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    Il nuovo apartheid della vecchia Europa

    Il «ritorno della razza» nei paesi dell'Unione europea, le mobilitazioni possibili, l'incredibile forza assimilatrice del modello statunitense. Dal nuovo semestrale «Cosmopolis», che arriverà nei prossimi giorni in libreria, anticipiamo ampi stralci di una intervista al filosofo francese Étienne Balibar «È perché vogliamo credere che il razzismo sia solo un'eredità del passato che esitiamo a identificarne le nuove forme, i linguaggi rinnovati e minimizziamo la sua gravità
    12 luglio 2007 - Thomas Casadei
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    In diverse occasioni lei ha illustrato in maniera molto analitica i termini in cui è è possibile parlare di un «ritorno della razza» nell'ambito del discorso pubblico. Quali sono i caratteri essenziali di questo ritorno? Quali le motivazioni e le implicazioni sul piano culturale e, più specificamente, politico?
    Di «ritorno della razza» ho parlato in due sensi differenti, uno soggettivo, l'altro oggettivo. Prima di tutto quello che voglio evocare è una recrudescenza delle manifestazioni razziste all'interno delle nostre società, ma mi preme anche contribuire a rendere oggetto di discussione approfondita le cause, le forme specifiche, e le conseguenze politiche di questo fenomeno, capace di attraversare sia le frontiere nazionali sia quelle continentali.
    Ne ho parlato, inoltre, anche per rendere conto dei nuovi utilizzi dello stesso termine «razza» o dei suoi sostituti, più o meno ufficiali, all'interno dello spazio di discorso planetario. Essi sono ripresi con intenzioni spesso opposte tra loro, ma in ogni caso inattese se confrontate al consenso stabilitosi già da qualche decennio all'interno del mondo accademico. Si tratta di un contesto che tende a riferirsi al razzismo come a un fenomeno regressivo e alla razza come a un ideologismo confutato dalla scienza e gettato nel discredito dalla storia.
    Questi due aspetti non sono indipendenti l'uno dall'altro. È perché vogliamo credere che il razzismo sia essenzialmente un'eredità del passato - di una qualche epoca, più o meno lontana, e all'interno di un qualche sistema ideologico o sociologico, in cui ne localizziamo le origini - che esitiamo a identificarne le nuove forme, i linguaggi rinnovati o riattivati, e che minimizziamo la sua gravità. Siamo spesso pronti - c'è da dire che in questo l'esperienza aiuta - ad ammettere che ci vorranno ancora «molto tempo», «molti sforzi», per sbarazzarci del razzismo ereditato dalle discriminazioni religiose, nazionali, coloniali ed economiche, dai pregiudizi pseudo-scientifici della storia naturale o del darwinismo sociale. Ma siamo molto meno pronti ad ammettere che il razzismo abbia un avvenire, e persino un «radioso avvenire», inteso sia in senso quantitativo sia qualitativo. È proprio perché minimizziamo questa novità (anche quando, in maniera quasi inconscia, ci serviamo dell'etichetta «razzista» nei confronti di questa o quella organizzazione politica), che tardiamo a intraprendere una seria critica epistemologica e l'analisi socioculturale richiesta da questa nuova congiuntura in cui i sistemi politici sono entrati in seguito alla «mondializzazione» e di cui fanno parte le nuove tecniche di selezione umana, individuale o collettiva legate alla concorrenza mercantile generalizzata: gli «scontri di civiltà» e le rappresentazioni dell'alterità legate a nuove divisioni strategiche del mondo, le divisioni della specie umana in gruppi «utili» e «superflui», «produttivi» e «assistiti» e via discorrendo .
    Che tipo di analisi creda si debba sviluppare a proposito della questione razziale nel contesto europeo? Molte normative e indirizzi sembrano finalizzati a rimuovere le forme di discriminazione e a veicolare «azioni positive» contro i molti volti di esclusione. Rappresenta forse l'Europa un ambizioso progetto di democrazia autenticamente inclusiva, capace di abolire le forme di esclusione, a partire da quella razziale? Oppure essa si configura come un nuovo modello di democrazia esclusiva?
