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    Comunico, dunque esisto

    Roberta Bertoldi
    5 febbraio 2004

    Comunico, dunque esisto. Nel terzo millennio si potrebbe trasformare così il celebre motto cartesiano. Oggi più che mai, infatti, per esistere ed essere presi in considerazione, bisogna essere in qualche modo presenti sui mezzi di comunicazione di massa. È diventato persino di moda farsi riprendere nei momenti più intimi da telecamere, più o meno nascoste, per trasformare così la propria grigia e comune esistenza in dorata aspirazione al successo.

    Questo sistema informativo che ci avvolge ormai completamente, dal telefono cellulare alla televisione satellitare, da Internet al quotidiano gratuito distribuito sui mezzi pubblici, ci vede allo stesso tempo potenziali protagonisti e illustri assenti.
    Ma c’è qualcuno, nel mondo, che è, paradossalmente, ancora più assente di noi. Si tratta di milioni di persone, nel Sud del mondo, che non hanno diritto ad alcuna rappresentazione.
    O meglio, ne hanno diritto, e non sempre, solo per mostrare il loro lato peggiore. I media occidentali parlano di loro, infatti, solo in occasione di carestie, guerre, tragedie, catastrofi naturali. L’Asia, ad esempio, rappresenta più della metà della popolazione mondiale, eppure quanto conosciamo noi della vita in questo continente?
    Poco o niente, pur tuttavia ci riteniamo autorizzati a pretendere di sapere ciò che il Sud è realmente. Il dato principale di questi anni è che l’informazione è cresciuta quantitativamente, basandosi però sempre più su modelli autoreferenziali. Quando guardiamo al Sud, vogliamo in realtà solo specchiarci nei nostri valori di riferimento.
    Inoltre, l’ignoranza e la mancanza di approfondimento e d’indagine da parte dei nostri comunicatori fa in modo che si costruisca un’immagine alterata, falsata, del resto del mondo.

    La disinformazione diventa così un circolo vizioso, dove si uniscono il nostro disinteresse nei confronti del Sud, con l’incapacità di quest’ultimo di rappresentarsi adeguatamente. Non solo. La comunicazione è sempre stata l’arma del più forte. Quanti conflitti sono stati giustificati tramite i mezzi di comunicazione, salvo poi smentire, col tempo, le notizie che li avevano generati?
    Il Nord è in grado di raccogliere, selezionare, distribuire le informazioni, in modo da perpetuare l’immagine del Sud come luogo della povertà e dell’emarginazione, della prepotenza del potere politico autoritario, dell’impossibilità della ricerca di vie autonome e au entiche allo sviluppo sociale, culturale ed economico.
    Attraverso la gestione dell’informazione è possibile controllare l’opinione pubblica mondiale, affinché gli equilibri (o meglio, gli squilibri) esistenti non siano turbati. La voce del Sud (ma anche dell’Est e degli “emarginati” del Nord) filtra debolmente solo attraverso i mille piccoli rivoli alternativi, che non hanno la forza di competere e contrastare il potere dei grandi massmedia delle nazioni industrializzate.

    Il panorama offerto è sconfortante. Sembrerebbe impossibile scalfire il muro dell’incomunicabilità. Già, perché, in fondo, questo grande sistema di comunicazione, paradossalmente non comunica. L’analfabetismo è ancora una piaga per milioni di persone nelle aree più povere del mondo. Ma noi, cittadini del Nord ricco e industrializzato, soffriamo di una malattia ben peggiore. Una sorta d’analfabetismo di ritorno.
    Tutto possiamo avere e tutto sapere dal nostro piccolo terminale, dalla televisione satellitare, dalle radio multibanda. Resta però una grande ombra nelle nostre conoscenze. Abbiamo più informazioni sulle travagliate vicende sentimentali dei reali d’Inghilterra di quanto conosciamo della vita di miliardi di persone che lottano ogni giorno per la propria (e in fondo anche la nostra) sopravvivenza.
    E loro? Cosa sanno di noi? Anche in questo caso ben poco. Ci credono spesso tutti ricchi e affermati, delle nostre auto nuove fiammanti, intenti a divertirci. Nulla sanno delle nostre inquietudini, delle ansie, delle contraddizioni di una società che vede quotidianamente la disgregazione dei propri valori, dell’ambiente, delle tradizioni più vere.

    Ma allora questa grande massa di informazioni che ogni giorno si muove e fa il giro del pianeta, a cosa serve?
    Forse solamente a mantenere in vita e sviluppare un sistema disumano di sfruttamento delle risorse, umane ed economiche, un meccanismo infernale che costringe miliardi di persone all’esclusione e all’asservimento. E chi, come noi che qui scriviamo e voi che benevolmente ci leggete, ha a cuore il destino di questa gente, ha un compito davvero importante. Quello di fare in modo che il terzo millennio diventi effettivamente l’era della comunicazione. Ma di quella vera. Quella che permette agli uomini e alle donne di conoscersi meglio, comprendendo vicendevolmente le ragioni di usi, costumi e religioni diversi, migliorando la capacità di capirsi ed evitando i conflitti. Una comunicazione multidirezionale e multiculturale. Dobbiamo quindi tutti fare uno sforzo per migliorare il nostro modo di fare comunicazione. Non dobbiamo permettere che al Sud sia negata la voce. Perché solo ascoltando quella voce potremo sapere veramente cosa sarà del nostro mondo.

    (fonte: Unimondo.org - 4 agosto 2003)
    Roberta Bertoldi

    Note:

    http://www.altoforno.net/domini/fondazione2/sito/temat/tecnologie/dossier/dossier/l_comun_uni

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