Bolivia - Cochabamba - Nuova grave aggressione alla libertà di stampa
Quando abbiamo appreso dell’elezione di Evo Morales, come abbiamo scritto, abbiamo preferito attendere molti giorni prima di scrivere le nostre analisi su quanto avrebbe potuto significare questa elezione per il Paese. Perché sappiamo quanto sia complicata la situazione in Bolivia, che non deve fare i conti solo con una economia sull’orlo del fallimento, ma anche – e soprattutto – con i tanti, troppi poteri che si spartiscono i settori della vita quotidiana della società civile. Uno dei settori che più si trova sotto l’occhio del nostro (modesto) Osservatorio è quello della pubblica sicurezza. Più volte abbiamo cercato di semplificare la folla di divise, bande, squadre e organizzazioni militari e para-militari che si sono appropriate dell’enorme potere dato dalle armi alle loro cintole, e abbiamo già chiarito quanto sia pesante l’ingerenza di poteri esterni allo stato boliviano (poteri sia privati che di paesi stranieri) all’interno delle forze di sicurezza. Tutto ciò sta nelle analisi e negli articoli che abbiamo pubblicato nel corso di questi anni. Parole, numeri, dati asettici. Poi capita che una persona che conosciamo e stimiamo, un collaboratore di Selvas.org, finisca nelle trame intessute da queste “bande armate”; un giornalista di chiara fama che ha dedicato tutta la sua vita, e non soltanto la sua carriera, alla denuncia della corruzione e dei legami tra narcotraffico e gruppi di potere, un giornalista che con le sue inchieste ha portato più di un volto noto alla sbarra degli imputati e che nel 2004 è stato ad un passo dalla morte a causa delle pugnalate allo stomaco ricevute per impedirgli l’ennesima inchiesta. Ebbene, questo giornalista, Wilson Garcia Merida, è stato accusato di narcotraffico senza che ci sia una sola prova contro di lui, fermato da pattuglie di polizia private che, con l’aiuto della polizia vera ed ufficiale, lo hanno consegnato nelle mani della FELCN, Fuerza Especial de Lucha contra el narcotráfico (Forza Speciale di Lotta al Narcotraffico), gruppo armato creato per mettere in pratica i dettami della Legge 1008 boliviana (contro la quale più volte si è espressa anche Amnesty International) in strettissima relazione con la Drug Enforcement Administration (DEA) statunitense. Cosa è successo nel dettagli oal nostro collega lo potrete leggere nei documenti allegati. Cosa succederà al nostro collega nell’immediato futuro lo saprete leggendo gli articoli con i quali seguiremo questa sua incredibile storia. ****************************************************************************** Biografia Wilson Garcia Merida ha accumulato nel corso di 20 anni di carriera un curriculum professionale estremamente importante. Ha intervistato i protagonisti della storia contemporanea come Eduardo Galeano e Evo Morales, incontrato per la sua prima intervista nella qualità di dirigente cocalero nel 1992. Dopo aver terminato gli studi di economia e sociologia all’Università di San Simon (UMSS) di Cochabamba, ha studiato Comunicazione Sociale all’Università Cattolica Boliviana (UCB) a La Paz dove ha preso un diploma in Storia Andina (Facoltà di Antropologia) al Centro de Estudios Superiores Universitarios (CESU) della UMSS. È autore del libro in due volumi sulla storia di Cochabamba (“Un secolo a Cochabamba”) ed ha pubblicato, oltre ad altri libri, molti saggi accademici sulla questione coca e cocaina nel Chapare. È stato corrispondente per il quotidiano di Cochabamba (la sua città) Los Tiempos durante il Congresso Nazionale della fine degli anni ’80, e per questa testata ha scritto molti articoli di giornalismo investigativo sul narcotraffico a Huanchaca e La Floresta (provando, tramite la sua rubrica “Dal Parlamento” che qui la Cia manovrava l’affare droga in