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    Uno spettro s'aggira per l'Europa……

    1 aprile 2008 - Pier Virgilio Dastoli
    Fonte: Commissione europea

    In una campagna elettorale nella quale il confronto sui temi che interessano i cittadini è spesso marginale rispetto allo scontro personale o alle polemiche sui sondaggi elettorali, era difficile immaginare che le questioni internazionali od europee potessero essere prese in seria considerazione dai partiti o dalle coalizioni di partiti che ambiscono a governare il paese.

    Eppure, sull'agenda della politica nazionale sono scritte molte cose che dovranno essere affrontate dal prossimo parlamento eletto e che dovranno far parte del lavoro quotidiano del governo che uscirà dalle urne in una logica spesso bi-partisan se eletti e governanti vorranno agire perché l'Italia conti in Europa e nel mondo.

    Spetterà ad esempio al Parlamento eletto decidere se ratificare o no il Trattato di Lisbona superando l'ostruzionismo che ne ha impedito la ratifica nell'attuale legislatura a Camere sciolte, così come era stato sollecitato dal Presidente Napolitano e sostenuto dai leader di schieramenti opposti Casini, Fini e Veltroni. Se i sondaggi saranno confermati dalle urne, la grande maggioranza di senatori e deputati dovrebbe essere favorevole alla ratifica anche se minoranze nel centro-destra e nella sinistra non faranno molto probabilmente mancare il loro voto negativo. Come è avvenuto in occasione delle precedenti revisioni dei Trattati comunitari, il Parlamento italiano potrebbe cogliere l'occasione della ratifica per confermare la volontà dell'Italia di proseguire sulla via di una più netta integrazione politica europea indicando eventualmente i tempi ed i modi per il rilancio del processo costituente nell'Unione europea.

    Il nuovo Parlamento dovrà riprendere ab initio la discussione sulla riforma della cittadinanza che prevede fra l'altro – in linea con quanto è avvenuto ed avviene in molti altri paesi dell'Unione - l'adozione dello jus soli in sostituzione dello jus sanguinis favorendo l'acquisto della cittadinanza da parte dei figli degli immigrati. Il disegno di legge presentato dal governo Prodi proponeva inoltre di ridurre il tempo necessario per la naturalizzazione dello straniero regolarmente residente da dieci a cinque anni richiedendo peraltro la verifica della reale integrazione linguistica e sociale dello straniero nel territorio dello Stato e un requisito di reddito al quale fino ad ora la legge non aveva mai fatto riferimento.

    Insieme al disegno di legge sulla riforma della cittadinanza è caduto anche quello di delega al governo per la riforma del testo unico sull'immigrazione che, pur conservando il sistema delle quote di ingresso previsto dalla "Bossi-Fini" prevedeva un sistema più efficace di monitoraggio del mercato del lavoro in relazione al quale programmare le quote.

    In questo quadro si colloca anche la questione, non eludibile, del diritto di voto agli immigrati nelle elezioni locali così come è previsto nella maggioranza dei paesi UE-15 e come è stato riconosciuto ai cittadini comunitari che risiedono in un paese membro dell'Unione europea diverso dal loro Stato di origine.

    Sia nel caso della cittadinanza che in quello dell'immigrazione, la normativa italiana si deve iscrivere e conformare alla legislazione europea in particolare nella logica di una politica comune per l'immigrazione che è stata sempre sollecitata dai governi italiani. Ne discuterà durante la sessione di maggio il Parlamento europeo e la Commissione europea si prepara a presentare nuove proposte nel mese di giugno, in linea con quel che è stato deciso a Tampere nel 1999 e successivamente consolidato nel programma dell'Aja del 2004 che fissa degli obiettivi precisi in vista del rafforzamento della libertà, della sicurezza e della giustizia nell'UE per il periodo 2005-2010.

    Insieme alle proposte per dare un seguito concreto al programma dell'Aja, la Commissione europea presenterà anche una comunicazione sulla questione dei Rom per aprire un dibattito fra le istituzioni e nell'opinione pubblica e giungere poi a prendere iniziative legislative che consentiranno una migliore integrazione di una comunità etnica che – in termini di popolazione (fra nomadi e residenti i Rom raggiungono superano i sette milioni di cittadini spesso già membri dell'Unione europea) – potrebbe essere considerato l'undicesimo Stato dell'Unione.

