CyberCultura

Il 10 dicembre una ricorrenza designata dall’ONU

Dalla Nuova Zelanda arriva a Como un attivista per la Giornata Mondiale dei Diritti Umani

Diamo il benvenuto a Matt Ó Branáin, neozelandese di 42 anni, musicista e celebre sostenitore di Julian Assange.
8 dicembre 2022
Patrick Boylan

manifesto #Stand4TruthAction, piazza Verdi, Como, 2022-12-10

Il neozelandese Matt Ó Branáin ha deciso di viaggiare 19,000 km per venire in Piazza Verdi sabato prossimo, 10 dicembre, dove, insieme a Lorena Corrias ed altri attivisti comaschi, replicherà dal vivo la statua “Anything to say” di Davide Dormino in occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani indetta dall’ONU.

L’opera statuaria è un tributo al coraggio di chi osa dire la verità in faccia al potere – e questo è certamente il caso di Assange. Ma è anche un cupo ricordo dei pericoli cui incorrono coloro che lo fanno – Assange come Chelsea Manning come Edward Snowden. Le loro vicende illustrano quanto spesso i nostri osannatissimi diritti umani, nella realtà dei fatti, “vengano negati… anche in maniera flagrante”, per dirla con le parole di Volker Türk, il nuovo Commissario ONU incaricato di promuovere la giornata commemorativa.

Chiaramente in Occidente,” aggiunge Corrias, “il caso più flagrante di diritti umani negati è quello di Julian Assange, il giornalista ed editore australiano che, a partire dal 2006, ha rivelato, sul suo sito WikiLeaks, i crimini e gli illeciti dei potenti in tutto il pianeta. Oggi è in carcere a Londra, senza processo, proprio per impedirgli di continuare a pubblicare le sue rivelazioni. Vengono così negati il suo diritto alla libertà, il suo diritto alla parola e il suo diritto alla stampa. Per questo, noi cittadini di tutto il mondo intendiamo cogliere la ricorrenza del 10 dicembre per chiedere che Julian sia liberato e messo in condizione di poter riprendere il suo lavoro giornalistico di denuncia.”

Corrias è una figura nota in Piazza Verdi: ogni sabato pomeriggio, vestita con una tuta arancione da prigioniero, si “incarcera” davanti al Teatro Sociale in una piccola cella (3m x 2m) disegnata sul pavimento per ricordare la cella di identiche dimensioni in cui è rinchiuso Assange.

Questo sabato, invece, chiede ai suoi concittadini comaschi di venire in piazza Verdi, dalle 14.30 alle 16.30, per accogliere Matt Ó Branáin, in arrivo dalla Nuova Zelanda per inscenare con lei una performance dell’azione #Stand4Truth.

Matt Ó Branáin, neozelandese di 42 anni, musicista e celebre sostenitore di Julian Assange Chi è esattamente Matt Ó Branáin? E’ un attivista che, come Corrias, da mesi “s’incarcera” in una minuscola cella in una piazza della sua città neozelandese, portando addosso una tuta arancione, per ricordare ai passanti le angherie alle quali è sottoposto Assange. Ma a differenza della Corrias, Ó Branáin indossa la sua tuta arancione ogni singolo giorno, dalla mattina andando al mercato fino alla sera quando suona in qualche locale. Così fa ricordare costantemente ai suoi concittadini la prigionia di Julian.

Non solo, ma Ó Branáin sfrutta la sua seconda professione di artista audiovisivo e informatico per inondare i social media con i suoi vivaci appelli per la liberazione di Assange. Addirittura, lo scorso 8 ottobre, ha saputo smuovere sufficientemente le acque, a partire dalla sua nativa Nuova Zelanda, per far confluire, sulla lontana Londra, una catena umana di attivisti pro Assange venuti da ogni parte del mondo per circondare l’edificio del parlamento britannico gridando “Free Assange”.

Prima non m’interessavo granché alla politica,” spiega Matt; “poi ho letto per caso il libro di Nils Melzer sulla persecuzione giuridica del co-fondatore di WikiLeaks. E ho capito quanto sono in pericolo i nostri diritti umani fondamentali. Pensate: in Occidente s’incarcera un giornalista investigativo per fermare le sue rivelazioni! E’ stato uno choc. Ad un tratto ho capito che la democrazia non può esistere se non viene tutelato il nostro #DirittoDiSapere quello che fanno realmente i nostri governanti. La libertà della parola e la libertà di stampa sono essenziali se vogliamo poter lavorare per migliorare la nostra società – perché questo è il vero senso di far politica; ce n’è voluto ma alla fine l’ho capito. L’azione di Lorena a Como, che ho scoperto tramite i social media, mi ha ispirato a seguire il suo esempio e anche a venire a Como per fare una performance in piazza insieme a lei in occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani.”

