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    Storia di un ubriacone

    Quando Dio mi chiederà "dov'é tuo fratello?", io gli risponderò "eccolo, è Moloch"

    Era sporco, stracciato, la barba lunga, i capelli incolti, le pulci penetranti sotto le unghie dei piedi. "Accompagnami tu, da sola ho paura, ma sai non ho paura della tua barba lunga, dei tuoi abiti strappati: so che tu saprai proteggermi, perché io ho visto in te un fratello".
    12 ottobre 2005 - Chiara Castellani

    Lo chiamiamo Moloch, non so cosa significhi il suo soprannome. Ma ha un suono cupo, un po' minaccioso che mi ricorda il suo terribile passato. Un nome che sintetizza una storia miracolosa.

    Quando l'ho conosciuto, nel 1994, Moloch era un ubriacone che passava le sue giornate sdraiato davanti alla cucina dove la Suor Ramona, anziana religiosa catalana, faceva preparare un pasto giornaliero ai malati di lebbra e tubercolosi dell'Ospedale di Kimbau. Era sporco, stracciato, la barba lunga, i capelli incolti, le pulci penetranti sotto le unghie dei piedi.

    Oltre che bere, fumava la canapa indiana, che in Congo è vietata ma è coltivata egualmente. E mangiava ciò che avanzava della nostra cucina.

    Io avevo già una mano sola, e la consapevolezza che tutti siamo un peso o un sostegno per gli altri, a seconda del modo con cui sappiamo porgerla a chi ci è accanto. Moloch dava fastidio, ma i suoi occhi tristi e umidi mi ricordavano tanto Don Remigio il Filosofo che a Waslala, in Nicaragua avevo trasformato da ubriacone in sentinella. E cercai di parlargli. Chi sei, da dove vieni, perché bevi? Un fallito, un morto di fame che dopo aver tentato inutilmente di ottenere il diploma di secondaria, il fatidico "Diplôme d'Etat" che negli anni '90 si comprava con la corruzione, si è dato all'alcool e alla droga. Moloch, ti do da mangiare, ma tu mi aiuti a lavare il pavimento, se lo fai ti guadagni almeno quel piatto di fagioli nani che diamo ogni giorno ai malati. Perché tu non sei malato Moloch, e puoi guadagnarti la vita, lo sai? Era il 1996 e Moloch accetta per farmi piacere di prendere in mano la "raclette", perché ha visto che GLI VOGLIO BENE in quel piatto di mbuengui quotidiano che voglio che lui stesso si guadagni.

    Poi venne il 1997 i mesi della guerra di Kabila, eravamo rimasti chiusi come topi nella nostra missione, le strade bloccate dai militari di Mobutu in ritirata anarchica, senza più una meta. Ero molto sola, in quei giorni di tragedia e follia in cui i mercenari massacrarono per rappresaglia la popolazione di Kenge. E a Kimbau non c'era più carburante: andavamo all'Ospedale a piedi. La sera faceva buio, avevo paura ma ero stanca e volevo tornare a casa per riposare. Moloch, stasera è buio, non c'è più carburante, accompagnami tu a piedi fino alla missione, da sola ho paura, ma sai non ho paura della tua barba lunga, dei tuoi abiti strappati: so che tu saprai proteggermi, perché io ho visto in te un fratello.

    Era il 1998, i militari assassinarono il Dr. Richard e io piansi, anche se ci avevano proibito di farlo. Mio fratello Moloch pianse con me, lungo quei 6 chilometri che separano l'Ospedale dalla missione. E da quel giorno fu tutte le sere, Moloch proteggi la dottoressa, che nessuno la molesti, nemmeno i militari che hanno invaso il villaggio con le loro violenze gratuite.
    Ma il miracolo avvenne nel 2000: apriamo l'ITM, la scuola infermieri di livello secondario, a cui sogno di iscrivere una buona parte del personale. Ma siamo ancora agli inizi, senza edifici, senza banchi, senza libri, senza mezzi. E sono in pochi a crederci, alla nostra scuola. Moloch mi chiede se può iscriversi, se posso aiutare anche lui a prendere quel diploma che il mobutismo e l'alcool gli hanno negato. E io gli rispondo di sì.

    Mi prendono per folle: certo, Moloch ha frequentato quei 4 anni richiesti dal Ministero della Salute per l'Iscrizione all'ITM, ma Moloch è un drogato, un ubriacone. Papà Makaka, l'infermiere chirurgo lo rifiuta: Moloch mai entrerà in sala operatoria, con la sua barba incolta, con il suo alito d'alcool. Se vuole studiare, che si limiti ai banchi della scuola e a mettere il termometro ai malati la sera...

    Tutte le sere c'è la fila dei malati davanti alla sala di consultazione: aspettano Moloch che misura loro la febbre. Moloch è identificato con quel rito serale, e se lui non c'è (ma ormai c'è sempre: non bevi più, Moloch, quando fa sera, come bevevi un tempo?) il rito non si compie. Moloch è l'uomo del termometro.

    La Radioscopia la facciamo la notte: non c'è carburante, e se si accende il gruppo, concediamo ai malati, una volta alla settimana, un'ora di luce. E' tardi, tutti gli infermieri sono stanchi, rifiutano quell'orario notturno. E allora è Moloch che entra con me nella sala di Radioscopia. E' lui che accende il Radioscopio, che istruisce i malati (solleva un po' i gomiti, respira profondamente). Poi incredibilmente diventa un paio di occhi in più: non sono più sola nella diagnosi radiologica. Quando mi sfugge un'ombra sospetta, è Moloch a vederla per me.

    Due domeniche fa, 21 novembre, c'è stato un cesareo d'urgenza: una mamma con un distacco di placenta, in fin di vita. Serve sangue, è Moloch a donarlo. E poi me lo trovo a fianco, a misurare la pressione e la frequenza cardiaca, in sala d'operazione. Ma come, papà Makaka, l'ubriacone non ti dà più fastidio? Papà Makaka ride: "Se c'è un'urgenza, io non so più fare a meno di lui"

    Il giorno in cui busserò a quella porta e Lui mi chiederà "dov'é tuo fratello?" io gli risponderò "eccolo, è Moloch".

    Note:

    Questo articolo, forse il più sentito da me scritto, era stato composto per Natale dell'anno scorso. E' apparso quest'anno su "Volontari per lo Sviluppo" di aprile.

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