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La campagna contro il rischio nucleare nei porti italiani

Comunicazione di Alessandro Marescotti (Presidente di PeaceLink) alla conferenza "Da Hiroshima a Chernobyl a... quando un mondo senza nucleare?", organizzata a Napoli dall'Associazione per la Pace in collaborazione con Peace Boat
18 novembre 2000 - Alessandro Marescotti

Cari amici,
mi scuso se non posso intervenire di persona, tuttavia vi invio questo intervento che chiedo gentilmente di leggere o comunque di far circolare.

E' molto importante che l'Associazione per la Pace a Napoli organizzi questa conferenza sul rischio nucleare alla presenza di ospiti di rilievo internazionale.

Abbiamo alle spalle un passato in cui il rischio nucleare e' stato nascosto per non allarmare la gente. Agli inizi degli anni '60 quattro fulmini hanno colpito i missili a testata nucleare Jupiter piazzati in Puglia e si e' arrivati ad un passo dall'apocalisse atomica. Solo da poche settimane si sa questo, per merito di una rivista scientifica americana, e sul sito di PeaceLink abbiamo sentito il dovere di diffondere tale notizia che dovrebbe entrare nei manuali di storia come l'evento piu' drammatico e annientante che abbiamo sfiorato dal paleolitico ad oggi sulla penisola. Le testate piazzate sugli Jupiter pugliesi erano bombe H di potenza 100 volte superiore a quella di Hiroshima. Oggi noi saremmo qui a parlarne se la sorte non avesse giocato dalla nostra parte?

Mentre il rischio dovuto alle bombe atomiche si e' gradualmente ridotto, permane il rischio dovuto alla propulsione nucleare. I nostri mari sono solcati da unita' navali straniere dotate di reattori nucleari del tutto silili a centrali atomiche, suscettibili di rischi ancora superiori: collisioni, incendi, affondamenti, tempeste. Come documentato nel "Manuale per il consigliere comunale dei porti a rischio nucleare" che abbiamo preparato, nel 1968 passo' a Napoli e a Taranto il sottomarino a propulsione nucleare Scorpion. A Napoli fu coinvolto in una tempesta proprio nel porto. Ando' a sbattere contro una chiatta, fu controllato, sembrava tutto ok, e invece poche settimane dopo esplose, affondando al largo delle Azzorre con due testate atomiche, il propulsore nucleare e un centinaio di marinai americani a bordo. Anche quella volta si e' corso un grosso pericolo nucleare per piu' di un porto italiano.

Noi italiani abbiamo in passato votato all'80% alcuni referendum per dire NO ai reattori nucleari. Il governo, rispondendo ad alcune interrogazioni parlamentari sul rischio nucleare dovuto a unita' navali Nato, dice che sono sicure e che non dobbiamo temere. Perche' allora nessuna assicurazione stipula un contratto con un privato cittadino per risarcirlo in caso di incidente nucleare? Perche' - visto che il nucleare di mare e' sicuro mentre il nucleare di terra no - non alimentiamo l'Italia con l'energia prodotta dai sottomarini a propulsione nucleare? Quando la gente pensa alla politica come all'arte dell'imbroglio non ha tutti i torti. Se il nucleare di mare e' sicuro (come dice il governo) e quello di terra no (e gli italiani lo hanno ribadito con i referendum) allora dovrebbe essere logica conseguenza di un governo coerente quello di proporre un piano energetico nazionale basato su reattori nucleari piazzati in mare, tanto sono sicuri.

Ci sarebbe da fare del sarcasmo, ci sarebbe da dire che l'affermazione governativa e' oggi smentita dal sottomarino inglese Tireless in avaria a Gibilterra e che ha subito l'avaria al proprio propulsore nucleare al largo della Sicilia. Un'avaria grave, accaduta a maggio, e tenuta segreta fino a che il sottomarino Kursk non e' affondato con grande clamore dei media mondiali. Il Tireless smentisce l'affermazione del governo italiano secondo cui non ci sarebbero mai stati incidenti a sottomarini nucleari nel Mediterraneo. Bisognerebbe invitare i rappresentanti del governo che hanno dato quelle risposte rassicuranti a fare il bagno, loro e la sua famiglia, li' dove e' oggi ancorato il sottomarino Tireless o dove ha perso il liquido radioattivo.

Ora le autorita' spagnole chiedono al governo inglese (da cui la base di Gibilterra dipende) di comunicare i piani di emergenza: il Tireless suscita preoccupazione.

In Italia, prima che scoppiasse la tragedia del sottomarino nucleare russo Kursk, si e' creato un movimento di richiesta dei piani di emergenza nucleare nei dodici porti a rischio.

