoni, le buone intenzioni delle multinazionali rimangono
    lettera morta. Questo accade perché, sostiene Schrage, mancano una serie di
    misure a sostegno dei codici stessi: programmi di formazione (che
    coinvolgano il personale delle multinazionali, i partner della supply chain
    e gli stessi lavoratori nelle fabbriche), programmi di monitoraggio
    (controllare che i partner adottino i codici), incentivazioni (sistemi
    remunerativi per i partner che adottano i codici) e assistenza (fornire ai
    partner gli strumenti per adottare i codici).
    Schrage, l'autore, auspica inoltre un maggiore coinvolgimento delle
    istituzioni, attraverso l'incentivazione di programmi contro lo
    sfruttamento e l' introduzione di nuovi meccanismi di controllo. Elliot J.
    Schrage vanta una lunga esperienza nel campo dei diritti umani: oltre ad
    avere lavorato per Human rights watch e per il Lawyers comittee for human
    rights, ha fatto parte di un team di 80 esperti, incaricato di ispezionare
    le condizioni di lavoro in 20 Paesi del Sud del mondo che producono per i
    marchi Gap, Old Navy e Banana Republic.

    Note:

    http://www.uichr.org/activities/sponsored/gwri_materials.shtml
    http://www.uichr.org/activities/sponsored/gwri.shtml

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