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    Europa allo specchio

    8 maggio 2011 - Michele Ballerin (Scrittore e pubblicista, collabora con giornali e riviste di cultura politica. Nel 2010 ha pubblicato "Ciò che siamo, ciò che vogliamo. Dalla crisi dei valori all'Europa del diritto", ed. Il ponte vecchio)

    Il 9 maggio l’unità europea compie sessant’uno anni. Era il 9 maggio del 1950 quando la Dichiarazione Schuman diede l’avvio a quest’avventura unica nella storia, lasciando un po’ allibiti i giornalisti riuniti nella Sala dell’orologio al n. 37 del Quai d’Orsay. Che cosa quella dichiarazione avrebbe significato per il destino dei popoli europei lo sapevano allora in pochi e nessuno, probabilmente, come il suo ispiratore, Jean Monnet. Se c’è qualcosa di strano, è che ancora oggi siano in così tanti, in Europa e altrove, a non saperlo. L’Europa è un mistero. Voglio dire che non è chiaro – o è chiaro a pochissimi – dove l’Unione Europea sia diretta (verso quale “mistero di civiltà”, per citare una bella espressione di Balzac), né quale ruolo intenda occupare nella vita delle comunità che la costituiscono e di quella più ampia che la circonda: il mondo.

    In tanto mistero è però chiaro che la sua posizione va facendosi insostenibile: si è caricata di troppe contraddizioni. Su quelle economiche si è già detto molto e forse basterà un accenno. Nessuno riesce più a trovare argomenti per giustificare l’esistenza di una moneta condivisa (l’euro) senza un governo economico comune: questo vorrà pur dire qualcosa. Un imbarazzo molto simile colpisce chiunque posi uno sguardo spassionato sulla crisi dei debiti sovrani, su un’unione politica che non sa mai scegliere con chiarezza fra solidarietà ed egoismi, fra l’“io” e il “noi”. I paesi finanziariamente virtuosi dell’Unione – quelli che costituiscono il suo core economico, con la Germania in testa – non si risolvono a farsi carico delle difficoltà che affliggono i paesi cosiddetti “periferici”, come se ciò in definitiva non li riguardasse e non si trattasse di un problema comune; eppure tremano – tremano da cima a fondo – al minimo scricchiolio dei loro debiti sovrani, complice la cassa di risonanza dei mercati finanziari. Tutti sanno che se la Grecia fallisse nei bilanci delle banche tedesche si aprirebbero voragini; tuttavia il governo tedesco nicchia quando si tratta di tendere una mano ai cugini greci. Ma l’Unione Europea è o non è un organismo politico? È come se un invalido si ostinasse a negare di avere una gamba impedita: eppure la gamba esiste, e duole. Bisognerà occuparsene. Uomo di spalle (Magritte)

    Di politica estera non parliamo. La crisi libica e l’emergenza immigrazione hanno fatto tutto il possibile per mettere in luce l’assenza di una politica europea, e ci sono riuscite. Nessuno ha più dubbi in proposito.

    Ma a stridere sono soprattutto, in questi giorni concitati, le contraddizioni politiche che l’Unione Europea ospita al suo interno. La nota più acuta viene dall’Ungheria. Assistiamo al fatto straordinario di uno stato membro che ha da poco varato la riforma costituzionale più illiberale e antidemocratica della storia europea del secondo dopoguerra, e al fatto, ancora più straordinario, che questo stato detiene la presidenza di turno dell’Unione. Non serviva nulla di più per mettere l’Europa di fronte a uno specchio impietoso e obbligarla a porsi il più amletico dei dubbi: se sia ora il caso di esistere o meno, posto che esistere sia da intendersi in senso sostanziale e non soltanto formale. È il momento di decidere se esiste un modello europeo – se esiste un repertorio di valori europei, una civiltà europea propriamente intesa – e, nel caso, se sia opportuno promuoverlo o convenga lasciarlo perdere, una volta per tutte.

