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i federalisti europei roma 15 ottobre 2011

La lunga crisi del capitalismo è diventata ormai una seria crisi sociale nell’Occidente. In America e in Europa la disoccupazione giovanile e le diverse forme di precariato hanno raggiunto livelli che presto possono superare l’indignazione che si è manifestata su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Dopo quarant’anni è arrivato un nuovo ‘68:  è democratico e non ideologico; è realmente globale e non  nazionale. Ma come quello del ‘68 è anti-istituzionale, ma allora le istituzioni decisive erano ancora gli stati nazionali, ora sono  l’Europa, il  FMI, il G8.  Il ‘68 nasce contro la guerra imperialista americana, ora nasce come rivolta di chi non vuol pagare il prezzo della crisi economica internazionale. Il ’68 non incrociò la battaglia per l’Europa: la rivolta di quegli anni rimase segmentata nei rivoli nazionali, malgrado le aspirazioni internazionaliste. Chi allora cercò di coniugare il cambiamento della società con la costruzione europea  si scontrò con il fatto che la politica produceva ancora l’illusione di una trasformazione radicale sul piano nazionale (la rivoluzione). 

Oggi si corre un analogo rischio, ma con un’aggravante ulteriore. Il rischio è che il ‘progetto europeo’ venga scambiato per l’Europa che c’è, che è sempre più quella delle istituzioni europee (la BCE, il Parlamento, la Commissione). L’aggravante è che non c’è più la separazione tra politica nazionale ed europea (che allora , invece, c’era), perché dopo 30 anni dalla prima elezione europea e, soprattutto, dopo 10 anni di moneta unica la società europea si è, nel frattempo, formata. Ogni disfunzione nazionale diventa immediatamente europea e viceversa. Ne deriva che L’Europa (quella che c’è) sarà presa sempre più di mira, più del governo nazionale. Scrivevo un anno fa ad un amico federalista: “I governi (Francia e Germania in testa) pensano di risolvere la crisi dicendo che bisogna tagliare spesa pubblica e salari. E’ un miracolo se la gente ancora non se la prende con l’Europa, ma, di questo passo, prima o poi succederà. Per la coscienza ‘antagonista’ l’Europa è già uno Stato e ne contestano l’istituzione di prima fila (la BCE) o la bandiera. I simboli anticipano la realtà in formazione: l’unione monetaria è già un’unità politica, come dice Barbara Spinelli  citando Bini-Smaghi, solo che fino a ieri non se ne aveva coscienza.  Il movimento degli ‘indignati’ ha fatto prendere coscienza di questa unità. Quindi non serve dire che bisogna costruire l’Europa perché per il movimento antagonista l’Europa c’è già. Occorre dire che l’Europa che c’è funziona male.  Perché non c’è la democrazia europea.

Se non c’è la democrazia  europea non può esserci una politica sociale ed una politica in generale che dia un futuro alle giovani generazioni. Per  costruire la democrazia europea non puoi dire che ci vuole un  nuovo Trattato (queste cose vengono dopo).  Bisogna dire che la democrazia europea occorre conquistarsela.  Come? Contestando innanzitutto chi la ostacola per conservare il vecchio potere nazionale, che è il vero responsabile della crisi e che si mimetizza per conservarsi, scaricando tutto sull’Europa. Contestando  chi ne sfrutta la mancanza (i centri finanziari internazionali) per mantenere l’egemonia della finanza sulla politica. E poi, e soprattutto, chiedendo  delle cose concrete a chi non fa (Bruxelles), a partire, ad esempio, da un piano  per  il lavoro.  In politica è fondamentale il centro di imputazione della richiesta. Un potere  nuovo nasce, infatti, come risposta ad un bisogno diffuso di governo che manca: il giorno in cui le istituzioni europee diventeranno il centro di imputazione delle richieste popolari, quel giorno nascerà il governo europeo di fatto e la democrazia europea  (la ‘federazione’) ne sarà poi la sua forma di legittimazione, attraverso un processo che poi potrà chiamarsi ‘convenzione’, costituente o altro ancora, non importa.

I federalisti europei scrutano curiosi il treno degli ‘indignados’ per capire se e quando quei binari si possono incrociare con la battaglia per un’Europa democratica e federale. Il nuovo spaventa perché non lo conosci e tendi ad inquadrarlo nel vecchio mondo.  Ma se assumi che questi movimenti sono già ‘politica europea’, allora dovrebbe  essere normale occuparsene, così come ci occupiamo dell’ambiente, delle energie rinnovabili, ecc.  Con una differenza di fondo: che la condizione sociale è più difficile da affrontare e da gestire perché richiama subito il problema del potere sugli individui, cioè il governo della società.

Affrontare un movimento sociale come questo - che nasce sovrannazionale ed è già un fatto di ‘politica europea’ -  richiede una ‘rivoluzione culturale’ anche da parte di chi si è sempre occupato della costruzione dell’Europa politica. Ciò sarà possibile a partire da una condizione giovanile che accomuna  questi ultimi agli ‘indignados’ ,  per divenire, assieme nella lotta, un soggetto della politica europea.

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