    In Europa, un continente che ha caratterizzato nel diciannovesimo ed in buona parte del ventesimo secolo il fenomeno dei grandi flussi migratori interni ma soprattutto quelli esterni verso le Americhe, le politiche dell'immigrazione e per l'immigrazione si sono sviluppate negli ultimi anni insieme al processo di allargamento verso l'Est e verso i Balcani cosicché in alcuni paesi come l'Italia le quote maggiori di popolazione immigrata legalmente residente sono composte da cittadini membri dell'Unione europea avvenne in passato in Belgio con gli italiani o in Lussemburgo con i portoghesi.

    Nata con una forte accentuazione sui temi della sicurezza e della giustizia penale, la politica dell'immigrazione e per l'immigrazione dell'Unione europea e dei paesi membri (UE-15) è stata poi legata al rapporto immigrato-forza lavoro nella consapevolezza che i flussi di immigrati e talvolta di immigrazione qualificata sono sempre di più una componente essenziale dello sviluppo economico e sociale delle nostre società.

    Nonostante le misure che ogni paese ha adottato per fissare delle quote di ingresso, i flussi migratori sono continuati in questi anni senza interruzione ed ora l'Unione europea si appresta a superare gli Stati Uniti in percentuale di cittadini non-nazionali residenti con una popolazione che rappresenta oltre venticinque milioni di persone e cioè un ventottesimo e multietnico Stato membro dell'Unione.

    Di fronte a questo fenomeno che costituisce in primo luogo una risorsa più che un problema, l'Unione e gli Stati membri devono agire per controllare i flussi di immigrazione con un approccio positivo di accoglienza e di integrazione, prevedendo misure comuni per garantire un equo trattamento giuridico dei cittadini dei paesi terzi laddove la loro partecipazione alla vita economica, sociale e culturale delle nostre società li colloca su un piano di sostanziale uguaglianza rispetto ai cittadini comunitari ed approfondendo gli accordi di partenariato con i paesi d'origine.

    Tutto ciò del resto è conforme allo spirito della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea che, collocando sullo stesso piano diritti civili e diritti sociali, ha affermato nel concreto i principi dell'universalità e dell'indivisibilità della dignità della persona umana.

    Nonostante queste esigenze e dimenticando spesso che siamo stati anche noi popoli di emigrati subendo condizioni inaccettabili di soggezione e di precarietà, dobbiamo far fronte ad una situazione in cui la crescita dei flussi migratori ha provocato e provoca sempre di più nei nostri paesi reazioni di insicurezza e di paura che si trasformano talvolta in veri e propri fenomeni di xenofobia (in greco: la paura dell'altro/straniero). In un recente sondaggio effettuato in 47 paesi del mondo (www.pewresearch.org) è stato constatato che le opinioni pubbliche dei paesi industrializzati e dei paesi emergenti considerano la globalizzazione economica come un fatto positivo (in Italia il 73 % dei cittadini ha una buona opinione degli effetti dell'economia di mercato aperta, più ancora che nel Regno Unito dove la percentuale è del 72 % e molto di più che in Germania, Francia e Spagna dove le percentuali sono rispettivamente del 65, 56 e 67 % e quasi al pari della Cina dove ben il 75 % degli intervistati si schiera a favore del mercato, ma guardano con preoccupazione alla crescita dell'immigrazione chiedendo un maggior controllo e più forti restrizioni (87 % in Italia, ben più che in Spagna, Regno Unito, Francia e Germania dove le percentuali sono rispettivamente del 77, 75, 68 e 66 %).

    E' compito delle istituzioni pubbliche nazionali ed europee ma anche della società civile organizzata trovare i tempi ed i modi per invertire queste tendenze, poiché solo così le opinioni pubbliche saranno pronte ad accettare leggi e politiche che garantiscano una migliore accoglienza ed una maggiore integrazione degli immigrati.

    Pier Virgilio Dastoli

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