Brasile: la rimonta di Lula
I brasiliani hanno dimenticato il mensalão e sono tornati a riporre nel presidente Luiz Inàcio Lula da Silva quella fiducia che, secondo numerosi osservatori, il governo ed il Partido dos trabalhadores avevano irreversibilmente dilapidato. L’ultimo sondaggio, predisposto dall’istituto di ricerca Datafolha e pubblicato il 22 febbraio, attribuisce all’attuale inquilino del Planalto un vantaggio di cinque punti sul sindaco di San Paolo Josè Serra, che ha buone probabilità di essere il candidato prescelto dal fronte moderato per disputare le elezioni presidenziali del prossimo ottobre. Nelle proiezioni riguardanti il ballottaggio Lula è infatti accreditato del 48 per cento dei consensi contro il 43 di Serra. I dati relativi al primo turno lo vedono addirittura prevalere di ben 8 punti percentuali: mentre il sindaco paulistano si ferma al 31 per cento, il petista si aggiudicherebbe addirittura il 39 per cento delle intenzioni di voto.

Lula insieme all"ex presidente del Pt, José Genoino Non per nulla Lula lo ha soprannominato «pacificador», il pacificatore. E" però la vicenda umana dell’ex presidente petista José Genoino a darci il segno e la misura del rinnovato clima politico. E’ cronaca dei mesi scorsi: già vista compromessa la propria autorevolezza per le accuse di una gestione spesso «allegra» delle finanze del partito, ha abbandonato precipitosamente ogni incarico dopo la scoperta di centomila dollari custoditi nelle mutande. Le mutande in questione, per la cronaca, appartenevano all’assistente-portaborse del fratello, deputato statale del Ceará, ma poco importò. L’ex guerrigliero dell’Araguaia uscì di scena. Adesso Genoino torna alla vita pubblica tenendo un corso, su incarico del sindacato dei metalmeccanici, a quaranta dirigenti di quell’organizzazione. Le lezioni verteranno sulle vicende brasiliane successive al colpo di stato del 1964. «Si può parlare di un corso di storia contemporanea», ha riferito, disteso in volto, l’ex presidente. Rasserenato anche, invero, dai successivi sviluppi delle indagini, che hanno fatto dire al suo avvocato Luiz Fernando Pacheco: «Nelle cinquecento pagine dell’inchiesta della polizia non c’è nessuna prova del suo coinvolgimento con i dollari delle mutande. I suoi movimenti bancari sono vagliati da otto mesi», ha tagliato corto il legale «e non è stato riscontrato nessun deposito sospetto, nulla di nulla». Sul fronte conservatore si cerca di reagire alla ripresa di Lula nei modi più svariati, sebbene la tendenza prevalente sia quella di minimizzare. «Sarebbe opportuno che non ci perdiamo dietro questa storia dei sondaggi elettorali, che a dieci mesi dalle elezioni, quando nessuno vi si dedica a tempo pieno, non hanno alcuna importanza», afferma, evidentemente rivolto ai fedelissimi, il governatore socialdemocratico dello stato di San Paolo Geraldo Alckmin. Secondo lui, in sintesi, i giochi inizieranno solo con l’apertura ufficiale della campagna elettorale: «le elezioni hanno inizio quando cambia l’orario di messa in onda della telenovela. Il processo elettorale è molto dinamico e avrà inizio solo con lo sbarco della campagna elettorale su radio e televisione». Altri esponenti del centrodestra reagiscono invece con l’attacco ed accusano il presidente uscente di fare campagna elettorale approfittando dell’apparato dello Stato. Ad essere nel mirino sono soprattutto i viaggi di Lula, definiti, senza mezzi termini, elettoralistici. «Dovrebbero chiedere all’opinione pubblica quanto tutti riscontrano. Lula sta facendo campagna elettorale, e la fa dall’alto della sua carica di presidente», attacca Serra. Prescindendo dalle dichiarazioni ad uso dell’opinione pubblica, i vertici del fronte moderato sono convinti che tra le cause del loro calo vi sia la mancata scelta ufficiale dello sfidante, o degli sfidanti, alla presidenza. A complicare la situazione interviene poi un nuovo sondaggio Datafolha, secondo cui la metà degli elettori di San Paolo si dice contraria a che l’attuale sindaco lasci l’incarico per concorrere alla più alta carica; vedrebbe con favore l’operazione, invece, solo il 36 per cento del campione intervistato. La scelta finale dello sfidante, con buone probabilità, cadrà su Serra, non solo perché più forte nei sondaggi rispetto ad Alckmin, ma anche perché preferito dai vertici del proprio partito, a cominciare