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    Telecom Italia pubblica

    4 aprile 2007 - Franco Carlini
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Sarà il caso, senza sventolare alcun tricolore, di dirlo chiaro e pronunciare finalmente la parolaccia: rete telefonica pubblica, magari persino nazionalizzata. Infatti la possibilità di avere in cinque-dieci anni una rete di telecomunicazioni moderna, ad alta velocità, tutta in protocollo Internet, non può venire dall'attuale Telecom Italia, con i suoi debiti e con il suo azionista vorace, ma nemmeno dall'ingresso al piano di sopra (Olimpia) di una spagnola Telefonica, di un'americana At&t, né di un avventuroso messicano. Per dotare il paese di una Next Generation Network capace di offrire tutte le prestazioni che servono agli affari, alle scuole, alla pubblica amministrazione e, soprattutto, alla gente comune, servono 15 miliardi di euro. Tale è la somma che l'ex British Telecom ha messo sul piatto nei prossimi anni, la cui «Rete del 21esimo Secolo» viene dispiegata fin dal novembre scorso. Analoga è la cifra (20 miliardi di dollari) che Verizon, l'altro grandissimo operatore americano, sta investendo per portare la fibra ottica fin sotto gli edifici e in molti casi fin dentro le case.
    Questo tema è il grande rimosso dalle discussioni, noiosamente politiciste, tra italianità e libero-mercatisti, senza che mai nessuno faccia i conti con gli aspetti concreti . Che sono semplici: una rete così serve, crea lavoro e indotto, nell'immediato e nel futuro; non è un problema di sovranità nazionale, né di democrazia (o se lo è, lo è solo in parte). E' più banalmente una cosa di cui il paese ha un grande bisogno, almeno quanto di ferrovie efficienti e aria pulita. Ne ha bisogno perché la comunicazione è roba tanto leggera nei suoi bit quanto cruciale.
    Ovviamente una Telecom Italia diversa, con meno caos ai vertici e meno debiti in tasca, meno indagini spionistiche e più reputazione pubblica, sarebbe bene in grado di farlo, trovando investitori e prestiti. Il suo gruppo dirigente, i Rossi, Buora, Ruggero and Co., sono all'altezza e conoscono i problemi e il mercato (ma di loro, domenica scorsa l'ex senatore Franco Debenedetti ha chiesto la rimozione e chissà perché). Resta un piccolo problema: i maledetti miliardi chi ce li mette, per un investimento dove il bene pubblico è prevalente, ma i cui ritorni sono misurabili solo a 10-15 anni?
    Non ci si faccia illusioni sul texano Edward E. Whitacre, Ceo di At&t. L'azienda americana, per casa sua, sta spendendo il minimo possibile nell'aggiornare la propria rete. E la cultura di quel gruppo è quella di un ex monopolista, per di più poco aduso ai mercati internazionali. Oltre a tutto non ci crede nemmeno lui, né il collega messicano: semplicemente hanno accettato di fare un favore a Pirelli, per far salire la posta delle azioni, e se non compreranno, torneranno a casa comunque con un gruzzoletto di 16 milioni di risarcimento: una lettera di intenti ben remunerata. La prossima volta gliela scriviamo noi a Tronchetti, basta che i banchieri d'affari ce la portino alla firma.
    Si aggiunga, a complicare il quadro, che all'ordine del giorno della nuova rete non ci sono soltanto fibre e centrali ben piantate sul terreno, ma che ogni nuovo progetto va costruito guardando alle potenzialità ben concrete delle trasmissioni «on air», che si chiamano sia telefonia mobile che WiMax, il senza fili ad alta capacità. Proprio perché così arretrati su questo fronte (le gare italiane si faranno forse a partire da giugno), sarebbe una splendida occasione per un progetto integrato.
    Chi lo farà? Non si vedono all'orizzonte competenze industriali e risorse finanziarie, né si annusano investitori italiani. Resta lo stato, unica concreta soluzione alla sicura arretratezza. Uno stato che magari interverrà malvolentieri, ma del tutto doverosamente, a supplire l'assenza di capitali e di cultura industriale dei privati, proprio come lo stato americano investì miliardi per creare la prima Internet, prima di consegnarla al mercato. E come sta spendendo per l'Internet 2, ad altissima velocità. I paesi capitalisti lungimiranti così fanno, che si tratti degli Usa come della Corea del Sud. Così facendo fanno un favore, un grandissimo favore, all'industria privata. Niente di sovversivo, semplice riformismo, senza che tale parola venga usurpata dai commentatori del Sole 24 Ore.

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