    La prima domanda da porsi qui è questa: di quale Europa stiamo parlando? Da un lato, abbiamo una realtà istituzionale, anche se fragile, eterogenea, in costruzione (per quanto niente ne assicuri, d'altra parte, la permanenza). Dall'altro, c'è invece un gioco di rappresentazioni culturali, di narrazioni storiche - per non utilizzare la parola miti - che per così dire singolarizzano «un'identità» europea. Queste permettono di assegnarle una posizione nel mondo, anche se in maniera sempre più difensiva oggi se paragonata a quanto era avvenuto nel corso dei secoli passati. Il grande dibattito sull'identità europea, in parte rilanciato dall'avanzamento o dall'allargamento dell'Unione europea, e in parte esasperato dalle sue esitazioni e dalle sue ambiguità, oscilla tra le diverse prospettive quali quella di un'Europa aperta, multiculturale, le cui frontiere (per esempio il Mediterraneo) sono da millenni delle zone di contatto tra popoli e civiltà, e quella di un «nuovo ordine europeo» assediato da nemici interni ed esterni contro i quali esso dovrebbe armarsi e proteggersi. Si nota con chiarezza che quello che è in gioco all'interno del processo di auto-identificazione è, in maniera molto generale, la questione della natura della comunità politica, sia per le nazioni europee prese singolarmente che per la stessa Unione sovranazionale. Occorrerebbe qui, di nuovo, adottare un punto di vista storico al fine di mantenere nitida la visione e ottenere al tempo stesso alcune indicazioni pratiche. Ciò significa che occorre porre il problema del «comunitarismo» europeo in termini di migrazioni e di conflitti, di cui il razzismo è soltanto una delle dimensioni, una delle linee di fuga.
    Se è vero che un ordine europeo e di auto-identificazione dell'Europa non è mai esistito senza che fosse messo in atto un principio d'esclusione (basato su criteri religiosi, politici, culturali o su criteri derivati dai rapporti di dominazione economica), occorre dire che il razzismo è, sotto diversi aspetti, consustanziale all'Europa - e che, in un caso limite, «Europa» è una vera e propria categoria della razza (e cosi anche europeo). In quello che ho chiamato altrove, in maniera chiaramente provocatoria, il nuovo apartheid (nella misura in cui questo non si limita a sommare aritmeticamente le cittadinanze nazionali preesistenti, ma arriva a modificare lo statuto degli stranieri «extracomunitari» presenti sul suolo europeo facendone dei cittadini «di troppo» o, quantomeno, di seconda fascia), si ritrovano allo stesso tempo una continuazione di questa modalità di esclusione, in qualche modo rivolta verso la propria origine, e una profonda mutazione.
    Ne discende l'idea secondo cui l'Europa debba essere la sede di un dibattito morale e politico tra un principio di esclusione dell'umanità (attraverso l'utilizzo della cittadinanza) e un principio d'inclusione inscindibile dall'uguaglianza (o principio dell'identica libertà). È quanto sembra suggerire Habermas quando parla di un'Europa fondata sul «patriottismo costituzionale», abbozzo di una comunità cosmopolita, contrapposta a un'Europa alla ricerca della propria identità. Personalmente sarei ancora più radicale, poiché sostengo da molti anni, sia l'idea dello sviluppo di un apartheid europeo, che quella secondo cui l'Unione Europea non possa costruirsi come sostenibile comunità politica di nuova tipologia, se non presentandosi come un organismo maggiormente democratico rispetto ai vecchi Stati-nazione, o come fattore di democratizzazione degli Stati democratici stessi. Occorre dunque affrontare esplicitamente l'apartheid europeo e sconfiggerlo sul proprio terreno, quello della costruzione «identitaria». Per giungere a questo occorre mobilitare allo stesso tempo sia le forze interne sia quelle esterne, quelle degli inclusi così come quelle degli esclusi (questa differenza tuttavia attraversa sia gli stessi «stranieri» sia i «cittadini nazionali»). Occorre fare dell'Europa multinazionale, multiculturale, meticcia, un luogo di mobilitazione per i movimenti «sociali» che mirano all'estensione dei diritti umani: essi dovrebbero essere già in sé dei movimenti «misti», risultanti dalla fusione delle tradizioni democratiche proprie della storia europea e delle forme di resistenza, di presa di coscienza e di auto-emancipazione (empowerment) proprie degli innumerevoli «altri» che tale Europa rifiuta. Questo lascia presagire come l'avventura europea, oggi in una fase di stasi, non sia affatto al riparo da mutazioni, forse anche molto forti.
