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Gli Stati Uniti d'Europa (ultima parte)

Gli Stati Uniti d'Europa, che sono il miglior scritto di Rossi sull'unità europea e costituisce un classico del pensiero federalista, vennero pubblicati nel giugno del 1944, con lo pseudonimo di Storno, dalla casa editrice "Nuove Edizioni Capolago", di Lugano: il primo di una collana di saggi a cura del MFE
12 aprile 2005 - Ernesto Rossi
Fonte: radicali.it - 12 aprile 2005

La posizione della Russia

Da un quarto di secolo i rapporti dell’URSS con il resto del mondo sono avvelenati da reciproche diffidenze e avversioni, e l’URSS ha costituito un mondo politico chiuso in sé. Nella presente guerra abbiamo visto che l’URSS non può fare a meno della cooperazione di tutti gli altri paesi, né questi possono fare a meno della cooperazione sovietica.

Su quali basi è concepibile questa cooperazione, in particolare con l’Europa democratica?

Alcuni pensano che essa possa fondarsi solo sulla trasformazione dei paesi europei in stati collettivisti che aderiscano man mano all’Unione Sovietica, la quale ha già una struttura politica capace di progressiva estensione. Quest’idea, che è stata accarezzata per circa un quarto di secolo da tutti i fautori della soluzione comunista, risulta di impossibile realizzazione in conseguenza delle troppo energiche forze spirituali, politiche ed economiche che riluttano alla trasformazione della civiltà europea in forme comuniste. Quantunque sempre più forte si senta dappertutto in Europa il bisogno di creare delle istituzioni socialiste che garantiscano un grado più elevato di giustizia sociale, nessun popolo desidera rinunziare alle forme di vita libera che nel campo politico, in quello economico e in quello spirituale, costituiscono la base stessa della civiltà occidentale. Una ricostruzione dell’Europa nella quale siano conservati i suoi valori tradizionali è concepibile solo sotto regimi democratici, e questa esigenza ha finito per essere sentita dagli stessi più entusiasti esaltatori dell’URSS, i quali dalla lotta attiva contro il nazismo sono stati portati a farsi propagandisti di tali regimi, E se parliamo oggi di una federazione europea, possiamo farlo solo in quanto ci prospettiamo una federazione di stati democratici, che rinunzino a favore del potere federale a un a parte della loro sovranità e adoprino, sia nell’amministrazione dei loro affari interni che in quella degli affari esteri comuni, gli strumenti politici della democrazia.

C’è, d’altra parte, chi – escludendo che l’unificazione europea possa farsi entro gli schemi politici ed economici comunisti – pensa debba in ogni modo farsi con l’adesione dell’URSS alla federazione democratica europea. Naturalmente, la federazione europea dovrebbe, fin dal suo nascere, essere aperta a tutti i paesi che potessero e volessero farne parte. Se l’URSS si trasformasse in uno stato veramente democratico, sarebbe perciò augurabile che prendesse il suo posto nella federazione. Di fatto però l’URSS non è, per ora, un paese democratico; e, se lo diventerà, lo diventerà solo per il suo autonomo sviluppo, essendo troppo grande e potente perché qualche foeza esterna possa mai imporle una tale trasformazione. L’URSS è un corpo di una quarantina di popoli, guidati dal popolo russo, che solo da poco si è affacciato all’orizzonte della civiltà europea; da essa ha attinto molte conquiste tecniche, ma ha ancora sue caratteristiche politiche, che risalgono ai tempi antecedenti la rivoluzione bolscevica, e che lo differenziano profondamente dai popoli europei. Mentre infatti per questi il progresso ulteriore ha ormai come condizione imprescindibile la struttura politica democratica, il progresso dell’URSS è ancora fondato sul principio autocratico, per cui la forza motrice di tutti gli sviluppi proviene dai governanti. I dirigenti bolscevichi, rendendosi sempre meglio conto di questa continuità storica, sempre più consapevolmente si considerano gli eredi e i prosecutori dei grandi zar riformatori.

