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    Se muore il federalismo, muore l'Europa

    La “Costituzione” non basta. L'Unione Europea ha bisogno di uno slancio federalista. Per affrontare le sfide di domani.
    9 novembre 2004 - Nicola Dell'Arciprete
    Fonte: Café Babel - 08 novembre 2004

    Mentre i capi di Stato firmano a Roma il Trattato costituzionale, l'Europa torna a far discutere. Ed i critici nei confrovnti del nuovo Trattato crescono a destra ed a sinistra, alimentando un dibattito sino ad ora soffocato dalla ristretta platea della Convenzione e dai suoi adepti.

    Una “Costituzione” che fa discutere...

    In Francia, Laurent Fabius esponente della componente più liberal del socialismo francese ha aperto una frattura interna al proprio partito,
    pronunciandosi contro un'Europa che non codifica i diritti sociali ed aggiungendo il proprio “no” alla “Costituzione” ai “no” già previsti dei “repubblicani” alla Chevenement e delle estreme. In Spagna esponenti di spicco del Partito Popolare si sono pronunciati apertamente contro
    un'Europa che non inserisce i valori cristiani tra i propri fondamenti.
    In Italia, Fausto Bertinotti, il cui partito è membro della Sinistra Unitaria Europea, ha detto chiaramente che quella di Giscard non è l'Europa “della Pace e dei popoli, democratica e solidale, della cittadinanza universale, dei
    diritti sociali e dell'uguaglianza”. E dibatttito è stato acceso anche
    dalla posizione del segretario dei radicali Daniele Capezzone che
    considera questa Costituzione non solo lontana, ma contraria “al mito e
    alla speranza” di quanti, come Altiero Spinelli, furono tra gli ispiratori del movimento federalista.
    Dall'altra parte della barricata ci sono, tiepidi, i difensori dell'Europa di sempre. A volte il loro richiamo ha toni retorici. Bernard Kouchner, per esempio, ha ribadito il suo attaccamento all'Europa ed alla Costituzione firmata a Roma. Giuliano Amato, ancor più modestamente, continua a considerare
    quel testo “un passo avanti”. Tony Blair, pur non considerando l'Europa
    una priorità, ha confermato l'importanza per l'Unione di dotarsi di una
    Costituzione. Ma c'è chi sarebbe disposto a far pagare un prezzo
    salatissimo a chi democraticamente decidesse di essere in disaccordo:
    Mario Monti, l'ex commissario europeo alla concorrenza, è arrivato a
    proporre l'esclusione dall'Unione per quei paesi che, anche tramite
    referendum, non dovessero ratificare il nuovo Trattato.

    ...ma perché ora e non prima?

    Ma ciò che più colpisce è che esiste una asincronìa evidente tra il momento del dibattito
    istituzionale sul futuro dell'Europa svoltosi durante la Convenzione ed
    il tempo delle prese di posizione dei principali attori politici. Ci si
    chiede francamente perchè tante questioni vengano al pettine solo a
    babbo morto. Si potrà imputare questa aritmìa alla conduzione
    personalistica dei lavori della Convenzione da parte di Valéry Giscard
    d'Estaing od alla non rappresentatività ed ademocraticità di
    quell'organo, piuttosto che alla miopia delle classi politiche
    nazionali. Ma nessuno di questi accidenti può costituire un alibi
    convincente per limitare un dibattito finalmente carico di contrasti e
    di possibilità politiche innovative.
    Sulla prossima guerra, sulla prossima emergenza ambientale, sul prossimo
    attacco terrorista, sulle prossime tasse da pagare ed anche sulla
    questione dell'immigrazione, l'Europa del nuovo Trattato non sarà
    dissimile da quella precendete: non avrà nessuna possibilità di prendere
    decisioni sbagliate. Perché non riuscirà a prendere nessuna decisione.
    Il vecchio come il presunto nuovo sono incapaci di risolvere il problema della Ue che è poi il problema centrale di ogni sistema politico: quello dell'efficacia del processo
    decisionale.

    Fatali aritmìe

    Per rispondere alle grandi sfide - che appartengono sempre più
    all'Europa e sempre meno agli Stati Nazione - gli europei non avevano
    bisogno della Convenzione, non hanno bisogno dello stallo istituzionale
    e nemmeno delle aritmìe dei dirigenti politici. Gli europei - e non solo
    l'Europa - hanno bisogno di un sistema in cui sia possibile confrontarsi
    e decidere. Un sistema in cui un parlamento eletto direttamente da tutti
    i cittadini con sostanziali poteri decisionali, faccia da contrappeso ad
    un consiglio che rappresenti gli Stati. Hanno bisogno non dell'attuale Commissione ma di un vero e proprio governo europeo dotato di reali strumenti di direzione politica, il cui presidente sia
    responsabile in qualche modo dinanzi ai cittadini. Hanno bisogno di
    partiti transnazionali che impediscano le artimìe istituzionali e
    sincronizzino il dibattito pubblico su tutto il continente.

    L'Europa di cui ha bisogno l'Europa non è prevista da nessuno degli
    articoli del nuovo Trattato e sarebbe semplicemente impossibile con lo
    status quo. E' l'Europa federale, sognata da alcuni dei contrari
    alla “Costituzione” e verso cui dicono di tendere molti degli europei
    ufficiali. E' l'unica Europa che può metterli d'accordo e per metterli
    d'accordo li abbiamo invitati tutti a discutere, per recuperare il tempo
    perduto e per colmare aritmìe che potrebbero rivelarsi fatali. Perchè se
    muore il federalismo, muore l'Europa.

    Note:

    http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=980

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