dall’ex presidente Fernando Henrique Cardoso. Il prefeito dovrà però scontare un forte handicap d’immagine per il mancato mantenimento della promessa elettorale che fece nel 2004: se eletto – annunciò – avrebbe governato la megalopoli di San Paolo per l’intero mandato. Senza considerare che questa mossa potrebbe compromettere i risultati del Psdb nelle future competizioni elettorali paulistane, sia per la carica di sindaco che per quella di governatore. Gli avversari del presidente in carica, che vedono in Lula l’espressione più tipica del messianismo politico, sono convinti che la schiacciante vittoria del 2002 sia dovuta alla sua immagine di «salvatore della patria», sapientemente costruita durante la campagna elettorale. Credono quindi che solo l’esaurimento dell’«era Lula», più che una grande performance del proprio candidato, possa assicurare loro la risalita al potere. Un ruolo importante per la scelta del presidente lo giocherà anche la situazione economica. In particolare il recente dato sulla crescita del prodotto interno lordo brasiliano non farà dormire sonni tranquilli a chi auspica la conferma dell’attuale governo: l’incremento del 2,3 per cento nel 2005 rappresenta non soltanto una forte frenata rispetto al +4,9 del 2004, ma anche la peggiore performance rispetto a tutti gli altri paesi dell’America latina, eccetto Haiti. La vicina Argentina, sempre più lontana dalla crisi economica di qualche anno fa, assiste ad una crescita del 9,1 per cento, superando di poco il 9 del Venezuela di Chávez. Gli stessi Perù ed Uruguay sembrano aver superato le difficoltà economiche dei mesi scorsi, facendo registrare una crescita del 6 per cento. Il dato, che secondo i più maliziosi si sarebbe preferito pubblicare solo alla vigilia della follia carnevalesca, va a interrompere tutta una serie di buone notizie economiche che l’équipe di governo reputa fondamentali in vista della rielezione. Il primo effetto sarà il nuovo indebolimento del ministro dell’economia António Palocci, che già vede il proprio agire ben vigilato, e quando possibile limitato, da altri membri del governo. A iniziare da Dilma Roussef e Luiz Marinho, che starebbero guadagnando sempre più credito dinnanzi al presidente Lula. Il quale ultimamente ha dato ripetutamente l’impressione di sentirsi tradito dalla gestione di Palocci, che assieme al presidente del Banco centrale gli aveva promesso per lo scorso anno un ritmo di crescita superiore al 4 per cento. Il presidente, che con l’abituale ottimismo aveva più volte proclamato la possibilità di raggiungere un lusinghiero 5 per cento, dovrà ora inghiottire amaro e giustificarsi tramite la vecchia formula della «fotografia del passato». Rimarcando che i tempi difficili sono ormai passati e che l’economia ha già iniziato a crescere ad un ritmo elevato. Lula ha confessato, in un colloquio con un proprio collaboratore, che intende controllare più da vicino la gestione economica. Più che mai esplicita l"immagine utilizzata: sono le «redini corte» ciò che a suo dire ci vuole. Non accetterà quindi che l’avanzo primario (ossia la differenza tra entrate e spese, al netto del pagamento del debito pubblico) superi di un centesimo l’obiettivo prefissato, ossia il 4,25 per cento del Pil, e farà in modo che i tassi di interesse siano abbassati in modo consistente. Chiaro il fine ultimo del presidente: per l’anno in corso non sarà ammissibile nessun tasso di crescita inferiore al 5 per cento del Pil. Consapevole che questa crescita ridotta sarà un argomento molto sfruttato dall’opposizione in campagna elettorale, cercherà di modificare radicalmente un quadro in realtà più preoccupante di quanto possa apparire a prima vista: con una popolazione aumentata dell’1,4 per cento rispetto al 2004 e che raggiunge quota 184 milioni e duecentomila abitanti, il Pil pro capite è salito soltanto dello 0,8 per cento. Ritmi quindi da “vecchia Europa”, lontani anni luce da quelli che servirebbero per il definitivo decollo di un’economia emergente. Ne consegue che la media di crescita negli anni dell’amministrazione Lula si attesti, per ora, su un modesto 2,6 per cento: poco al di sopra, quindi, del 2,3 degli anni di Cardoso e del 2,2 dell’ultimo decennio. Secondo Rebeca Palis dell’Ibge (Instituto brasileiro de geografia e estatística) la frenata sarebbe dovuta ai settori dell’agricoltura e