E’ da aspettarsi, o comunque da augurare, che i popoli sovietici, dopo essersi impadroniti della tecnica occidentale, assimilino anche quel senso dei valori della personalità, che finora è stato in loro deficiente, e compiano le trasformazioni politiche che ne conseguono. Ma, ripetiamo, questo sviluppo non può essere imposto loro dal di fuori, e, specialmente in seguito alle vittorie riportate in questa guerra, è prevedibile che il regime sovietico conserverà per un tratto abbastanza lungo – quasi certamente per il tratto di tempo in cui la federazione europea dovrà formarsi – il suo carattere di stato assoluto. Stando così le cose non sarebbe concepibile una partecipazione dell’URSS alla federazione che, per essere veramente tale, deve di necessità avere un regime rappresentativo.

Finché nell’URSS non fosse consentita l’opposizione, non fosse possibile costituire partiti diversi da quello governativo, e non fosse loro riconosciuto il diritto di sostituirlo al potere quando rappresentassero la maggioranza nel paese, finché mancassero la libertà di stampa, di associazione e tutte quelle altre libertà e garanzie che sono caratteristiche di un regime democratico, l’URSS non potrebbe mandare all’assemblea federale veri rappresentanti del popolo, ma solo delegati del suo governo, non potrebbe permettere che la federazione difendesse la libertà dei cittadini russi contro eventuali oppressioni del loro governo, non potrebbe rinunziare effettivamente ad alcun aspetto della sua sovranità. Una organizzazione confederale sul tipo della S.d.N. è concepibile fra stati di strutture politiche sostanzialmente differenti. Una federazione sarebbe un non senso.

L’atteggiamento dei governanti sovietici

Poiché risultano impossibili, urtando contro ostacoli troppo forti, tanto un’unione sovietica estendentesi a tutta l’Europa, quanto una federazione europea comprendente l’URSS, c’è chi pensa non resti che rinunziare all’idea stessa di unione europea perché, se si cercasse di arrivarci senza l’URSS, apparirebbe inevitabilmente ai governanti sovietici come un blocco politico antirusso, e perciò mai e poi mai essi la vorrebbero permettere. Questa conclusione è però completamente assurda, Significherebbe solo la disperata rinunzia a salvare l’Europa e la sua civiltà.

I governanti sovietici hanno delle buone ragioni per opporsi a proposte di federazioni regionali che – mentre non contribuirebbero in alcun modo alla soluzione del problema europeo, portando solo alla formazione di una o due altre grandi potenze – potrebbero ancora assumere la funzione di “cordone sanitario” contro l’URSS a vantaggio dell’uno o dell’altro gruppo di maggiori stati occidentali. Ma se pensassero a mantenere l’Europa in una “condizione atomica” – come ha scritto Aneurin Bevan, il rappresentante laburista dei minatori del Galles alla Camera dei Comuni, in un articolo sulla Tribune del 10 aprile u.s. – ossia se pensassero a creare nell’occidente un certo numero di nazioni deboli, politicamente divise dal punto di vista della loro organizzazione, una cintura di piccole nazioni sotto l’influenza economica e politica dell’URSS tutti gli uomini di tendenze progressiste dell’Europa occidentale avrebbero il diritto e il dovere di opporsi. Questa politica a corta vista equivarrebbe a spingere di nuovo l’Europa verso l’anarchia, di cui abbiamo esaminato le conseguenze, e porterebbe la stessa URSS a conservare, magari a rafforzare ulteriormente, la sua struttura militarista, che ha nuociuto agli effetti del suo sviluppo interno, almeno quanto ha nuociuto a quello degli altri paesi.

Comunque, riteniamo sarebbe un errore partire oggi dal presupposto che i governanti sovietici saranno costretti ad opporsi ad una federazione europea. Questa non dovrà sorgere in funzione antirussa; anzi dovrà contare sull’aiuto e la collaborazione russa. Non sarà impossibile escogitare formule giuridiche e politiche che garantiscano in modo particolare i più specifici interessi sovietici nell’Europa occidentale. Sono argomenti questi sui quali non possiamo qui soffermarci. Quando ci fosse l’accordo sulle direttive generali, i problemi secondari verrebbero facilmente risolti. Ed i governanti sovietici, se si troveranno davanti alla decisa volontà di federarsi dei popoli europei, potranno ben rendersi conto che un’unione federale europea, distruggendo radicalmente il militarismo delle grandi potenze, assicurando l’ordine giuridico nel continente, ed essendo, per sua natura, un organismo non militarista, costituirebbe la migliore garanzia di pace anche per l’URSS, e le darebbe la possibilità di attuare quei principi della costituzione del 1936, che sono rimasti finora sulla carta, in parte proprio per le necessità militari della sua difesa.