    La razza «conta» ancora negli Stati Uniti? Da qualche anno, lei svolge le sue ricerche anche a stretto contatto con il mondo americano, e tiene corsi nell'accademia americana, a Irvine in California. Da questo osservatorio lei ha tratto ulteriori elementi per articolare la sua analisi sul ritorno della razza e il razzismo? Quanto e come incide ancora il fattore razziale nella vita pubblica degli Stati Uniti? Pare che esso sia un elemento di particolare rilievo anche nell'imminente campagna elettorale che vede coinvolta una figura come quella di Barack Obama, da molti definito il «Kennedy nero»: dunque la razza «conta» oppure è possibile, in qualche modo, «trascenderla»?
    Vorrei relativizzare sin d'ora l'importanza della testimonianza che posso darvi. I campus costituiscono, sotto molti aspetti, un luogo isolato, «eterotopico», dentro la società americana (in uno stato come la California, dove insegno un trimestre all'anno, si potrebbe tentare di stabilire un'analogia - anche se un poco artificiale - con le vicine «riserve» indiane, alcune delle quali del resto stanno vivendo un momento di incredibile arricchimento grazie al loro statuto di «autonomia» giuridica). Le università sono incontestabilmente delle comunità multinazionali, a causa dell'elevato numero di insegnanti e studenti venuti da ogni parte del mondo (differenza considerevole, questa, rispetto all'Europa), ma non sono assolutamente - al di là dell'immaginazione - delle comunità multiculturali per via dell'incredibile forza assimilatrice del modello americano. Esse inoltre non sono che in misura limitata delle comunità multirazziali: a Irvine, per esempio, quasi il 60% degli studenti è di origine asiatica, con o senza nazionalità americana, ma i latinoamericani sono sottorappresentati (quando il personale di servizio è quasi esclusivamente messicano, salvadoregno, nicaraguense), e i neri sono praticamente introvabili. Non diversa la situazione a Berkeley, a due passi dalla «città nera» di Oakland, dove è stato inventato l'ebony (lo specifico dialetto afro-americano), un poco diversa la situazione a Riverside, il che mostra l'ambiguo statuto delle politiche di reverse discrimination.
    Queste sono le limitazioni da considerare per cercare di rispondere, se ne avessi la competenza, alla vostra domanda sulla candidatura di Obama. Personalmente riesco a percepire due fenomeni: questa candidatura, che si situa più o meno al centro della concorrenza per l'investitura presidenziale democratica (tra Hillary Clinton più a «destra» e John Edwards più a «sinistra»), costituisce prima di tutto la cartina di tornasole di un notevole cambiamento avvenuto nel corso delle ultime due generazioni. Nel 1961 l'elezione di Kennedy, vinta di misura, fu considerata come determinata dal sostegno che gli diedero in extremis gli elettori neri, sui quali contava ugualmente Nixon, suo avversario. All'epoca, la sola idea di un candidato nero, o meticcio, sarebbe stata chiaramente irrealistica. Oggi questo eventuale sostegno resta un fattore importante, ma non rappresenta che una delle constituencies «minoritarie» che occorre raggiungere. D'altra parte non sarà un sostegno automatico dato dal solo fatto che Barack Obama è lui stesso nero: non soltanto perché la sua vicenda personale non è rappresentativa della condizione della massa degli elettori «afro-americani», ma perché sarà per lui necessario mostrare che «rappresenta», non solamente alcuni dei loro interessi, ma la possibilità stessa di un rilancio collettivo del movimento di emancipazione.

    Note:

    Questioni globali
    Vandana Shiva e gli altri

    Diretta da Vincenzo Sorrentino e Roberto Gatti, sta per arrivare in libreria «Cosmopolis», semestrale di cultura politica dedicato all'analisi di questioni globali. Affiancata da uno spazio web (www.cosmopolisonline.it), la rivista ospita in questo primo numero una monografia sullo sviluppo, con interventi, fra gli altri, di Vandana Shiva e Eduardo Rabenhorst. Dal dossier sulla «questione della razza», anticipiamo ampi stralci di un incontro con Etienne Balibar. Già allievo di Louis Althusser, autore del saggio «L'Europa, l'America, la guerra» (Manifestolibri), Balibar insegna filosofia all'Università di Parigi X.

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