Bolivia). Le inchieste giornalistiche sono diventate la sua specialità, soprattutto in campo di narcotraffico e per la difesa dei diritti dei campesinos cocaleros. Negli anni ’90 è stato a capo della Unità di Investigazione Giornalistica ed ha fondato il periodico El Nuevo Heraldo e il Servizio Informativo Datos & Analisis. Le sue inchieste continuano a dare fastidio e, dopo il primo tentativo di omicidio che lo ha visto vittima nel 1990 dell’aggressione di un libanese (per questo condannato a soli 5 anni di carcere dopo un processo che ha ricondotto la mano del sicario alla volontà del MNR, il partito dell’ex presidente Gonzalo Sanchez de Lozada), nell’agosto 2004 viene pugnalato in un gravissimo attentato che gli è quasi costato la vita. Le cure mediche gli costano il periodico - El Nuevo Heraldo - costretto a chiudere i battenti. Da quella data, Garcia Merida produce articoli, analisi e inchieste esclusivamente via internet, collaborando anche con l’Osservatorio Informativo Selvas.org che pubblica i suoi lavori in italiano e in spagnolo. Il 24 gennaio di quest’anno è stato aggredito fisicamente dall’ennesimo politico del quale aveva prodotto le prove della sua corruzione (aggressione che gli è costata l’uso della mano destra per quindici giorni, denunciato all’opinione pubblica internazionale da Selvas.org http://www.italian.it/isf/alertnews411.htm). **************************************************************************** Ecco la lettera-denuncia di Wilson Garcia Merida ai colleghi giornalisti boliviani Cochabamba, 28 aprile 2006-04-29 Spett.Le Congresso Nazionale della Confederazione dei Giornalisti di Bolivia Valle de Vinto Egregi colleghi. Desiderando tutto il successo possibile per le vostre deliberazioni per l'unità e la dignità dei giornalisti boliviani, mi permetto denunciare a questo Congresso un fatto orribile che non solo mi causa danno personale e professionale, ma è anche un flagrante attacco ai principi sacri della libertà di stampa in Bolivia. Dalla scorsa domenica 23 aprile sono inquisito di narcotraffico, secondo la draconiana Legge 1008 imposta nel nostro paese dal governo degli Stati Uniti; adesso sono sottoposto a misure preventive e nell'imputazione firmata dal procuratore antinarcotici Weimar Barea Aramayo e dal funzionario della Forza Speciale di Lotta Contro il Narcotraffico (FELCN) René Vargas Martínez si legge: "L’imputato Wilson García Mérida, alla contestazione di non avere un domicilio abituale, famiglia, lavoro o affari nel paese, riferisce di essere un giornalista senza indicare il relativo posto o indirizzo di lavoro, non garantisce la propria permanenza nel paese e essendo coinvolto in attività illecite di traffico di droga è probabile che possa lasciare il paese e/o possa entrare facilmente in latitanza per eludere le proprie responsabilità penali ". Anche se il menzionato tenente René Vargas ha conoscenza Della mia professione e del mio domicilio avendo in custodia i miei documenti personali che confermano la mia situazione, e visto che il procuratore Barea Aramayo potrebbe verificare in situ l'indirizzo che ho indicato al momento della mia detenzione, con un’imputazione affrettata a meno di 24 ore dal mio fermo mi è stato applicato l’articolo 234 del Codice di Procedura Penale che si riferisce al “Pericolo di Fuga”, sentenziando che "non avendo l’imputato indicato alcun domicilio abituale, famiglia, affari o lavoro, esiste evidentemente il pericolo di fuga". Inoltre, se mi viene applicato ipso facto l’articolo 235 del codice del Codice di Procedura Penale che si riferisce al "Pericolo di Ostacolo alla giustizia", si indica che "Esistendo un imminente pericolo di fuga, restando l’imputato in libertà potrebbe far sparire le prove e le evidenze che ancora non sono state trovate, come documentazione ed