Aiutaci a realizzare la nostra performance, è in gioco il futuro di tutti, non solo quello di Julian,” chiede Corrias a tutti i suoi concittadini comaschi. “L’azione si chiama #Stand4Truth, ovvero alziamoci a favore della verità. L’azione consentirà al pubblico di diventare protagonista non solo con la propria presenza, ma anche con la propria voce. Ma abbiamo bisogno di aiuto, due volontari che possono fare le foto e le videoriprese sabato e anche inviarle tramite i social media e altri che possano parlare con i passanti invitandoli a prendere una posizione su questa causa. Chi vuole aiutarci può scrivermi un messaggio nella pagina Instagram como_for_assange oppure via e-mail a lorena.cori@alice.it.”

Natale è alle porte e Corrias giustifica il suo appello anche in questa chiave. “Se chiedo a tutti i miei concittadini di schierarsi questo sabato dalla parte giusta, è perché Julian, che ha sempre dato voce a chi non ne aveva, merita la libertà soprattutto adesso, per poter celebrare le festività con i suoi figli. Gabriel e Max meritano di avere finalmente il loro padre a fianco per trascorrere il primo Natale con lui. Non c’è più tempo, Julian potrebbe morire da un giorno all’anno essendo in condizioni di salute precarie.”

Intanto, il caso giudiziario di Assange segue il suo corso: lo scorso agosto, i suoi legali hanno depositato un ricorso presso l’Alta Corte londinese contro l’estradizione negli Stati Uniti dove il giornalista/editore attende una probabile condanna di 175 anni di carcere per aver rivelato documenti segreti. E ciò malgrado una sentenza della Corte Suprema statunitense del 1971 che riconosce ai mezzi di informazione il diritto di pubblicare, appunto, documenti segreti “se è nel pubblico interesse”. Tuttavia il governo statunitense ha già annunciato che intende applicare al caso Assange una vecchia legge del 1917 contro lo spionaggio che non ammette la giustificazione di “pubblico interesse”, vanificando così la principale difesa a disposizione di Assange, ovvero il richiamo alla sentenza della Corte Suprema. In pratica, processando Assange ai sensi della legge del 1917, il governo statunitense ha garantito la sua condanna.

Quando sapremo se l’Alta Corte britannica dichiarerà ricevibile il ricorso depositato fine estate? Probabilmente entro gennaio. Comunque, una eventuale esito negativo non significa che Assange verrà estradato subito negli Stati Uniti. Ha a disposizione un ultimissimo espediente.

Infatti, Assange potrà rivolgersi alla Corte Europea di Giustizia (CEDU) di Strasburgo per chiederle di vietare la sua estradizione e, secondo gli esperti, una decisione favorevole da parte della Corte, visto i precedenti, sarebbe molto probabile. Solo che – colpo di scena! – questo eventuale divieto di estradizione potrebbe non servire a nulla. Infatti, il nuovo governo conservatore sta studiando una legge che disconosce le sentenze della CEDU. Se tale disegno di legge sarà approvato dal Parlamento britannico, le vie legali per Julian saranno definitivamente chiuse e le sue sorti segnate e facili da immaginare.

Per tutti questi motivi, la giornalista Stefania Maurizi e la stessa moglie di Julian, Stella Moris Assange, dichiarano di non attendere più giustizia da parte dei tribunali: non perché i tribunali sarebbero inaffidabili, ma perché il governo britannico e quello statunitense sono fermamente intenzionati a frapporre ogni ostacolo al loro corretto funzionamento. L’unica speranza, dicono Stefania e Stella, rimane l’opinione pubblica. Il caso Assange deve diventare così scottante che persino l’accanita voglia di vendetta dei due governi anglosassoni ceda il passo ad una soluzione che, nelle parole di Anthony Albanese, primo ministro australiano, “ponga finalmente fine ad una vicenda durata oltre il dovuto. Quando è troppo è troppo.”

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