Sarebbero così gettate le basi più sicure per una convivenza pacifica tra la civiltà europea e quella sovietica, e per una loro mutua, crescente comprensione.

8. UTOPIA E REALTA’

Finché le nuove idee politiche non si concretano in istituzioni giuridiche ed economiche, i “Realpolitiker” sempre le dileggiano come utopistiche, campate nel vuoto.

Nel 1786 Josiah Tucker, il filosofo ed economista liberale decano di Gloucester, di cui Turgot tradusse le Important questions of Commerci, scriveva:

“Quanto alla futura grandezza dell’America, e all’idea che essa possa mai divenire uno stato potente, sia in forma repubblicana che monarchica, è questa una delle idee più ingenue ed utopistiche che possa essere concepita da un romanziere. Le reciproche antipatie, e gli interessi contrastanti degli americani, le differenze dei loro governi, delle loro abitudini e dei loro costumi, danno la certezza che essi non potranno trovare mai un centro di unione, né un interesse comune. Mai essi potranno raggiungere l’unificazione in uno stato compatto, con qualsiasi forma di governo; sino alla fine dei secoli resteranno separati, sospettosi e diffidenti gli uni degli altri, divisi e suddivisi in piccole comunità o principati, in rapporto alle barriere naturali costituite dalle grandi baie del mare, dai vasti fiumi, dai laghi e dalle catene delle montagne” (Brano citato a pag.58 dell’ Union Now di Clarence Streit).

Nel 1844, uno dei maggiori storici del tempo, che pure aveva una lunga pratica delle cose politiche, Cesare Balbo, in un libro che ebbe uno straordinario successo, dopo aver a lungo spiegato come “nessuna nazione fu riunita meno sovente che l’italiana”, metteva in luce le ragioni per le quali si doveva ritenere impossibile la unificazione dell’Italia e qualificava l’idea unitaria mazziniana come “una pazzia”. “Questa – egli scriveva – è diciam la parola vera, puerilità, sogno tutt’al più di scolaruzzi di retorica, da poeti dozzinali, da politici da bottega” (Delle speranze d’Italia, pag.26, ediz. UTET, 1925).

Circostanze a noi favorevoli

Non possiamo oggi prevedere quale sarà la situazione, e quindi quali possibilità concrete di azione, si presenteranno alla fine della guerra. Ma qualunque siano per essere le difficoltà alla costituzione degli Stati Uniti d’Europa, noi siamo fermamente convinti che questo, e questo solo, è un obbiettivo veramente degno di essere perseguito, un obbiettivo che merita la nostra passione e l’impiego di tutte le nostre forze. Se anche, per avversità di circostanze, dovessimo fallire, avremo almeno combattuto per qualcosa che può dare un significato più alto alla nostra vita.

Quel che ci sembra veramente utopistico è, invece, pensare che possa esserci pace e libertà nel nostro continente, ridando solo un po’ di fiato alla S.d.N., o con lo spezzettamento della Germania ed una divisione dell’Europa in zone d’influenza delle potenze della “Trinità”, o con una politica concorde di tali potenze per esercitare in comune le funzioni di “polizia internazionale”, o con qualsiasi altro sistema che non comporti alcuna menomazione della sovranità degli stati nazionali.

E’ certo che in gran parte dipenderà da noi, dalla nostra intelligenza e dalla nostra volontà, se le circostanze saranno più o meno favorevoli. Ma già nella situazione presente è possibile riconoscere alcuni fattori importanti al nostro attivo.

Hitler, passando il rullo compressore delle sue divisioni corazzate su quasi tutti i paesi dell’Europa, spostando coattivamente da una parte all’altra del continente 44 milioni di uomini, accomunando la sorte dei popoli che hanno subito l’invasione, coordinando le loro diverse economiche con organismi che non tengono conto dei confini territoriali, ha già fatto fare grandi passi all’unificazione dell’Europa.