altri elementi di prova che dimostrino il nesso con i fornitori o clienti delle sostanze controllate che gli sono state sequestrate, per cui esiste il pericolo di ostacolo all'inchiesta. Inoltre bisogna prendere in considerazione il suo atteggiamento di fronte alla scoperta del suo reato, un comportamento criminale, essendosi mostrato aggressivo contro i funzionari di polizia". Cioè, visto che esiste il rischio per cui avrei potuto fuggire dal paese o "ostacolare l’indagine", Bareas e Vargas hanno richiesto a un giudice il mio trasferimento immediato alla prigione di San Sebastián, dove sono rimasto in isolamento per oltre 24 ore in una cella del FELCN, tutto in una sola domenica, intervallo in cui, in più, sono stato torturato e bastonato dai secondini, nel tentativo di farmi vuotare il sacco, per cui, secondo l'esame medico legale, mi trovo immobilizzato per 25 giorni. Tutto è iniziato alla fine di una riunione che ho avuto con alcuni membri del Foro Cultural, fino a mezzanotte passata di sabato, nel momento in cui mi apprestavo a tornare a casa con materiale giornalistico che dovevo pubblicare domenica sul giornale La Voz per l’uscita del lunedì. Ero in compagnia di parecchi artisti plastici. Appena ho preso commiato da uno di loro, vicino alla Plaza Principal, sono stato seguito da una pattuglia del 110 (come una volante del 113 nel sistema italiano, ndt) che, insieme con un altro gruppo di pattugliatori, ha provato inizialmente ad accusarmi di aver rubato un veicolo, cioè hanno in primo luogo tentato di arrestarmi come ladro e quando mi sono difeso legittimamente da una simile accusa, mentre venivo colpito da alcuni pattugliatori, sono stato salvato da un colonnello dell'Esercito che passava casualmente da quel luogo, che è un mio amico. Una volta che l'amico militare se n’è andato via pensando che fosse tutto chiarito al momento dell’arrivo della polizia del 110, chiamata dalle stesse pattuglie che figurano nel verbale come “nei pressi di calle Calama”, entrambe le squadre mi hanno accusato di portare cocaina, motivo per cui mi hanno messo immediatamente nella cella del FELCN, senza la presenza di una procuratore, cosa che è un'illegalità assoluta. La cosa incredibile è che una volta detenuto dal FELCN, la cocaina è sparita e al suo posto mi hanno attribuito il reato di trasportare mezzo chilo di marijuana in una tasca che non ne ha la capienza. Tutto quanto detto è dettagliato nell'imputazione del procuratore Barea Aramayo nei seguenti termini: "Il 23 di aprile 2006, alle ore 03:30 a.m., personale della pattuglia del 110, sotto il comando del Sottotenente Josmar Peffaure Silva, ha prestato servizio per il FELCN, trasferendo l'arrestato di nome Wilson García Mérida. Come denunciato dai presenti (ossia i pattugliatori) nelle vie Calama ed Esteban Arze, il sottotenente Peffaure si è presentato in questa zona con l’obiettivo di verificare il possibile furto di veicoli, aggressioni verbali e fisiche effettuate da una persona di sesso maschile. Una volta sul posto, hanno proceduto a realizzare il controllo al soggetto di cui sopra, trovando nella sua tasca di sinistra un involucro sospetto con le caratteristiche della marijuana. Alla dipendenza del FELCN si è proceduto a realizzare la perquisizione personale dell’arrestato, trovando nella sua tasca di sinistra un sacchetto di plastica trasparente che mostrava al suo interno un involto di carta di giornale che conteneva una sostanza verdastra con le caratteristiche della marijuana, un cellulare marca Nokia 8260 con il numero 71966218, e un’agenda con differenti numeri di telefono". Dicono che hanno trovato nella mia "tasca di sinistra" (anche se non specificano di quale indumento) 50 grammi di marijuana che nego completamente di avere trasportato, anche perchè una simile quantità non