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Intorno al 14 ottobre e per un periodo di circa cinque giorni era ancorata al largo del porto di Napoli, ma all’interno del Golfo, la portaerei statunitense USS Eisenhower. Non era sola. Portava appresso tutto il suo Carrier Strike Group, o gruppo d’attacco, ossia diversi navi lanciamissili, un paio di dragamine, e non uno ma due sommergibili d’attacco come scorta, la USS Minneapolis St. Paul e la USS Newport News, entrambi a propulsione nucleare e armati con missili cruise del tipo che sono piombati su Baghdad nei primi giorni dell’invasione di quel paese nel 2003.
Si afferma che la sua presenza era soltanto una courtesy call, tradotta letteralmente una visita di cortesia, per permettere ai suoi marinai di partecipare a qualche attività sociale. Può darsi che oltre a tali attività c’era inoltre la necessità di imbarcare ulteriori armamenti necessari per la sua missione. È difficile saperlo, perché tali informazioni non sono mai state messe a disposizione dei napoletani, nonostante l’ospitalità che la città elargisce dai primi anni ’50 nei confronti della presenza militare americana. Un elemento di questa storia che si sa con più certezza, però, perché è uscito sulla rivista Time all’inizio di settembre 2006, notizia seguito da un grido d’allarme nelle pagine della rivista online The Nation firmato da Dave Lindorff, è la destinazione del suddetto gruppo d’attacco.
La USS Eisenhower è infatti salpato il 9 ottobre da Norfolk in Virginia, correndo come un dannato per attraversare l’Atlantico in tempo per il suo appuntamento napoletano. Non dovrebbe sorprendere tanto l’esigenza di svago da parte del suo equipaggio. Alcuni di loro, perfino ufficiali, erano rimasti talmente scontenti con la sua partenza anticipata di un mese da Norfolk che hanno scritto messaggi di protesta alla pagina web del colonnello dissidente Sam Gardiner negli Stati Uniti, lamentandosi del fatto che, secondo loro, l’obiettivo principale della fretta imposta alla Eisenhower, a scapito delle loro esigenze familiari, era arrivare on station, cioè in luogo di operazioni, nel Golfo Persico in tempo per le elezioni USA mid-term, ovvero di metà mandato, pronti per eventuali azioni aggressive nei confronti dell’Iran. Comunque sarà l’eventuale esito dell’attività della Eisenhower, un fatto sicuro rimane. Napoli, come per il resto tutta la penisola italiana, è ormai pienamente inserita nella nuova strategia bellica statunitense riguardo al Medio Oriente, ed è ora che ne agiamo di conseguenza. Non si ferma una base aerea galleggiante lungo tre campi di calcio, armata anche di missili nucleari, per una semplice questione di sfizio. Se scoppia una guerra in Iran, anche Napoli avrà dato il suo contributo. Perché, allora, non abbiamo protestato? Si potrebbe obiettare che, come due rondine non fanno una primavera, una singola portaerei, anche accompagnata, non rappresenta l’inizio di una guerra. Il guaio, però, è che la Eisenhower si aggiungerà al gruppo d’attacco della portaerei USS Enterprise già presente nel Golfo. Solitamente questi gruppi d’attacco si danno il cambio, ma la Enterprise non dà segni di voler ritornare a casa. Anzi, come racconta Manlio Dinucci ne il manifesto del 1novembre 2006, all’inizio di novembre si stavano svolgendo esercitazioni militari coinvolgendo entrambi i Carrier Strike Group, in cui erano inoltre impiegate forze navali italiane, come le navi Etna e Comandante Foscari.
Tutta questa discussione di navi ci riporta all’argomento del titolo dell’articolo, che potrebbe sembrare un po’ esoterico, ma che ora tenterò di chiarire. Le navi che intorno al 21 ottobre hanno levato l’ancora nel nostro Golfo non vanno incontro a un Paese impreparato. L’amministrazione Bush, in linea con la sua strategia di “guerra infinita”, dichiaratamente contro il terrorismo ma in effetti per il controllo delle risorse petrolifere, da anni minaccia azioni aggressive contro l’Iran. Nonostante le dichiarazioni del capo dell’Autorità internazionale per l’energia atomica, Mohammed El-Baradei, che ha affermato più volte che gli Iraniani non possiedono nessun progetto per lo sviluppo di armi nucleari, gli USA fanno di tutto per preparare il terreno per un’eventuale attacco aereo contro i siti iraniani legati alla ricerca nel campo dell’energia nucleare. Tutto questo pluriennale sventolare della sciabola da parte di Washington, però, ha prodotto il suo contraccolpo nelle azioni iraniane, che secondo una serie di articoli dello studioso americano Mark Gaffney, si possono sintetizzare nella parola Sunburn, ossia la scottatura del titolo. Dal 2001 il governo di Teheran è coinvolto in trattative con il governo di Vladimir Putin a Mosca per l’acquisto di centinaia di esemplari di un missile supersonico anti-nave per cui nessuna marina militare nel mondo possiede una difesa. Quel missile, in russo nominato Moskit, per la NATO è conosciuto con il titolo SS-N-22 Sunburn. Vola a un’altitudine talmente basso che impedisce al radar marittimo di localizzarlo, e a una velocità due volte superiore al suono. Come ciliegina sulla torta, è capace di compiere “manovre violenti di fine percorso” che neutralizzano le capacità di colpirlo da parte dei sistemi di difesa Phalanx a bordo di portaerei come la Eisenhower e la Enterprise. In sintesi, il Sunburn ha trasformato le navi da guerra che minacciano l’Iran, compresi quelle italiane, in trappole mortali galleggianti. Nella “guerra asimmetrica”, come definiscono le Forze Speciali americane quella guerra che ormai devono combattere da quando gli USA sono diventati “l’unica iperpotenza”, armi come il Sunburn, e tantopiù il suo cugino Yakhonts, capace di viaggiare a 2,9 volte la velocità del suono, restituiscono il vantaggio bellico a Paesi minacciati dalla marina militare di Washington. Il grande interrogativo, però, riguarda la risposta. Se viene affondata una portaerei USA, le implicazioni politiche saranno enormi. Senza il potere incontestato della propria flotta, si metterà in forse la stessa egemonia statunitense nel mondo. Perciò il risultato di una qualsiasi attacco iraniano di questo tipo sarebbe in tutta probabilità il levarsi di un coro da parte dei “falchi” americani a favore dell’impiego di armi ancora più potenti contro l’Iran, forse addirittura armi nucleari.
Ad ottobre abbiamo perso l’occasione di aggiungere una nostra voce di protesta per arginare questi pericoli. Si spera nel futuro, specialmente in questo periodo nel quale aumenta la presenza militare americana a Napoli, e se gli eventi dei prossimi mesi ci concederanno una seconda possibilità, di non ripetere l’errore.

Phil Rushton

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