Ed i governi americano e britannico hanno pure già molto proceduto nella medesima direzione nei paesi che sono sotto la loro diretta tutela, o che subiscono l’influenza della loro politica, con pianificazioni internazionali per attuare la legge “prestiti e affitti” e con l’organizzazione dell’U.N.R.R.A. Di particolare importanza sono stati, a questo riguardo, anche i provvedimenti con i quali il governo britannico ha di fatto già cominciato ad attuare l’idea centrale del piano Keynes – per arrivare ad una stabilità della moneta attraverso un sistema di finanziamenti internazionali, contabilizzati da un unico centro – estendendo la “sterling area” oltre che a tutti i territori del Commonwealth, a quelli della Francia, del Belgio, dell’Olanda e delle loro colonie, con accordi che dovranno conservare la loro validità dopo la fine della guerra.

La unificazione dell’Europa risulta poi molto facilitata dal rovesciamento, avvenuto negli ultimi decenni, delle monarchie autocratiche, che fondavano sul diritto divino la pretesa di tenere come loro particolare appannaggio i paesi sui quali dominavano: le dinastie degli Hohenzollern, degli Asburgo, dei Romanov, dei Borboni, che avrebbero costituito un ostacolo insuperabile alla federazione dei loro popoli, sono state spazzate via per sempre, ed è probabile che la dinastia dei Savoia segua presto la loro sorte. Le dinastie rimanenti, adempiendo funzioni che, in sostanza, non differiscono altro che per il loro carattere ereditario da quelle dei presidenti delle repubbliche, potrebbero accordarsi benissimo colle istituzioni federali.

Infine va considerato che i bombardamenti terroristici e la minaccia di invasione hanno ormai convinto più di qualsiasi propaganda il popolo inglese che la Gran Bretagna fa ben parte del nostro continente, e che sarebbe assurdo cercare di prendere la vecchia politica di isolamento di “bilance of power. Quando si è vista in faccia la morte, come l’hanno vista gli inglesi nel 1940, si riesce più facilmente a capire quel che era suggerito dalla pacata ragione in tempi relativamente tranquilli.

La proposta di unione franco-britannica

Ricordiamo che, subito prima del crollo della Francia, il 16 giugno 1940, il governo iglese fece proporre al governo di Reynaud un’unione tra i due paesi alleati. Secondo questo progetto “la Francia e l’Inghilterra non avrebbero più costituito due nazioni, ma un’unione franco-britannica. La costituzione dell’unione avrebbe preveduto organi comuni per la difesa, per i rapporti con l’estero, per la politica finanziaria ed economica. Ogni cittadino francese avrebbe goduto immediatamente della cittadinanza britannica; ogni suddito britannico sarebbe divenuto cittadino francese”.

Il 16 giugno 1940 rappresenta per noi una data di enorme significato, perché quel giorno l’idea degli Stati Uniti d’Europa passa dal campo delle astrazioni teoriche al campo della pratica politica. Nonostante le difficoltà derivanti dalla costituzione repubblicana della Francia, dalla appartenenza dell’Inghilterra al Commonwealth, dall’esistenza di due distinti imperi coloniali, e da tante altre avverse circostanze degli uomini di governo hanno già riconosciuta la possibilità concreta di costituire un’assemblea legislativa franco-britannica, direttamente responsabile tanto verso gli elettori francesi che verso quelli inglesi.

Se la proposta fosse stata accolta, avremmo avuto senz’altro il primo nucleo della federazione europea. Con una piccola maggioranza – di 13 voti contro 10, tra i quali quello del presidente Reynaud – l’offerta fu respinta. Ma gli uomini della resistenza francese la considerano ancora valida ed aspettano che venga rinnovata non appena la Francia, liberata dai tedeschi e dal governo di Vichy, sarà in grado di manifestare la sua volontà.

Il discorso di Smuts

Ultimo indice importante dello stato d’animo attuale dell’opinione pubblica inglese è il discorso di Smuts.

Parlando il 20 maggio u.s. a Birmingham sulla ricostruzione del dopoguerra, il vecchio Maresciallo ha detto che egli metteva in primo piano il problema dell’Europa, e solo in secondo piano il problema di una nuova organizzazione mondiale per la sicurezza collettiva. Per questo secondo problema riteneva che la soluzione sarebbe stata “quasi inevitabilmente un’edizione riveduta e corretta della vecchia S.d.N.”. Ma per il problema europeo anch’egli ha prospettato come necessaria una più radicale soluzione.

