Latina

La competizione sportiva non nasconde le violenze dello stato e delle multinazionali contro gli indios

Brasile: il maquillage dei Giochi mondiali dei popoli indigeni

Duro atto d’accusa del Consiglio indigenista missionario
4 novembre 2015
David Lifodi

internet

I recenti Giochi mondiali dei popoli indigeni, svoltisi in Brasile nella città di Palmas (stato di Tocantins), hanno sollevato numerose polemiche. Presentata come un’anteprima della ben più sfarzosa (e discutibile) passerella olimpica di Rio 2016 e aperta dalla presidenta Dilma Rousseff, la competizione è servita per dimostrare l’alto grado di integrazione degli indigeni nella vita del paese. Vi hanno partecipato atleti provenienti da Perù, Messico, Bolivia, Colombia, Guatemala e ventidue etnie brasiliane.

“Vogliamo che i Giochi mondiali dei popoli indigeni caratterizzino il Brasile come un paese che riconosce la loro identità e le loro tradizioni”, hanno sottolineato gli organizzatori, evidenziando come l’evento sportivo rappresenti un modo per parlare e dibattere sulla questione indigena a livello mondiale. L’Onu ha auspicato che i Giochi si trasformino in uno stimolo per i governi affinché si impegnino maggiormente per lo sviluppo delle comunità indigene, come ha enfaticamente sottolineato il Segretario generale Ban Ki-Moon, tuttavia sono in molti a porsi con uno sguardo critico verso questa manifestazione sportiva, che ha finito per far emergere soltanto gli aspetti più esotici e folcloristici rispetto ai veri problemi che affliggono gli indios, in Brasile come nel resto dell’America Latina. La vera priorità di questi Giochi non è tanto la questione indigena, quanto piuttosto un tentativo delle autorità governative di lavarsi la faccia e approfittare dell’evento per nascondere il disinteresse, se non l’aperta persecuzione, di cui sono vittime gli indios, a partire dal Brasile. Tra le organizzazioni maggiormente critiche nei confronti dei Giochi c’è il Consiglio indigenista missionario (Cimi), storicamente impegnato a tutelare la causa indigena. È stato lo stesso sindaco di Palmas, Carlos Amastha, a dichiarare che i Giochi mondiali dei popoli indigeni hanno avuto un costo di quattro milioni di reais per il suo municipio. A questa cifra vanno aggiunti i 35 milioni versati dalle imprese private ed un finanziamento di 56 milioni di reais provenienti dal Ministero dell’agricoltura di Brasilia e dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite. Il Cimi constata con amarezza che cifre simili avrebbero potuto essere spese per la regolarizzazione dei territori rivendicati dalle comunità indigene. Dal 1985, l’anno del ritorno alla democrazia dopo il ventennio del regime militare, in Brasile sono stati demarcati solo 361 territori: una miseria che nemmeno il Partido dos Trabalhadores è riuscito a migliorare, preso com’è dalla sua politica sviluppista. Anzi, sotto la presidenza di Fernando Henrique Cardoso, feddiele osservante del neoliberismo, la demarcazione delle terre è stata maggiore rispetto all’era Lula e a quella Rousseff. E ancora, accusa il Cimi, la nomina di Katia Abreu, storica esponente della bancada ruralista e dell’agronegozio, a ministra dell’Agricoltura, non può far altro che aumentare la diffidenza e i sospetti sui Giochi, aperti proprio da questa donna che ha dedicato tutta la sua carriera politica a battersi contro i movimenti sociali, i contadini e le comunità indigene. Non si può fare a meno di notare che, mentre il Planalto si è prodigato nell’organizzazione dei Giochi, non ha mosso un dito per fermare l’ondata di violenza contro gli indigeni generata da pistoleiros, fazendeiros, ma anche da grandi opere quali la diga di Belo Monte, sul fiume Xingú, responsabili di aver trasformato numerose comunità in sfollati. I dati in possesso del Cimi sono allarmanti: nel solo stato del Mato Grosso do Sul, almeno 700 indios si sono suicidati dall’inizio degli anni Duemila e, sempre nello stesso stato, la percentuale di morti violente dei guaranì-kaiowa è molto vicina a quella registrata in Siria. È per questi motivi che non si può fare a meno di percepire i Giochi come un trucco per dimostrare all’esterno del paese che gli indios brasiliani vivono bene e i loro diritti sono rispettati. La celebrazione dei Giochi non nasconde il furto delle terre, la repressione indiscriminata, la lentezza nei processi di demarcazione e l’apertura alle multinazionali dell’agrobusiness e dell’estrazione mineraria ad opera del governo. A questo proposito, la recente proposta di emendamento costituzionale affinché sia il Congresso, e non più il Ministero di Giustizia, ad esprimersi sulla demarcazione delle terre indigene, rappresenta un’ulteriore provocazione che i Giochi non sono riusciti a nascondere. La forte presenza della bancada ruralista al Congresso, per giunta trasversale agli schieramenti politici, potrebbe perseguire ancora di più i propri interessi promuovendo politiche fortemente anti-indigene.

La celebrazione dei Giochi mondiali dei popoli indigeni è servita soprattutto al grande capitale, arricchitosi con gli investimenti evidenziati dal sindaco di Palmas: il ruolo dominante di Katia Abreu nell’organizzazione dell’evento non ha fatto altro che confermare come il Brasile continui a farsi promotore di politiche escludenti nei confronti delle comunità indigene. 

Note: Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it.
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