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Danilo Zolo, La giustizia dei vincitori. Da Norimberga a Baghdad, Laterza 2006

6 settembre 2006

“... Come intendo io il filosofo, come un terribile materiale esplosivo di fronte a cui tutto è in pericolo”, scriveva Nietzsche: e Danilo Zolo, fiorentino della Firenze di La Pira, amante delle direzioni ostinate e contrarie e dunque allievo di Bobbio, ma schmittiano tra i kantiani, è esattamente questo. Dinamite.
Dieci anni fa, contromano agli ottimismi della fine della storia, anticipava in “Cosmopolis” e “I signori della pace” i dubbi poi da molti condivisi su quell’universalismo giuridico e istituzionale per il quale se la condizione moderna è una condizione globale, nei suoi problemi come nelle loro soluzioni, è necessaria e logica una conseguente centralizzazione dei poteri - in una acritica traslazione così a livello internazionale di esperienze proprie invece dello stato nazionale. All’indomani del Kosovo, in “Chi dice umanità”, Zolo traduceva allora l’irriducibile ossimoro della ‘guerra umanitaria’, quell’improvvisa urgenza dei diritti umani chiamata a scardinare le Nazioni Unite passando a ruspa sull’autorità del Consiglio di sicurezza, nel meno nobile strumento di un new world order teorizzato ad addomesticare le nuove sfide e incertezze di un dopo guerra fredda appunto di maggiori interdipendenze, e dunque anche maggiori vulnerabilità per le economie industriali, basate sulle risorse altrui. E un secondo strumento lo riconosce oggi, nel suo primo libro a margine dell’11 Settembre, nell’ipocrisia di una giustizia per cui ancora come a Norimberga mezzo secolo fa - solo la guerra persa è un crimine internazionale. Una giustizia dualistica, dice, perché per gli occidentali non significa che impunità, impunità per i crimini di jus in bello, da Belgrado a Falluja, ma soprattutto per i crimini di jus ad bellum, per quelle guerre di aggressione progressivamente svaporate dalle competenze dei tribunali.
E Zolo comincia appunto da Norimberga, momento cruciale per una criminalizzazione della guerra che affianca alla tradizionale responsabilità statuale un’inedita responsabilità individuale. Norimberga che si tramanda a modello poi per la Jugoslavia e il Rwanda, fino alla corte dell’Aja: o forse dice Zolo, si tramanda a sindrome, il peccato originale di una giustizia che recupera l’obiettivo medioevale della pena esemplare, in processi svolti in una diffusa incertezza del diritto da applicare, contro soggetti individuati secondo non un principio di uguaglianza ma i più disparati criteri di opportunità politica, e soprattutto con gli occidentali, interessati finanziatori, saldi e vigili al guinzaglio nel loro ruolo di polizia giudiziaria. Caratteristiche che allontanano molto queste corti dalla limpidezza kelseniana, limitandole a una funzione più che altro mediatica e propagandistica - non un atto di giustizia, ma una prosecuzione della guerra con altri mezzi. Perché è una giustizia sostiene Zolo, avvitata su contraddizioni non incidentali ma di fondo: stigmatizzare il nemico, teatralizzare lo scontro, agire contro i singoli invece che interrogarsi sulle ragioni strutturali delle guerre - cosa d’altra parte che i Dershowitz sconsigliano pericolosa: implica dare spazio alle rivendicazioni dei nemici, e dunque incentivarli. Ma la giustizia nasce come luogo terzo di neutralità e imparzialità per la decostruzione dei conflitti: esattamente quello che i tribunali internazionali non sono capaci di fare - contribuire alla riconciliazione, anche perché applicano pratiche tutte interne alla cultura occidentale, aliene ai contesti. Magnifiche le pagine in cui Zolo torna sulla pretesa universalità dei diritti umani, arricchendo la lezione di Bobbio, per cui i diritti umani mancherebbero di rigore analitico oltre che di fondamento filosofico, con quella di Kymlicka sulla dialettica tra diritti individuali e collettivi, e snudando così la loro quintessenza occidentale, la loro indelebile e costitutiva impronta individualista e liberale. I cinesi ricorda, neppure hanno una parola per tradurre la nostra idea di diritto soggettivo.
La criminalizzazione della guerra, dice Zolo riprendendo Schmitt, ha spalancato “l’abisso della discriminazione morale e giuridica”: si è tornati all’injustus hostis contro cui tutto è lecito, fino all’annientamento, perché la costituzione neoimperiale del mondo non prevede più una pluralità di stati tutti ugualmente sovrani, ma una stabilità egemonica a guida americana. E’ l’estensione globale della dottrina Monroe, con gli Stati Uniti potenza legibus soluta, fonte ultima di un nuovo ordinamento che vive in uno stato di eccezione permanente, giustificato dalla minaccia di un indefinito terrorismo (casualmente la seconda nozione, oltre a quella di aggressione, sulle cui difficoltà si spiaggiano i giuristi occidentali). L’avversario