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    Non chiediamoci cosa l'Europa può fare per gli europei ma cosa gli europei possono fare per l'Europa....

    I partiti europei un limite per il partito democratico ?

    18 agosto 2006 - Cristina Ronzitti

    16 giugno 2006: al Forum "Mediterraneo: dalla Sardegna sfida alle nuove opportunità" organizzato da ANSA-ANSAMED e dallo Studio Ambrosetti tenutosi a Cagliari il 16 e 17 giugno il noto economista Jean Paul Fitoussi (vicino al presidente Chirac) ha sottolineato più volte come l'Europa paghi con una crescita debole l'assenza di un'Europa politica.

    E ancora.

    25 luglio 2006: alla consueta cerimonia di "consegna del ventaglio", avvenuta all'incontro tenutosi al Quirinale con l'Associazione della stampa parlamentare, il Presidente Napolitano ha approfittato dell'incontro con i giornalisti per "ribadire la necessità di nutrire e investire nella fiducia per quanto l'Europa può fare sullo scacchiere internazionale e soprattutto mediorientale, funestato dalla guerra. "Siamo dinanzi a situazioni molto difficili", situazioni "gravi come quella del Medio Oriente". Di fronte alle quali "dobbiamo avere fiducia nel ruolo di bussola che può assumere l'Unione europea sul piano internazionale . (Giornale di Sardegna del 26 luglio).

    Di recente un autorevole commentatore su un giornale locale ha evidenziato che l'Europa, se per un verso fra i tanti pregi ha avuto quello di spingerci alla crescita e all'innovazione ( io aggiungerei il non trascurabile vantaggio di averci garantito 56 anni di PACE) nel dibattito sulla trasformazione dei partiti nazionali costituisce un freno piuttosto che un vantaggio, in quanto per poter qualificare l'identità di un nuovo partito nazionale è necessario dichiarare a quale gruppo politico del Parlamento europeo si vorrà aderire.

    Detto in parole povere ai partiti di nuova nascita occorre, come avviene per noi quando si entra in una stanza o in società, definirsi, presentarsi, nel senso politico del termine. Rispetto ai grandi gruppi già presenti nel parlamento europeo.

    Ben vengano i limiti se servono a ricordarci le nostre responsabilità e il quadro prioritario di riferimento.

    Se si accetta come punto di partenza del ragionamento che il compito della politica, e quindi dei partiti, è trovare soluzione ai problemi sul tappeto, occorre sottolineare che finché i partiti saranno spinti a riflettere sul problema della governabilità (come della riduzione dei fondi strutturali, o di quella dei contributi europei all'agricoltura, o della questione dello status dell'insularità, o ancora dell' "invasione" dei prodotti cinesi), confinando i loro ragionamenti al solo ambito geografico, politico e partitico statale, nell'illusione che questi problemi siano risolvibili in quella cornice, questi (i partiti) si sentiranno esonerati dalla necessità di rapportarsi alla realtà (anche partitica) e alle istituzioni europee e mondiali, "luoghi" ormai da lungo tempo principale sede dei processi decisionali.

    Il non considerare insieme ai (per es. partiti ) partners, (almeno) europei, i problemi comuni e aggiungo, all'interno di questioni cruciali più ampie di livello europeo tipo "quale bilancio deve avere l'UE perché la sua opera sia efficace" o "quali forma e dimensione " dare all'UE" perché questa sia in grado di affrontare al meglio le sfide interne ed esterne, forse porterà come conseguenza l'illusione di stare comunque perseguendo gli interessi del nostro singolo Stato o della nostra singola Regione (e non quelli di portata più ampia dei cittadini dell'intera Unione). In realtà si starà perseguendo, in concreto, il risultato di ritardare la concreta soluzione di detti problemi. Con l'aggravante che il riferimento al solo quadro statuale, nell' affrontare i problemi, non porta svantaggi solo allo Stato Italiano, ma conduce al grosso rischio di pregiudicare anche l'esistenza dell'Unione Europea, e in ultima analisi il futuro della pace in Europa e nel mondo perché si è causata la perdita di fiducia nella sua costruzione.

    Se la governabilità dell'Italia venisse esaminata alla luce dei poteri di governo che dovrebbero essere affidati all'Unione europea, per consentire all'Europa di parlare con una sola voce nel mondo, anche i problemi della riforma delle istituzioni italiane sarebbero drasticamente ridimensionati.
    Gli Stati europei ritroveranno una reale capacità di governo solo se accetteranno di affidare ad un governo federale dell'Unione europea i poteri necessari per un'efficace politica dell'economia e delle relazioni estere.

    Finché queste questioni non verranno inserite nell'agenda di tutti i partiti, i partiti continueranno a permanere in uno stato di inadeguatezza rispetto al panorama che dal 1950 vede l'Italia membro di una "famiglia" che prende ora il nome di "Unione Europea" . "Famiglia"che a livello europeo si sta attualmente rimettendo in discussione per cercare di rispondere alle sfide poste dalla globalizzazione.

    E' da sottolineare che lo stato di inadeguatezza sussiste anche rispetto alla volontà dei cittadini italiani che espressisi nel 1989 favorevoli per il 88,1% al progetto di legge di iniziativa popolare per l' affidamento al Parlamento europeo di un mandato costituente, hanno mostrato di credere nel "progetto Europa" più dei partiti che li rappresentano che continuano imperterriti a nazionalizzare le poste in gioco e i dibattiti rifiutandosi nei fatti di incanalare le seppur flebili, ma già esistenti, espressioni di un'opinione pubblica europea. A riguardo ricordo in particolare la battaglia, portata avanti durante i lavori della Convenzione, per l'inserimento di un articolo analogo all'"italiano articolo 11" nella costituzione europea. A Bruxelles, come a Cagliari.

    Cristina Ronzitti

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