entrerebbe in nessuna delle mie tasche, né dei pantaloni, né della camicia, né del cappotto che portavo in quell'occasione. Il mio cellulare, che è uno strumento per il mio lavoro giornalistico, è stato inviato alla Direzione dei Beni Sequestrati con un atto che recita: "Come previsto dall’art. 254 del Codice di Procedura Penale, si dispone il sequestro di un cellulare marca Nokia modello 8260 che è stato usato come mezzo di comunicazione per la commissione del reato di trasporto di sostanze controllate; dovendo aggiungersi lo stesso al rappresentante legale della Direzione del Registro, Controllo e Amministrazione dei Beni Sequestrati”. Ma questi abusivi (i pattugliatori, ndt) non solo hanno sequestrato il mio cellulare con il pretesto che sono un narcotrafficante, ma mi hanno preso i soldi che avevo per pagare l’affitto (3.000 bolivianos che mi erano stati prestati dai miei genitori); il materiale giornalistico per l'edizione della Voz di lunedì (sui quali avrei dovuto lavorare quella domenica) con i documenti della Scuola di Arte e di Talenti, la mia carta di identità e una tessera stampa che hanno confermato chi sono, le chiavi di casa mia, una cintura di pelle, finanche una confezione di preservativi. Il procuratore ha istruito il tenente René Vargas affinchè mi restituisse gli effetti personali, tra cui il tesserino stampa e la mia carta di identità; ma la polizia ha rifiutato di farlo fino all’udienza preliminare, domenica alle 6 del pomeriggio, completamente senza fondamento, pronto per essere trasferito alla prigione del San Sebastián dove mi aspettavano altri pattugliatori con l’ordine di assassinarmi all’interno del carcere, fatto che in strutture come Palmasola di Santa Cruz è abbastanza solito. Oltre ad avermi tenuto in isolamento per tutto il tempo della mia detenzione al FELCN, anche se il procuratore aveva ordinato al tenente René Vargas di permettermi almeno due telefonate per chiamare il mio avvocato e informare la mia famiglia, sono stato torturato durante la detenzione. Vargas non soltanto ha proibito ai suoi subalterni di farmi fare le telefonate, lasciandomi senza alcuna difesa tanto che sono arrivato all’udienza come un soggetto pericoloso e sconosciuto, ma questo poliziotto corrotto, che è una vergogna per la sua istituzione, ha anche istigato altri secondini a bastonarmi, cosa che hanno fatto colpendomi l’occhio sinistro, rompendomi gli occhiali, e colpendomi in tutto il corpo e cercando di strangolarmi quando ho chiesto di andare al bagno per le mie necessità, diritto di cui sono stato privato tanto da essere costretto a urinare all’interno della mia cella. Oltre a non avere mangiato un solo boccone durante tutto il mio sequestro, ho dormito ammanettato, cosa che mi ha causato l’escoriazione dei polsi, e quando ho urinato nella cella è arrivato un ufficiale chiamato Mendoza che ha cominciato a strangolarmi dicendomi che, una volta morto, avrebbe detto che mi ero suicidato perchè sorpreso “in flagrante” mentre trafficavo con la droga. Esasperato, con le lacrime agli occhi, gli ho dato una testata in bocca chiedendogli di lasciarmi il collo e dicendogli che il suo rapporto sul mio suicidio non avrebbe potuto essere credibile perché avrebbe dovuto spiegare la ferita sul volto. Questo mi ha salvato. Devo chiarire che il tenente René Vargas Martínez, il responsabile principale dell'accusa di traffico di droga che pende sulla mia testa e istigatore delle torture che ho sofferto, è figlio del dirigente del settore trasporti e deputato di Nueva Fuerza Republicana (NFR) René Vargas Meruvia, che è uno dei mandanti del tentato omicidio che ho subito nell’agosto del 2004, quando ho lasciato il suo domicilio a Quillacollo. Il procuratore Barea Aramayo ha fatto la sua apparizione in scena alle 9 della mattina e poco prima del