Latina

Messico: Regolari o clandestini: la storia dei volti che gli Stati Uniti non vogliono vedere.

28 gennaio 2006
Alessandro Ingarsia
Era l’ultima settimana di luglio di due anni fa. Ero in un ostello ad Harlem, nella città di New York, Stati Uniti. Lui si chiamava Miguel. Miguel Guadalupe. Mi disse che Guadalupe era un secondo nome molto diffuso in Messico. Si riferiva alla Virgen, simbolo di speranza, di riconciliazione e di un futuro migliore per molti latinoamericani. Mi raccontò la sua storia, facemmo molte chiaccherate sui più disparati argomenti che ci venivano in mente: l’Europa, gli Stati Uniti, l’America vista come un unico continente, il Subcomandante Marcos. Lui mi parlava in “Spanglish” , una sorta di lingua che sta diventando tra le più diffuse negli Stati Uniti. La storia di Miguel era simile a quella di molti altri immigrati, anche se si riteneva più fortunato perché gli era bastato lasciar scadere un visto turistico per poter restare. Le altre storie che mi raccontò parlavano di disperazione, di smarrimento e della perdita della propria dignità nel momento in cui si accettava la realtà in cui si era nati. La cosa che più mi colpì fu la naturalezza con cui mi raccontava di come alcuni suoi amici si erano cambiati le impronte digitali operandosi in casa con un coltello da cucina. Stiamo parlando di migranti che ce l’ hanno fatta, che sono riusciti, anche se dopo numerose difficoltà, ad oltrepassare quel confine tra Stati Uniti e Messico che separa direttamente il “primo” dal “terzo” mondo. Entriamo nell’ottica di un mondo colmo d’ingiustizie sociali, intolleranze e ipocrisie che caratterizza la vita dei cittadini di quest’area geografica. “ Noi latinoamericani siamo poveri perché la terra che calpestiamo è ricca, i luoghi privilegiati dalla natura sono stati maledetti dalla storia” scrive Eduardo Galeano, che tramite il suo libro “Le vene aperte dell’America Latina” ha raccontato la storia del suo continente come fosse un romanzo. La storia viene posta al livello semplice della vita quotidiana e aiuta a capire che quelli che noi chiamiamo comunemente “paesi in via di sviluppo” sono per loro regioni oppresse e la nostra “ridistribuzione regressiva del capitale” è per loro l’implacabile impoverimento della classe lavoratrice. Il tema dell’immigrazione viene affrontato negli Stati Uniti come in Europa: si cerca di nasconderlo, di non parlarne e di farlo diventare un problema. Le notizie delle associazioni che operano sul fronte Messicano parlano di una vittima al giorno tra i migranti che cercano di passare la frontiera. Proprio queste associazioni sono le fonti che ci permettono di avere una visione più concreta della situazione. Sono giornalisti che si fingono migranti; associazioni come La Casa del Migrante che mette una croce di legno sul muro che divide Tijuana da San Diego, con il nome del migrante che non è riuscito a passare la frontiera; ONG di fama mondiale come Amnesty International che riescono a monitorare costantemente la situazione. E’ dall’impegno costante di queste realtà che storie come quella del mio compagno di camera, Miguel, possono trovare ascolto. Ed è grazie all'informazione, intesa come una costante presenza di osservatori imparziali e grazie alla gente comune che non si accontenta delle immagini stereotipate che le vengono proposte che si può pensare di risolvere questo “problema”.
Note: FONTI:
Galeano, Eduardo 2003 (1997), Le vene aperte dell’America Latina, Milano, Sperling
& Kupfer Editori
Amnesty International Index: Amr 51/03/1998 United States of America - human
rights
concerns in the border region with mexico, disponibile al seguente sito internet: :
http://web.amnesty.org/library/index/engamr510031998
Terre di mezzo: http://www.terre.it/giornale/articoli/440.html
Tratto da: Il fenomeno migratorio latinoamericano analizzato attraverso il caso di
Tijuana, di Ingarsia Alessandro ( 48 pag.)
Chi lo volesse richiedere: a.ingarsia@amnesty.it
Immagine in www.brittworld.com/pictures/bikeaid/day14/index.htm
Immagine in www.brittworld.com/pictures/bikeaid/day14/index.htm;

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