precipita a nemico dell’umanità, marchiato come il nuovo barbaro. Attenzione: Zolo non è un fautore dell’intangibilità delle sovranità nazionali, e riconosce la necessità di una tutela internazionale dei diritti umani: non è un nostalgico, e il suo Schmitt è costantemente affiancato da Hedley Bull, teorico di un’anarchia cooperativa generatrice di un ordine politico minimo invece che ottimo, una struttura policentrica di regimi internazionali rispettosi delle autonomie culturali. Contro l’atlantismo oceanico, la metafora è per Zolo il Mediterraneo, la civiltà costiera di terra e di mare, di divisioni e collegamenti insieme - lo spazio che si fonda sui trasferimenti da una sponda all’altra, e dunque porta in sé il problema del rapporto tra identità diverse. La fragilità delle proposte cosmopolitiche sostiene, è considerare l’umanità una società unitaria: il problema, ancora, è ‘chi dice umanità’: ci si ostina a inserire ambizioni universalistiche in un contesto come quello delle Nazioni Unite, fondato non certo su un’inesistente opinione pubblica mondiale ma sui particolarismi, sulle volontà dei governi, e sull’ulteriore discriminazione dei membri permanenti, santa alleanza dei nostri tempi - e ci si ostina a credere che questo non trasformi anche le migliori intenzioni in illusioni, funzionali al dominio occidentale e alla sua legittimazione. Il limite è per Zolo non la criminalizzazione della guerra in sé, che invece auspica, ma l’imperfezione di questa criminalizzazione.
E’ un libro difficile, è un libro ruvido, mai consolatorio - ed è facile travisarlo manicheo, accusarlo di ignorare i progressi i meriti dei tribunali internazionali. Ma Zolo più che un contestatore è un contestualizzatore: in tempi in cui la giustizia internazionale ci viene raccontata in pagine rassicuranti, formali e timide e misurate a fronte invece di un rinnovato furore del mondo - in tempi in cui nelle università, disciplinati, si impara ‘da Norimberga alla Corte penale internazionale’, Zolo sottotitola invece ‘da Norimberga a Baghdad’: perché il punto è questo: la sceneggiata giudiziaria irachena è un’eccezione o un’evoluzione nel percorso innescato da Norimberga? Bisogna operare un ripensamento retrospettivo, capire la direzione delle forze profonde - ragionare nel più ampio quadro di una guerra globale che ha l’obiettivo di stabilire le nuove regole sistemiche, di garantire i processi di globalizzazione, e cioè di americanizzazione dell’occidente e occidentalizzazione del mondo, nella crescente asimmetria politica ed economica delle relazioni internazionali. Ma dai nostri manuali non emergono che ‘unsituated tribunals’, come direbbe Chomsky - e Zolo non fa che smascherare il nostro abracadabra scolastico. Ieri la guerra umanitaria, oggi la giustizia dei vincitori: ma non sono che due nuove declinazioni della tradizionale missione civilizzatrice dell’occidente. Gli accademici, illuministi, dicono - è un passo insufficiente, ma un passo avanti. Ma avanti verso l’Aja o verso Baghdad? E l’Aja - davvero per esercitare la nostra nobiltà kelseniana in Congo possiamo accettarci obbedienti e omissivi, complici nel resto del mondo? Forse è vero, Zolo è manicheo, non parla per esempio delle strutture autoritarie dei paesi arabi - ma viene in mente solo Zizek, quando ci inchioda alle nostre responsabilità coloniali, passate e presenti, e dice che condanniamo nel mondo quello che noi stessi vi abbiamo introdotto, la nostra stessa eredità storica deragliata fuori controllo.
Perché è un libro difficile, questo, un libro che tocca e assale e chiama alla reazione - non si cerca, mentre si legge, che di trincerarsi e assolversi dietro le colpe altrui. Ma ognuno di noi è il prodotto della cultura in cui vive, e questo è un libro invece che parla non all’homo editus, capace di intendersi solo con chi ha una cultura simile alla sua, ma all’homo absconditus, come avrebbe detto Ernesto Balducci: l’uomo nascosto, insieme delle infinite possibilità ancora tutte da realizzare, scartate e represse dalle narrazioni dominanti. E’ una profezia destinata ai crocicchi delle strade - un libro non radicale ma radicato, il libro di chi ha scelto di stare nelle vene del mondo, di guardare Kabul insieme a Gino Strada invece che da un telegiornale. E’ un tempo nuovo è vero, diceva Balducci ed è un tempo arduo, e a volte si vorrebbe urlare - E allora l’alternativa? Senza più neppure il diritto internazionale, cosa rimane? E’ vero, Zolo non sa essere propositivo. Ma è meglio discutere un problema senza risolverlo, che risolverlo senza averlo messo in discussione. Anche questa dell’essere costruttivi, tocca ammetterlo, è in fondo un’asma tipicamente occidentale.

*Per chi e’ ancora curioso -
Pierre Hazan, La justice face à la guerre. De Nuremberg à La Haye, éditions Stock, Paris, 2000

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