“La questione se l’Europa si risolleverà – ha affermato – o se sarà condannata al tramonto, è per me la questione principale nell’attuale situazione del mondo. L’Europa è il cuore della terra; l’America non potrebbe sostituirla e l’Asia ancor meno. L’Europa è la culla spirituale dell’occidente. Non deve essere spezzettata e ridotta in atomi; non deve sprofondarsi in un miserabile caos di pezzi in frammenti. Dovrà invece raggiungere una nuova solida struttura come Stati Uniti o Commonwealth di Europa, una superba, giusta struttura che le consentirà di essere nuovamente la salvaguardia del diritto e della libertà, le quali sono appunto nate in Europa. Nell’adempimento di questo compito, la Gran Bretagna deve, grazie alla sua particolare posizione insulare, esercitare un ruolo dirigente”.

Per comprendere tutto il significato di queste parole, conviene metterle a confronto con quelle pronunciate, pochi mesi prima dallo stesso oratore, quando aveva presentato il futuro ordine mondiale esclusivamente come un problema di equilibrio tra le potenze della “Trinità” – l’Impero inglese, l’Unione Sovietica, la Repubblica Americana – invitando le piccole democrazie occidentali ad unirsi al Commonwealth britannico, per accrescerne il peso.

Quel discorso, che evidentemente era un “ballon d’essai” per saggiare la temperatura dell’opinione pubblica sollevò tali critiche e proteste, da parte degli uomini più rappresentativi delle varie tendenze progressiste in Inghilterra ed in tutti gli altri paesi, che è venuta ora questa sostanziale rettifica di posizione.

Per la prima volta un uomo di governo di una delle maggiori potenze alleate – e precisamente quegli che è da tutti considerato come l’alter ego del Primo Ministro – ha pronunciato le fatidiche parole “Stati Uniti d’Europa”, indicandoli quale possibile obbiettivo della guerra attuale.

Saper quel che vogliamo

Clemenceau diceva che la guerra è una cosa troppo seria per essere lasciata ai generali. Noi dobbiamo dire che la pace è una cosa troppo seria per essere lasciata ai diplomatici.

Fra la cessazione delle ostilità e la firma della pace definitiva è prevedibile che intercorra un periodo di sistemazione provvisoria molto più lungo di quello che si ebbe dopo la fine dell’altra guerra mondiale. Sarà questo il nostro momento; il momento in cui, se avremo idee chiare e decisa volontà, potremo dappertutto suscitare vaste correnti di opinione pubblica in favore dei nostri ideali, perché in tutti saranno ancor vivi i ricordi degli orrori e delle sofferenze patite, e la nostra voce suonerà come la voce della speranza, della fede in un mondo di pace, di benessere e di speranza.

Contro la miopia degli uomini di governo, contro l’egoismo delle classi privilegiate, i cui interessi fanno corpo con le organizzazioni statali nazionali, contro il misoneismo provinciale di coloro che ancora limitano il loro orizzonte ai confini della patria, dobbiamo fin d’ora parlare europeo, insegnare a tutti a considerare i particolari problemi nazionali come particolari aspetti del generale problema europeo, mobilitare le forze progressiste dei diversi paesi dietro la nostra bandiera per premere sui governanti delle potenze vincitrici e che tutti i provvedimenti transitori, dopo la cessazione delle ostilità, siano presi in funzione del nostro grande obbiettivo: la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Questi, se faran parte del trattato definitivo di pace, saranno la più grandiosa costruzione della nostra civiltà occidentale, l’inizio di tutta un’epoca di nuovo, più vero umanesimo.

Ma se non sapremo approfittare del periodo transitorio che si aprirà con l’armistizio, se daremo tempo agli uomini di dimenticare quel che è stata la guerra, se consentiremo alla materia che allora si presenterà fluida, fumante, di rassodarsi nei vecchi stampi degli stati nazionali, ricadremo dopo poco nel caos, che ci riporterà inevitabilmente, a breve distanza di tempo, in un’altra conflagrazione mondiale. E l’unificazione dell’Europa sarà allora all’opera, non della collaborazione dei popoli liberi, ma della ferrea imposizione di un Hitler più fortunato.

Maggio 1944

Note:

1a parte :
http://italy.peacelink.org/europace/articles/art_10470.html
2a parte
http://italy.peacelink.org/europace/articles/art_10471.html
3a parte
http://italy.peacelink.org/europace/articles/art_10521.html

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