Latina

Mario Vargas Llosa: "Evo Morales è il nuovo razzismo"

L'ex scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, ha individuato un nuovo
bersaglio da colpire: i governi latinoamericani che non hanno alla testa
un bianco sarebbero razzisti.
24 gennaio 2006
Gennaro Carotenuto (http://www.gennarocarotenuto.it)

Di conseguenza, (Vargas Llosa lo scrive
<http://buscador.lanacion.com.ar/Nota.asp?nota_id=773706&high=vargas>sulle
pagine del quotidiano conservatore argentino la Nación,) è razzista il
governo presieduto dall'indio Evo Morales in Bolivia insiediatosi questo
fine settimana, com'è razzista il governo venezuelano presieduto dal
meticcio indio e nero Hugo Chávez e sarà razzista l'eventuale governo
presieduto dall'indio peruviano Ollanta Humala, in testa nei sondaggi.

L'argomento forte dell'intellettuale ultraliberale è che la lettura che
vede il problema dello sviluppo latinoamericano anche in termini di
razzismo delle minoranze creole che hanno sempre governato il continente
contro le minoranze native e afroamericane, non sarebbe altra cosa che
una forma di razzismo indio di ritorno contro i bianchi.

L'argomento è inconsistente, pretestuoso ed opinabile ma, approfittando
della mancanza di memoria o del pregiudizio dei suoi stessi lettori,
Vargas Llosa reinterpreta così il conflitto razziale che è parte della
storia latinoamericana. "Un latinoamericano tanto più si arricchisce
tanto più è bianco, ma se si impoverisce si indianizza" scrive Vargas
Llosa e neanche si rende conto del proprio razzismo privato insito in
tali affermazioni. Quindi il pregiudizio razziale sarebbe in America
Latina soprattutto un pregiudizio socioeconomico. E' un argomento non
privo di senso comune come di demagogia. Ma è un argomento che ricorda
quello del partito razzista sudafricano che difendeva l'apartheid come
legittima difesa bianca contro il presunto razzismo dei neri.

Quella che usa l'illustre retore peruviano è la nota figura retorica del
razzismo ribaltato. Chi, come le classi dirigenti creole
latinoamericane, sono sempre state razziste, improvvisamente scoprono,
si preoccupano e si indignano per il presunto razzismo di una società
che non riconosce più la loro "superiorità razziale", se i rapporti di
forza nella società stessa si modificano. Perciò, in società
storicamente dominate dalle minoranze bianche, e razziste, sarebbe
preoccupantemente razzista qualunque fenomeno politologico che privasse
quelle minoranze del potere politico ed economico. Le classi dirigenti
di sempre, sempre bianche, scoprirebbero secondo Vargas Llosa il loro
meticciato -dopo essersi sbiancate per generazioni più di Michael
Jackson- per dimenticare i privilegi dei quali hanno sempre goduto in un
ridicolo: "siamo tutti meticci".

Il pregiudizio socioeconomico evocato da Vargas llosa però non spiega il
radicale dislivello di reddito e di accesso ad educazione e salute tra
bianchi e non bianchi. Soprattutto dimentica il razzismo istituzionale
imperante nel continente dove, senza risalire alla schiavitù o alla
conquista, fino a pochi anni fa la grande maggioranza india della
Bolivia non aveva permesso di entrare nella piazza Murillo, la
principale di La Paz -un vero e proprio sistema di apartheid- o per le
classi medio/alte antiperoniste argentine il popolo peronista era
composto solo da "testoline negre". Il razzismo in America Latina è
sempre stato sinonimo del conflitto di classe, ma di questi tempi non è
conveniente evocarlo.

Vargas Llosa dunque riscopre l'essenza meticcia d'America (vivaddio!) ma
solo per colpire quei governi che si propongono di superare e
democratizzare l'accesso al governo offrendolo per la prima volta nella
storia a chi ne è stato escluso per 513 anni.

Non è una novità per l'ex scrittore peruviano. Questo, da quando ha
esaurito l'ispirazione letteraria, si è riciclato come propagandista in
servizio permanente effettivo al servizio della causa di tutti i governi
di destra latinoamericani, del Fondo Monetario Internazionale, del
neoliberismo più ortodosso e del Partito Repubblicano statunitense.

Vargas Llosa sembra avercela a morte con Evo Morales che definisce "un
arrivista furbo come una lucertola con esperienza solo come manipolatore
di uomini e donne". A Chávez in questi anni ha dedicato decine di
articoli, pieni più di insulti rancorosi che di argomenti politici.
Vargas Llosa non si cimenta a spiegare la stranezza del perché mai un
madre lingua aymará o quechua non sia mai diventato presidente della
Bolivia prima di Evo Morales ma è sicuro che quello di Morales, Chávez,
e domani probabilmente di Humala rappresentano: "un nuovo razzismo". Non
è neanche interessante per Vargas Llosa spiegare come e perché
nell'ultimo quarto di secolo, quello del trionfo del neoliberismo che
difende a spada tratta, in Perù e Bolivia -paesi che hanno applicato
alla lettera tutti i dogmi neoliberali- l'altezza media della
popolazione si è abbassata di 3 cm, sono raddoppiati i bambini che alla
nascita pesano meno di due kg e la durata media della vita oramai è più
vicina ai 50 che ai 55 anni. L'importante per Vargas Llosa è
delegittimare quelle stesse persone, più basse, più denutrite e con
un'aspettativa di vita più bassa, nel momento in cui riescono ad
esprimere una maggioranza di governo.

Le strumentali accuse di razzismo contro Morales e Chávez seguono di
pochi giorni le farneticanti accuse di antisemitismo contro il
presidente bolivariano Hugo Chávez, definite come assolutamente
inconsistenti da organizzazioni ebraiche sia venezuelane che
statunitensi. La crescita di frequenza e virulenza di accuse infondate
quanto delegittimanti come quelle di razzismo e antisemitismo contro i
governi progressisti latinoamericani è parte di una campagna di stampa
tendente alla delegittimazione di questi da parte del governo degli
Stati Uniti alla quale scrittori come Vargas Llosa collaborano attivamente.

Il governo degli SU, che più volte ha fatto definire tali governi come
"nuovo asse del male latinoamericano" e che ha organizzato e dato il
benestare al fallito colpo di stato a Caracas l'11 aprile 2002,
orchestra continue campagne di stampa delegittimanti contro i governi
progressisti latinoamericani. Sono campagne di stampa riprese con
munificità di spazi dalla stampa euroccidentale senza apparato critico,
né verifica, né controcanto alcuno. Veline di Washington. Il pretestuoso
e diffamante articolo di Vargas Llosa probabilmente in settimana sarà
ripreso e tradotto da qualche grande quotidiano italiano. E farà opinione.

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