Il tutto e' iniziato a febbraio quando nelle mani del sindaco di La Spezia e' arrivato, non si sa come, forse per errore, il piano di emergenza nucleare connesso all'attracco di unita' navali Nato a propulsione nucleare (l'Italia non ha mezzi a propulsione nucleare). Il piano era monco e mancavano le misure di sicurezza a protezione dei civili. Il sindaco ne ha allora fatto richiesta, senza ottenere la parte civile. Il piano di emergenza nucleare per i civili e' infatti coperto anch'esso da segreto militare. La cosa e' buffa perche' il sindaco di La Spezia ha potuto vedere cosi' solo la parte top secret di competenza dei militari, senza poter vedere la parte - sempre segreta - che sarebbe di sua competenza e che gli verrebbe comunicata subito dopo il verificarsi dell'incidente nucleare. Un tipico pasticcio all'italiana. E' stata aperta un'inchiesta, il prefetto e' stato trasferito, mentre il documento top secret e' andato - per vie traverse - sui giornali, precisamente il settimanale "Diario" e il quotidiano "Il Manifesto". Per la prima volta in Italia si e' cosi' squarciato il velo della segretezza su una materia in cui i cittadini avevano tutto il diritto di sapere. Cio' ha innescato un'iniziativa di PeaceLink finalizzata a prendere conoscenza della parte civile dei piani di emergenza nucleare, ossia di quella parte che era stata negata al sindaco di La Spezia. Dopo ripetute richieste alla Prefettura di Taranto - ai sensi del decreto legislativo 230/95 che sancisce il diritto di informazione pubblica sui rischi nucleari - a settembre (dopo la tragedia del Kursk) e' stata fornita a PeaceLink informazione circa la parte civile del piano di emergenza nucleare. Il successo e' stato netto, in quanto PeaceLink ha consegnato quelle informazioni al sindaco, agli assessori, ai consiglieri comunali e ai giornali. Il piano di emergenza nucleare e' apparso nella prima pagina dei quotidiani locali, se ne e' parlato in tutta la citta' e gli studenti hanno organizzato due manifestazioni di una certa consistenza. Va detto, per completezza, che anche Rifondazione Comunista a Taranto si era mobilitata con una raccolta di firme. In poche parole PeaceLink ha svolto opera di supplenza delle istituzioni e ha continuato a farlo con svariate iniziative: la redazione di un manuale sul rischio nucleare per il consigliere comunale e il cittadino, la verifica sul livello di informazione della ASL in caso di incidente nucleare, la comunicazione ai gionali della mappa con le tracce di Cesio 137 nelle zone di mare in cui i sottomarini nucleari attraccano, la richiesta dei dati della ASL sulla radioattivita', ecc. Quando a settembre abbiamo avuto a disposizione il contenuto del piano di emergenza civile lo abbiamo messo sul sito Internet di PeaceLink, e la cosa ha fatto il giro dell'Italia, l'Ansa l'ha anche tradotto in inglese e si puo' immaginare cosa e' successo. Il piano di emergenza nucleare di Taranto parla di evacuazione della citta', una fuga tipo Chernobyl. Era la parte che mancava a La Spezia e che diventava di pubblico dominio. I primi a fare un salto sulla seggiola sono stati i verdi di Venezia. A Venezia i consiglieri comunali verdi hanno infatti chiesto anche loro il piano di emergenza nucleare: il prefetto ha detto di no. Segreto militare. Alle obiezioni dei verdi ("Perche' a Taranto si' e qui a Venezia no?") il prefetto di Venezia avrebbe detto: "Il prefetto di Taranto ha fatto cosi'? Per me invece si fa cosi'..." La cosa e' rimbalzata al governo, che ha evidentemente dato ragione al prefetto di Venezia, il quale ha continuato a negare il piano di emergenza nucleare, anche la parte civile di competenza del sindaco. Dopo tutto cio', anche il prefetto di Taranto, cosi' come il prefetto di La Spezia, e' stato trasferito, ufficialmente per normale avvicendamento... Ma due funzionari della prefettura di Taranto sarebbero stati messi sotto procedimento disciplinare (e' stata presentata un'interrogazione parlamentare a questo proposito dall'on. Vittorio Angelici del PPI). Intanto i Verdi hanno messo integralmente sul proprio sito Internet la parte militare del piano di emergenza nucleare di La Spezia: e' un documento ancora classificato, quindi siamo di fonte ad un vero e proprio atto di disobbedienza civile. Ma la cosa non si e' fermata qui. E' andata avanti. Come una reazione a catena si sono attivate diverse iniziative in Italia al fine di avere - per via legale in base al decreto 230/95 - le informazioni civili del piano di emergenza nucleare nei vari porti. A Trieste l'Osservatorio Etico Ambientale ha presentato la stessa domanda con cui a Taranto e' stato ottenuto dalla prefettura il piano di emergenza nucleare. La recente risposta del prefetto di Trieste e' la seguente: "Si comunica che non e' possibile fornire copia della pianificazione in questione in quanto alla medesima e' attribuita la classifica di segretezza". A Brindisi l'Osservatorio sui Balcani ha incaricato un avvocato di avanzare formale richiesta ai sensi del decreto legislativo 230/95. Il prefetto di Brindisi, in un'intervista, ha detto che lui sarebbe propenso a consegnare le informazioni del piano di emergenza nucleare ma per prudenza aspetta indicazioni piu' precise dal governo. Il governo e' intanto sotto pressione: sono state presentate interrogazioni parlamentari dei senatori Curto e Specchia (di Alleanza Nazionale). Altre interrogazioni, di cui siamo a conoscenza e di cui si attende risposta, sono quelle del PPI (on.Angelici) e dei Verdi (sen.Semenzato). In sostanza un po' tutte intendono conoscere la ragione per cui ad una norma ben precisa (il decreto legislativo 230/95) non viene data attuazione. E' bene sapere infatti che, non attuando i prefetti quel decreto, abusivamente continua a sussistere il segreto militare che era stato imposto in data anteriore al 1995. Quindi, se l'Italia e' uno stato di diritto, dovrebbe decadere subito la norma militare (che non e' emanazione della volonta' popolare) per far posto ad un decreto che recepisce le direttive dell'Unione Europea in fatto di protezione ed informazione delle popolazioni. In un tempo in cui si parla tanto di Europa e di modernita'... continuiamo a vivere succubi di segreti militari regolati da un Regio Decreto del 1941. Ma andiamo oltre e vediamo cosa accade in altri porti a rischio nucleare:

- a Cagliari il Comitato Gettiamo le Basi ha ripetutamente richiesto quanto a Taranto e' stato ottenuto, ma il prefetto ha detto di no; - a La Maddalena il WWF sta facendo pressione sul prefetto e la partita e' ancora aperta; - a Livorno e' stata da PeaceLink inviata formale richiesta al prefetto, senza ancora risposta; - a Gaeta un anziano avvocato, con una lunga militanza antinucleare, ha inviato numerose richieste alla prefettura competente e ai sindaci della zona; - a Castellammare di Stabia un consigliere comunale dei Democratici di Sinistra ha sottoposto al sindaco il problema del porto a rischio nucleare; - ad Augusta ancora nessuno si muove; - a Napoli invece il convegno del rischio nucleare del 18 novembre costituisce un grosso segnale per tutta l'Italia.

Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellammare di Stabia, Gaeta, La Maddalena, La Spezia, Livorno, Napoli, Taranto, Trieste, Venezia sono i 12 porti a rischio nucleare: in 11 porti su 12 sono in atto iniziative. Questa e' di per se' una grossa vittoria dell'Italia che non si rassegna a vivere con l'incubo nucleare nel porto. Dobbiamo continuare la nostra lotta uniti, perche' non vogliamo che il sommergibile che non attracca a Taranto attracchi a Napoli o ad Augusta. E' importante porre - tutti uniti - il problema della sicurezza alle prefetture, ai sindaci e al governo. Dobbiamo essere precisi e puntare il dito su tutte le carenze che i piani di emergenza nucleare e di protezione civile presentano, e sono tante: per questo non vogliono mostrare i piani. Il secondo e contemporaneo passo, oltre alla conoscenza dei piani e alla contestazione di tutte le loro carenze, deve essere piu' ambizioso: occorre chiedere il divieto di transito e attracco per tutti i sottomarini a propulsione nucleare risultati difettosi, invocando il "principio di precauzione" contenuto nell'articolo 15 della Dichiarazione ONU di Rio de Janeiro del 1992. Oggi sappiamo che esistono sottomarini progettati male e suscettibili di avaria nucleare. Uno di questi, il sottomarino nucleare Tireless, e' ormeggiato a Gibilterra. E' in avaria e ha perduto liquido radioattivo nel Mediterraneo, al largo della Sicilia. Al governo italiano chiediamo che questi sottomarini (ed esempio i gemelli del Tireless) siano tenuti lontani dalle nostre coste: no al pericolo nucleare nei nostri mari!

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