suo arrivo al FELCN un altro poliziotto ha cercato di intimidirmi avvertendomi che se parlavo “più del dovuto” con il procuratore mi avrebbe applicato la “Legge sulla Fuga”. Quando ho replicato alla polizia che le minacce non mi toccavano, non solo mi hanno lasciato le manette, ma mi hanno immobilizzato con un altro poliziotto che mi ha dato un pugno sulla faccia spaccandomi le labbra. In questo momento è comparso il procuratore Barea Aramayo e quando ho denunciato a questa autorità tutti questi abusi, il procuratore ha accusato me di aver causato la reazione violenta essendo "molto irreverente con l'autorità". Quando gli ho chiesto di essere sottoposto ad un esame legale, il procuratore si è preoccupato di quello che avrebbe potuto essere stabilito sulle ferite che avevo riportato a causa del colpi dei poliziotti . Il medico legale, comunque, mi ha riservato un trattamento propotente e sgradevole mentre effettuava il suo controllo veloce e superficiale. Nella mia dichiarazione informativa ho chiesto al procuratore di essere sottoposto ad un esame tossicologico per dimostrare che non sono un drogato, che non ho nessuna sostanza proibita nel mio organismo e che men che meno sono un trafficante di droga, ed inoltre ho chiesto di essere sottoposto un esame per il controllo dell’alcolemia per dimostrare che non ero sotto gli effetti dell'alcool quando mi sono difeso durante le botte che mi avevano dato i pattugliatori che mi accusavano di essere io l’aggressore. Barea Aramayo non ha dato corso a queste richieste perché il suo obiettivo era dimostrare che sono un narcotrafficante per forzare a tutti i costi il mio trasferimento al carcere pubblico di San Sebastián avendo io commesso “un delitto di lesa umanità”, come recita la sua ridicola imputazione. In questo modo ho trascorso la domenica completamente isolato e privato del mio diritto ad una legittima difesa e così sono arrivate le 6 del pomeriggio, ora in cui era stata fissata l’udienza preliminare al terzo piano della Corte Distrettuale di Giustizia, udienza ottenuta dal procuratore Barea - con sorprendente velocità - di cui sono stato informato solo mezz’ora prima. Il piano del procuratore e della polizia consisteva nel farmi dormire quella notte stessa a San Sebastián, là dove si vociferava che dovevo essere assassinato come risultava dalle minacce con cui i secondini si riferivano al “verme perduto”. Prima di ritirarsi, il tenente Vargas ha avuto una telefonata con un maggiore di polizia, ho ascoltato il discorso dalla mia cella, e il tenente informava il suo superiore che “tutto era pronto” per risolvere la mia questione a San Sebastián. Un buon poliziotto che si è dispiaciuto per la mia situazione e che aveva coscenza della pessima condotta dei suoi colleghi mi ha avvertito che non dovevo rispondere a nessuna provocazione una volta a San Sebastián perché "si stava cantando" che sarebbe corso sangue, il mio senza dubbio. Quando sono arrivato all’udienza preliminare alla Sesta Magistratura, tra i secondini c’era una persona in abiti civili, vestito con una maglietta bianca, cui sono stato indicato come “il giornalista coglione che doveva essere messo sotto”. Amici poliziotti che si sono messi in contatto con la mia famiglia il giorno dopo dicono che era un incaricato di fare il “lavoretto” ordinato da chissà chi. Lo stato d’animo di questa domenica era tremendo. Ero senza avvocato, senza aver sentito la mia famiglia e i miei documenti erano nelle mani del tenente Vargas, cosa per cui legalmente non esistevo. Questo rispondeva perfettamente alle richieste del procuratore Barea Aramayo di mettermi in prigione prima di una mia imminente “fuga dal paese non avendo un domicilio abituale, famiglia, lavoro o affari all’interno del paese”. Quello che mi restava da fare era assumere personalmente