Brasile: Lula condannato da una dittatura a bassa intensità
Tutto ciò spiega il motivo dell'accanimento giudiziario contro l'ex presidente brasiliano Lula, costretto a conoscere il carcere (per ora) a seguito di delazioni premiate e fatto passare di fronte all'opinione pubblica come un ladro e corruttore, pur senza alcuna prova certa, nell'ambito dell'inchiesta Lava Jato. Nel 1964, quando il presidente Janio Quadros fu rovesciato dai militari, questi ultimi promisero di ristabilire l'ordine costituzionale in un solo giorno. In realtà, la dittatura si protrasse fino al 1985, per la gioia del quotidiano O' Globo, che allora titolò "Risorge la democrazia" e oggi festeggia la detenzione di Lula, dopo aver già propiziato il colpo di stato ordito contro Dilma Rousseff. Attualmente lo scenario politico non è troppo diverso da quello del 1964, a partire dai bellicosi proclami dei vertici delle forze armate. Come ha scritto Luciana Castellina, sul manifesto dell'8 aprile, la colpa di Lula è stata quella di aver reso possibile un altro mondo.
A Lula, come del resto a Dilma, l'oligarchia non ha perdonato niente e, ad entrambi, non è stato permesso nemmeno di perseguire la strada di quella conciliazione di classe all'insegna del famoso slogan "Lulinha paz e amor" che ha comunque permesso a milioni di diseredati e sfruttati di uscire dalla marginalità. Se le elezioni si tenessero oggi e non il prossimo ottobre, Lula avrebbe comunque grandi chance di vittoria, ma se oltre al carcere la magistratura riuscirà a fare in modo che sia escluso e, seppur in cella, non possa partecipare alla competizione elettorale, il rischio peggiore è che possa sedere al Planalto Jair Bolsonaro, uno dei peggiori politici che abbia mai avuto il paese, razzista, fascista e apertamente contro i diritti civili, una sorta di Trump in salsa brasiliana, addirittura peggiore di quel Michel Temer la cui popolarità è già da tempo a picco.
L'obiettivo del giudice Sérgio Moro, tuttavia, non è limitato soltanto a distruggere la carriera politica di Lula, quanto, piuttosto quello di farla finita con tutti coloro che si identificano in quell'operaio metallurgico giunto alla guida del paese attraverso durissime lotte a livello politico e sindacale. Incarcerare Lula significa incarcerare gli ideali democratici di milioni di brasiliani, che non si riconoscono nel potere economico, nell'oligopolio mediatico e nell'alleanza tra il capitale transnazionale e l'oligarchia terriera. Grazie a Wikileaks è emerso che Moro nel 2009 aveva partecipato ad un incontro dal titolo Projeto Pontes che si tenne a Rio de Janeiro. In quell'occasione parteciparono giudici federali e magistrati dei 26 stati brasiliani, tra cui lo stesso Moro, che già allora si mostrò molto interessato alle proposte della delegazione statunitense, incentrate sulle modalità per migliorare il sistema giuridico brasiliano. Il risultato è questo: una vera e propria persecuzione politica nei confronti di Lula, alimentata da una campagna di pressione sul Tribunale Supremo Federale affinché legiferasse per costringere l'ex presidente al carcere e impedire la sua nuova candidatura.
Nelle caserme, la parola d'ordine "Intolleranza contro la corruzione" è qualcosa di più di uno slogan, ma risuona come un minaccioso avvertimento nei confronti di quel Brasile che si è mobilitato per Lula, la cui carovana elettorale fino a pochi giorni fa aveva percorso il paese dovendo far fronte anche ad un attacco di chiara matrice fascista. Oggi, la democrazia a cui si appella l'informazione mainstream capitanata da O' Globo risiede nella speranza (per loro) di far tornare il paese nelle mani di coloro che hanno sempre guardato con simpatia al colpo di stato del 1964. Fin dalla vittoria di Fernando Collor de Mello su Lula, O' Globo ha fatto la guerra all'allora leader del sindacato degli operai di São Bernardo do Campo, la cintura industriale di San Paolo divenuta la culla politica dell'ex presidente. Lula e poi Dilma, finora erano riusciti a restituire cittadinanza politica a tutti quei brasiliani messi ai margini, esclusi dalle elites economiche. Per ora stanno vincendo loro, ma non è finita.
"Occuperemo le strade del Brasile e dovranno convivere con la nostra resistenza", giurano i movimenti sociali brasiliani, nella speranza di gettare qualche sassolino negli ingranaggi di quello che sempre più si va configurando come un processo golpista-parlamentare-giudiziario-mediatico.
Articoli correlati
HondurasIl ritorno della repressione: violenza, militarizzazione e guerra ai movimenti sociali
Il massacro di venti contadini nel Bajo Aguán riaccende le polemiche contro uno Stato accusato di proteggere agroindustria, latifondisti e interessi criminali25 maggio 2026 - Giorgio Trucchi
Grazie ad una dura mobilitazione le comunità indigene hanno evitato la privatizzazione del TapajósVittoria in Brasile: i fiumi appartengono agli indios
Ad essere sconfitta non solo la multinazionale Cargill, ma anche il governo Lula, che aveva stretto un accordo per la privatizzazione del Tapajós e di altri fiumi8 aprile 2026 - David Lifodi
In Brasile ha preso il via la conferenza ONU per contrastare i cambiamenti climaticiAlla COP30 Lula contro il riarmo e per la pace
“Se quanti fanno la guerra fossero qui a questa COP, si renderebbero conto che è molto più economico investire 1,3 trilione di dollari per porre fine al problema climatico piuttosto che spendere 2,7 trilioni di dollari per fare la guerra, come hanno fatto l’anno scorso”, ha dichiarato Lula.11 novembre 2025 - Redazione PeaceLink
Coinvolto anche il mondo dello sport, in particolare le società calcisticheBrasile: partita la campagna contro i femminicidi
Nei giorni in cui si tengono le partite di calcio i casi di femminicidio aumentano del 23,7% e, per questo motivo, i club sono stati invitati a farsi portavoce della mobilitazione contro la violenza di genere.16 settembre 2024 - David Lifodi

sociale.network