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Brasile: la costruzione delle dighe non rispetta i diritti umani

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La costruzione di enormi centrali idroelettriche si conferma sempre più come l'ultima frontiera di investimento redditizio per le imprese di settore. Al tempo stesso si tratta di un grande business anche per i governi latinoamericani, compresi quelli "amici" o comunque orientati, almeno ufficialmente, su posizioni di centro sinistra. Queste contraddizioni emergono con ancora più forza in Brasile, dove agli investimenti dell'esecutivo nazionale si sommano gli interessi e il desiderio di sviluppo (e profitto) dei singoli stati dell'unione.

E' per questi motivi che va accolto con grande sollievo il lavoro svolto dal Conselho de Defesa dos Direitos da Pessoa Humana (Cddph), che ha divulgato i risultati di un'indagine relativa al rapporto tra costruzione di dighe e diritti umani. Le conclusioni della relazione, divulgata ampiamente da Adital, dal Correio da Cidadania e dal Movimento do Atingidos por Barragens (Mab), testimoniano violazioni costanti dei diritti umani, illeciti ambientali, scarso rispetto nei confronti delle popolazioni che abitano nei territori dove sorgeranno le centrali idroelettriche. Per il Mab, impegnato da anni in prima fila nel lavoro di supporto e sostegno degli atingidos, oltre che di puntuale denuncia, si tratta di un riconoscimento storico, ma non basta. Governo nazionale e prefeituras statali devono cambiare radicalmente rotta in merito alla costruzione delle dighe. Il Mab rilancia e propone che il prossimo lavoro della Commissione per i Diritti Umani focalizzi l'attenzione su un tema ancora più delicato, quello relativo alla violazione dei diritti delle donne residenti nelle aree dove sorgeranno le centrali. La Cddph parla di valutazioni d'impatto ambientale concesse con troppa faciloneria e critica fortemente il concetto di atingido proprio delle grandi imprese costruttrici che permette così di risarcire (in maniera peraltro insufficiente) un numero assai limitato di persone. Inoltre, il rapporto segnala che non c'è alcuna seria politica di ricollocazione al lavoro per gli abitanti costretti a cambiare villaggio, città o regione (che di conseguenza finiscono per rimanere disoccupati), non viene garantito il diritto all'abitare per gli sfollati, manca una qualsiasi tutela per le condizioni di vita (che cambiano in peggio) delle popolazioni danneggiate dall'edificazione delle dighe. Tutto ciò, denuncia la Commissione, porta ad una progressiva crescita delle disuguaglianze sociali e, spesso, anche ad una profonda lacerazione del tessuto di appartenenza tra le famiglie, costrette a dividersi al momento in cui sono obbligate a trasferirsi in un'altra zona dello stato o addirittura del paese.

La Cddph propone che venga costituita una Commissão de Reparação a cui possano partecipare rappresentanti della società civile e le istituzioni statali e nazionali in grado di stabilire il prezzo del risarcimento per le popolazioni ridotte in uno stato di miseria dalla costruzione delle dighe entro e non oltre dodici mesi dall'edificazione delle centrali idroelettriche stesse. Inoltre, le istituzioni dovrebbero farsi carico di un piano di sviluppo sociale d economico capace di ricomporre quella catena produttiva che spesso va in pezzi al momento in cui gli abitanti dei territori inondati si trasformano, loro malgrado, in sfollati ambientali. Licenze di impatto ambientale, autorizzazioni e concessioni ai lavori dovrebbero essere approvate solo dopo il pronunciamento di quilombolas, comunità indigene e contadine secondo quanto stabilisce l'articolo 231 della Costituzione Federale brasiliana, che definisce indispensabile la consultazione e la partecipazione dei popoli che subiranno l'impatto (spesso devastante) delle dighe. In questo contesto la Commissione per i Diritti Umani ha formulato un forte richiamo soprattutto nei confronti del Ministero dell'Ambiente e dell'Energia.

Solo pochi giorni prima della divulgazione del rapporto ad opera del Conselho de Defesa dos Direitos da Pessoa Humana i vescovi nordestini avevano diffuso un documento in merito alla transposição del Rio São Francisco, sul quale da tempo è in atto un duro confronto tra movimenti sociali e governo. Il presidente uscente Lula si è sempre dichiarato favorevole a questo progetto e l'insediamento di Dilma Rousseff al Planalto dal prossimo 1 Gennaio difficilmente cambierà le cose vista la probabile continuità, soprattutto in politica ambientale ed economica, tra i due esecutivi. Per evitare che la transposição cada nel dimenticatoio i vescovi hanno sollevato una domanda assai spinosa per i sostenitori dell'opera: la trasposizione servirà per aiutare l'agricoltura familiare oppure sarà uno strumento di cui beneficerà l'agronegozio? E ancora: la transposição andrà ad incidere sulla vita degli abitanti di tutto il Nord-est, mentre il governo non lesina investimenti per la realizzazione di questa grande opera. I vescovi si chiedono se saranno stanziate somme altrettanto cospicue per le comunità danneggiate dalla trasposizione e dalle costruzioni collaterali. Fino a questo momento gli indennizzi sono stati percepiti solo da una parte minima delle comunità e per giunta in forma irrisoria. Le stesse comunità vivono in una situazione prolungata di precarietà ed incertezza, non sanno se al termine dei lavori potranno tornare alle loro occupazioni originarie e se saranno reassentados.

Molte sono invece le certezze di grandi imprese e dei settori della società legati all'agrobusiness, le cui commesse ed i cui profitti aumentano quotidianamente. 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore

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