la mia difesa davanti alla Giudice, una professionista molto corretta. Ho chiesto di esercitare il mio diritto alla “Difesa Materiale”, un modo per supplire alla mancanza dell’avvocato, e contemporaneamente le ho mostrato le ferite fresche e evidenti segni di torture subite quel giorno nella cella del FELCN, avvertendola che se mi avesse recluso a San Sebastián correvo il rischio di venire ucciso per tutto quello che le avevo detto e che lei avrebbe avuto sulla coscienza un crimine che si sarebbe potuto evitare. Ho chiarito che in quel momento non avevo possibilità di domostrare che ero un “noto giornalista” (e che vivo da 40 anni a Cochabamba, che ho famiglia e figli e che non ho modo di fuggire dal paese perchè non ce n’è motivo e non ho i mezzi economici per farlo) perchè il tenente René Vargas si era appropriato illegalmente dei miei documenti; cosa che proprio il procuratore Barea Aramayo aveva ordinato di restituirmi, ordinando anche di permettermi di telefonare al mio avvocato e ai miei familiari, cosa che Vargas ha impedito fino alla fine. Nel vedermi senza difesa con evidente rischio per la mia integrità, la giudice della Sesta commissione Istruttoria Cautelare, dottoressa Celina Herbas Herbas, con estrema rettitudine e saggezza mi ha riconosciuto la libertà provvisoria, anche per la mia estrazione, di cui devo risponderne personalmente. Mi devo presentare al Procuratore ogni 10 giorni per dimostrare che non sto fuggendo dal paese e ha fissato una nuova udienza per il 5 maggio. Tutto questo mi causa gravi danni professionali ed economici, visto che mia madre, come mio garante, è stata denunciata dalla Clinica Belga per non aver pagato le spese mediche dell’operazione che mi ha salvato la vita dopo l’attentato subito nel 2004. Il colmo è che ora non posso compiere regolarmente il mio lavoro di giornalista. Non appena liberato alle 8 di domenica sera ho pututo raccontare il fatto. Tramite Fernando Mayorga mi sono messo immediatamente in contatto con il Defensor del Pueblo di Cochabamba, Augusto Siles, che ha ascoltato cosa mi era successo. Il giorno dopo, lunedì, i funzionari della Defensoría del Pueblo sono venuti a casa mia e hanno fatto foto delle ferite causate dai miei torturatori in varie parti del corpo. Lo stesso Defensor del Pueblo ha organizzato la visita della dottoressa Miriam Rocabado, medico legale, che ha effettuato una visita minuziosa, stabilendo questa diagnosi: • Trauma cranico con ferita lacero-contusa • Trauma oculare bilaterale con emorragia subcongiuntivale • Trauma alla bocca con tagli e contusioni sulle labbra • Pluricontusioni gravi alle estremità superiori e inferiori Questo significa che ho un occhio tumefatto, il naso gonfio, ferite in testa e zoppico. Per questo mi consiglia “venticinque (25) giorni di riposo assoluto e cure a partire dal giorno delle lesioni”. I traumi indicati sono collegati ad un totale di 16 escoriazioni, ferite ed ecchimosi, includendo un riacuirsi dei problemi alla ferita ancora sensibile causata dall’attentato a Quillacollo nel 2004, che il medico legale dettaglia in questa relazione: 1. ferita lacero-contusa nella regione frontale destra, di cm. 1 x 1 di linghezza e larghezza al cranio 2. Ecchimosi ed escoriazioni nella regione semifrontale sinistra con contusione 3. Ecchimosi perioculare sinistra con emorraggia subcongiuntivale sinistra 4. Escoriazione nella regione della palpebra superiore sinistra per contusione 5. Ecchimosi nella regione mascellare-mentoniera e zintomatica sinistra per contusione 6. Ecchimosi ed edema nasale per contusione 7. Edema alla bocca con ferita lacero-contusa della mucosa del labro superiore e tre ferite nella mucosa del labro inferiore 8. Ferita da morsicatura alla parte sinistra della lingua 9. Escoriazione per graffi sul mento 10. Forte arrossamento sulla nuca e nella regione cervicale per compressione 11. Ecchimosi nella regione brachiale destra e sinistra nella faccia anteriore e posteriore per contusione a forma di dita. 12. Ecchimosi nella regione pettorale destra, muscolo destro, faccia posteriore superiore destra e laterale esterna e muscolo sinistro nella faccia anteriore inferiore per contusione. 