dell’industria di trasformazione, mentre i consumi avrebbero continuato a mandare segnali positivi: «il 2005 è stato l’anno della domanda interna, seppur anch’essa sia in calo rispetto al 2004. L’input è venuto soprattutto dal consumo delle famiglie, a sua volta influenzato dal maggior ricorso al credito e dall’aumento della massa salariale». Sandra Utsumi, di Bes Investimento, propone una lettura più complessa, indicando nell’alto costo del denaro e nella crisi politica i responsabili del mancato decollo dell’economia brasiliana nonostante la congiuntura internazionale favorevole: «nel 2005 sono state frustrate tutte le aspettative di crescita. Vi sono state pressioni inflazionistiche più forti e ciò ha indotto il Banco centrale ad una maggior prudenza. Oltretutto vi è stata una crisi di fiducia di consumatori e imprese per via del turbolento scenario politico». Secondo l’economista «è dunque l’insieme di tutti questi fattori ad avere ridotto il ritmo di crescita di almeno un punto percentuale rispetto a quanto inizialmente previsto». Alex Agostini, economista di Austin Ratings, si dice invece convinto che le responsabilità siano soprattutto del Banco centrale e della sua esagerata preoccupazione per l’inflazione. «l’aumento dei tassi d’interesse ha pregiudicato moltissimo l’economia brasiliana, soprattutto il settore industriale». La volontà delle opposizioni di sfruttare a fini elettoralistici queste nubi che si addensano sul fronte economico è dimostrata dalla fantomatica comparsa di un sondaggio fantasma, a cui Vox Populi, l’istituto che ne sarebbe autore, non ha dato la successiva conferma. Secondo tali rilevazioni Lula e Serra, nella proiezione riguardante l’ipotetico secondo turno, sarebbero appaiati nel 42 per cento delle intenzioni di voto. Nel primo turno il petista manterrebbe un vantaggio di ben sei punti. Come prima accennato, le notizie dal fronte economico precedenti il dato sulla crescita erano state decisamente soddisfacenti. In particolare, sui resoconti delle maggiori testate economiche si percepiva entusiasmo e sorpresa per la costante e decisa rivalutazione del real, ai suoi massimi sul dollaro dal marzo 2001. E se pure questo rafforzamento sia stato favorito dalla Misura provvisoria (provvedimento simile ad un decreto-legge, ndr) che stabilisce l’esenzione fiscale per gli stranieri che investono in titoli pubblici nazionali, mai come ora il Brasile sembra avere tutti i requisiti per attrarre gli investimenti esteri. Il pagamento anticipato del debito estero, il basso indice di rischio (noto come risco Brasil), i record consecutivi del saldo commerciale ma soprattutto gli alti tassi d’interesse applicati, rendono appetibile il mercato brasiliano e sono garanzia di un ulteriore e costante rafforzamento della moneta. Questo scenario potrebbe essere modificato soltanto da un deciso taglio del costo del denaro, come auspicano sia gli esportatori, sia lo stesso Lula. Per adesso il Brasile si gode il «super real», che consente non solo di risparmiare sulle importazioni e contenere l’inflazione, ma anche di rinnovare con minori difficoltà un complesso produttivo ed industriale spesso antiquato ed obsoleto. Secondo Luiz Fernando Furlan, ministro di Sviluppo, Industria e Commercio estero, se la sopravvalutazione continuasse potrebbe cominciare a farsi sentire negativamente sul fronte dell’export. Egli prevede che la riduzione del ritmo delle esportazioni faccia diminuire il flusso di dollari verso il Paese, rivalutando al contempo la moneta nordamericana: «il tasso di cambio sarà riaggiustato dalle stesse forze del mercato». Furlan si dice poi convinto che vi siano tutti i presupposti, a cominciare dalla riduzione dell’indice di rischio, per un nuovo taglio del costo del denaro. Lo stesso invito del segretario al Tesoro degli Stati Uniti, John Snow, che raccomanda agli investitori di guardare versi i mercati «emergenti», lascia ipotizzare che prescindendo dalla politica monetaria adottata, il flusso degli investimenti stranieri non dovrebbe ridursi. La sensazione è che un’economia in chiaroscuro, ingessata, escludente e poco dinamica, ma anche stabile e lontana anni luce dal paventato rischio di default, possa offrire a Lula quei margini di manovra per quelle strategie elettoralistiche utili alla sua riconferma.
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