Kimbau, il computer del futuro
Computer, banda larga e sistemi wireless. Queste le principali leve in grado di abbattere il digital divide. Quel divario tecnologico dell’era Internet, presente sia all’interno dei paesi sviluppati, ma i cui effetti negativi si fanno sentire in modo drammatico nelle nazioni più povere. Eppure al di là di grandi programmi strategici e massicci investimenti, spesso bastano mezzi contenuti per uscire dall’empasse. Può essere, ad esempio, una semplice penna di memoria da pochi euro. Come nel caso di Kimbau in Congo. Un agglomerato di capanne a 500 chilometri dalla capitale Kinshasa. Qui la prima lampadina elettrica si è accesa solo il 6 marzo 2007 (avete letto bene). Prima, il generatore funzionava poche ore al giorno e il villaggio si trovava nelle condizioni di un secolo fa. Niente acqua, nè luce, solo un ponte radio per collegarsi, piogge permettendo, con il centro soccorsi. Perché a Kimbau non arriva neppure la posta ordinaria, semplicemente è un puntino sulla carta geografica dell’Africa. Però esiste un ospedale, dove lavora dal 1991 Chiara Castellani, come coordinatrice di un progetto Aifo (Associazione italiana amici di Raoul Follereau). Nata a Parma nel 1956, da oltre venticinque anni opera come medico chirurgo. Al servizio di chi ha bisogno. Anche se dopo il ribaltamento della jeep su cui viaggiava nella savana, nel ’92 ha perso il braccio destro. Ma non si è arresa, continua con il suo lavoro. E a Kimbau oltre al dispensario con i medicinali è necessario avere un computer. Perché racconta Chiara: «L’invio di e.mail, attraverso un sistema a ponte radio, è la mia finestra sul mondo per non rimanere isolata». Lo scorso anno dall’Italia sono stati donati alcuni notebook abbinati a pannelli solari portatili, necessari per l’anamnesi dei pazienti durante i suoi spostamenti nei dispensari. Per dare assistenza a 150 mila persone, sparse su un territorio grande come la Liguria. Ma è subito emerso un problema: scossoni e urti di piste impraticabili, hanno in poco tempo mandato in tilt gli hard disk. Rendendo inservibili i dati dei computer. Ed ecco la soluzione. Semplice ed efficiente. Perché non utilizzare i pendrive, le piccole penne di memoria in cui di solito mettiamo musica e fotografie, anche per inserire dati e programmi? La novità è quella di installare in una “pennina”, acquistabile online e nei computer shop a meno di 20 euro, anche i programmi di lavoro. Per scrivere documenti, creare slide, aprire il browser Internet e gestire la posta elettronica. Spiega a Corriere Economia Alessandro Marescotti, di Peacelink, l’organizzazione no profit che ha realizzato il PenPc di Chiara: «Abbiniamo i file ai programmi usati per crearli. Così possono essere gestiti da qualunque computer, in modo indipendente dal sistema operativo». Di fatto si crea un microcomputer autonomo, basta un dispositivo da 1 GigaByte di memoria, da portare con sé nel taschino. Insensibile a urti e condizioni atmosferiche. Dal peso di pochi grammi e costo contenuto rispetto a un Pc tradizionale. Va rilevato che i programmi caricati al suo interno sono "open source", reperibili gratuitamente su Internet in versione "portabile". Questo consente di renderli operativi su qualsiasi Pc dotato di collegamento Usb.
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L'articolo sul Corriere Economia
565 Kb - Formato pdfAutore: Umberto Torelli

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