    Per un osservatore italiano il dubbio si carica di ulteriori inquietudini: perché se la situazione ungherese sembra spingere l’Europa verso il limite di sostenibilità delle contraddizioni di principio, è sempre più chiaro che la situazione italiana non è da meno. Da circa quindici anni esiste in Europa un “caso italiano”, e non si limita ad esistere: cresce, a vista d’occhio.

    Tutto cominciò quando il proprietario di tre reti televisive conquistò il governo del paese. Che cosa questo significasse allora e significhi oggi è chiaro a pochissimi, ai soliti pochi: quelle poche migliaia (centinaia?) di teste in cui alberga senza equivoci l’idea liberale. Per questi osservatori l’involuzione politica che il berlusconismo ha prodotto nella società italiana non ha segreti – non, almeno, per quanto riguarda la sua meccanica: perché non hanno dubbi sul fatto che l’informazione sia un potere pubblico, esattamente come il potere giudiziario e quello legislativo, e che di conseguenza il paradigma liberale dell’autonomia dei poteri si applichi ad essa non meno che agli altri. Il mancato rispetto di questa regola è ciò che ha inevitabilmente distorto il funzionamento della democrazia italiana, sottraendole dosi massicce dell’ingrediente liberale che avrebbe dovuto preservarla da possibili derive demagogiche e populiste. Un caso da manuale, quindi, e nessuna vera sorpresa.

    Adesso, ahimé, è tardi. Ora che l’esecutivo e l’informazione si sono saldati in un unico formidabile potere, è naturale che esso si adoperi per neutralizzare e assorbire tutti gli altri. Ogni potere soffre infatti di una fame inestinguibile. Il potere è bulimico: fagocitare, assimilare sono nella sua natura. Gli ultimi mesi di vita politica hanno visto in Italia la capitolazione del parlamento, con l’instaurarsi di una maggioranza blindata al servizio del primo ministro. Non occorre un eccesso di immaginazione per capire a chi tocchi adesso: all’ultimo baluardo, il potere giudiziario, e ai suoi massimi garanti, la Corte Costituzionale e il Presidente della Repubblica. Ma tutto ciò avviene in Europa... E ci si chiede fino a quando l’Europa liberale e democratica riuscirà a ignorare questa strana mutazione che interessa uno dei suoi paesi fondatori.

    Tutto questo non autorizza un certo pessimismo? Dipende. Potrebbe anche valere il contrario. Che la storia riceva gli impulsi più vigorosi dall’esplodere delle sue contraddizioni non è solo un punto di vista stravagante. Forse il metodo migliore per chiarirsi le idee, per conferire un po’ di trasparenza al torbido presente e ritrovare una rotta, è domandarsi quale alternativa l’Europa abbia a se stessa. Siamo davvero in grado di concepire un futuro di crescita economica per un qualsiasi stato europeo senza una moneta europea, senza risorse europee, senza una regia europea? Può darsi che qualcuno si senta di rispondere affermativamente. Ma non basta: bisogna argomentare, illustrare in concreto. Idee, prego: non slogan.

    Forse, chissà, la timidezza dell’Unione Europea – l’infinita discrezione con cui fino ad oggi ha giocato il suo ruolo – ha i giorni contati, e la timida comparsa sarà presto costretta a diventare protagonista. È che di Europa non si può più fare a meno. Circostanza notevole! Perché significa che, a dispetto delle esitazioni, delle ritrosie e degli apparenti regressi, esiste per le nazioni europee un’unica prospettiva, un’unica strada: procedere, e procedere insieme. Del resto Schuman lo disse forte e chiaro, quel giorno nella Sala dell’orologio al Quai d’Orsay: “Questa proposta costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea”. È chiara l’antifona? E se il prezzo sarà di abbandonare un paio di tabù e lasciare da parte un po’ di orgoglio nazionale, ebbene: abbiamo fatto sacrifici peggiori. Non è il caso di formalizzarsi.

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