13. Escoriazioni ai polsi per attrito. 14. Escoriazioni per graffi alla scapola destra, alle nocche delle dita medio e indice della mano destra, ginocchio sinistro con impedimento funzionale per contusione, ed anche nella regione dorsale del piede sinistro per contusione. 15. Ferite lacero-contuse si entrambi i polsi. 16. Cicatrici nella regione dell’addome e del mediotorace posteriore inferiore di antica data. Ho trasmesso verbalmente questa denuncia al viceministro del Governo Rafael Puente e al ministro della Presidenza Juan Ramón Quintana. E considero pertinente che il Ministro di Giustizia abbia copia del documento. Tanto al viceministro Puente che al ministro Quintana ho detto degli antecedenti relativi al fatto che giorni prima della mia detenzione ho ricevuto minacce telefoniche che avevano la chiara intenzione di non farmi incontrare il colonnello Fernando Uribe Encinas, con il quale ho avuto una serie di incontri nelle ultime settimane volendo io contribuire all’attuale processo di riforma della Pubblica Sicurezza che vuole attuare in tempi brevi il presidente Evo Morales, facendo una nuova inchiesta sul caso dei delinquenti “incappucciati” che sono apparsi sulla Tv nazionale nell’ottobre del 2004 (due mesi dopo l’attentato di Quillacollo), accusando tale colonnello Uribe di essere a capo di una “banda di ladri d’auto”. Inoltre ho messo a conoscenza di questo antecedente il procuratore Barea Aramayo nel corso delle mie dichiarazioni mentre ero recluso nel FELCN. Questi delinquenti organizzati che hanno incriminato Uribe, come si dimostra nell’inchiesta che sto facendo, sono stati pagati ed istruiti da un gruppo di ufficiali dell’intelligence di polizia che sono intervenuti anche nell’inchiesta del mio attentato a Quillacollo (dove è intervuta nello stesso modo una pattuglia che è sul punto di essere rimessa in libertà) e che hanno nascosto le responsabilità dell’allora deputato del NFR René Vargas, padre del membro della UMPAR che mi ha torturato la scorsa domenica. Per queste coincidenze, il caso di Qullacollo si è riaperto dopo un po’ più di un anno di abbandono da parte del procuratore Lourdes Llanos Rivera, con un’udienza fissata per oggi venerdì 28 aprile, alla quale senza dubbio non avrei potuto assistere nel caso di una mia reclusione al carcere di San Sebastián. Per tutto questo vi sollecito, colleghi, a presentare alla Commissione Costituzione e Giustizia dell’Onorabile Congresso Nazionale, sotto la guida del Ministero Pubblico istanza di riapertura dell’inchiesta sul caso degli “incappucciati” e per stabilire la serie di irregolarità che sono state commesse nell’inchiesta del tentato omicidio di cui sono stato vittima il 21 agosto del 2004 a Quillacollo, che nelle conclusioni del procuratore Lourdes Llanos si è conclusa con un semplice “furto aggravato”. Ovviamente tutto questo è da considerare strettamente connesso con il nuovo attentato che si è perpetrato contro la mia integrità attraverso di una ridicola – ma oscura e illegale – imputazione per narcotraffico per cui la mia vita è stata messa in pericolo con la tortura e evidenti minacce di morte. Senza altro da aggiungere, ringraziando anticipatamente per la vostra gentile attenzione, invio i miei distinti saluti e un abbraccio di libertà Cordialmente Wilson García Mérida Giornalista della Federazione dei Lavoratori della Stampa di Cochabamba
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