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Il violento terremoto che ha fatto tremare il Messico lo scorso 19 settembre, a partire dalla capitale, non può non aprire una riflessione sulla gestione del disastro e su quella, più generale, di un paese costretto a far fronte a calamità naturali e, al tempo stesso, agli effetti collaterali del neoliberismo selvaggio. La scossa di pochi giorni fa e le repliche succedutesi fino a ieri non solo hanno terrorizzato il paese e provocato (per ora) oltre trecento morti, ma fiaccato una popolazione costretta a dover fare i conti, oltre che con il sisma, anche con altre emergenze altrettanto complesse, dalle frodi politiche allo strapotere del narcotraffico, passando per la speculazione immobiliare, le migliaia e migliaia di persone obbligate ad abbandonare le loro case a causa dell'estrazione mineraria e della costruzione delle centrali idroelettriche fino alla gestione dei migranti in transito verso gli Stati uniti e dei messicani che, a loro volta, aspirano a raggiungere gli Usa.

In questo contesto, molti hanno sottolineato la mobilitazione, tutta volta ad un ritorno di voti in chiave elettorale (nel 2018 si terranno le presidenziali), del presidente Enrique Peña Nieto e del sindaco di Città del Messico Miguel Ángel Mancera. Sono loro, insieme ad altri uomini dell'estabilishment, a gestire l'emergenza secondo i criteri imposti dalle imprese. È così, solo per fare un esempio, che è stata ordinata fin troppo rapidamente la demolizione di edifici che avrebbero avuto bisogno soltanto di riparazioni, in modo tale da favorire gli affari degli speculatori immobiliari. Molti giornalisti inviati sul campo dal quotidiano La Jornada hanno evidenziato come l'emergenza post terremoto non sia un reality show per derubare una popolazione che, dal canto suo, sta dando una lezione al governo sul terreno dell'auto-organizzazione per ricostruire un paese distrutto sulle cui macerie vorrebbe banchettare un'intera classe dirigente che lo ha portato al fallimento. Come ha evidenziato Gloria Muñoz Ramírez sul sito web di controinformazione Desinformémonos, la solidarietà tra i messicani è emersa con chiarezza di fronte ad uno Stato desaparecido. Sono i giovani della capitale, viaggiando in moto o in bicicletta, a portare generi di prima necessità e tutto ciò che occorre alla popolazione e, in più di un'occasione, il personale governativo impegnato nei soccorsi non ha potuto fare a meno di coordinarsi con loro e, talvolta, eseguire gli ordini di queste brigate di solidarietà autoconvocatesi e sorte spontaneamente. La juventud chilanga (di Città del Messico) ha deciso di riprendersi la propria città. Non solo nella capitale, ma in tutti i luoghi colpiti dal terremoto, le persone cercano di arrangiarsi in maniera autonoma, senza aspettare che qualcuno dica loro cosa fare.

Prove di autogestione dal basso per scrollarsi di dosso il permanente fiato sul collo del neoliberismo e di una classe politica in gran parte collusa con le multinazionali e i cartelli della droga. Ognuno mette a disposizione le proprie abilità e capacità per soccorrere l'altro. Ad accorgersi di tutto questo, però, deve essere stato anche il governo che, in più di una circostanza, ha fatto in modo che le brigate volontarie di giovani fossero allontanate, spesso con l'inganno, dai funzionari del segretariato della sicurezza sociale e della protezione civile.

In alcuni casi, Desinformémonos ha riferito anche di episodi di allontanamento poco ortodossi compiuti dalla polizia ai danni di alcuni volontari. Non solo. Rimuovere i detriti il più velocemente possibile per poter ottenere i fondi dell'assicurazione sembra essere l'unico obiettivo dei padroni di un'industria tessile di Città del Messico. Fatti del genere fanno capire quanto poco le elites cittadine considerino la vita delle persone. Al momento della scossa la fabbrica è crollata con dentro un centinaio di sarte, in gran parte cinesi e centroamericane indocumentadas. Se non fosse stato per Radio Humedales, che ha dato la notizia, e per l'ostinazione di un gruppo di donne sopravvissute, che ha chiesto ai proprietari dell'impresa i nominativi delle sarte in servizio quel giorno e in quel determinato orario, di loro non si sarebbe saputo niente.

Gli inviti governativi all'unità del paese e alla solidarietà di questi ultimi giorni, volti a mettere da parte il conflitto sociale o, più semplicemente, a far accettare in maniera aprioristica la demolizione di edifici per mettersi nelle mani di imprenditori senza scrupoli, assomigliano tanto a dei tentativi di intorpidire la società messicana nel segno di una riconciliazione utile esclusivamente all'oligarchia. In un Messico sull'orlo del collasso, politico, economico e per le calamità naturali, l'auto-organizzazione della società civile resta l'unico antidoto resistente ed è con loro che il grande capitale sarà costretto a fare i conti.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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