Latina

Chieste le dimissioni del presidente Alejandro Giammattei a seguito della repressione poliziesca

L’autunno caldo del Guatemala

“Vi siete messi contro la generazione sbagliata”, hanno gridato centinaia di migliaia di persone al Congresso che pochi giorni fa ha approvato, durante la notte, una legge di Bilancio, poi sospesa, che tagliava le spese sanitarie e quelle per ridurre la malnutrizione.
24 novembre 2020
David Lifodi

L'autunno caldo del Guatemala

Dopo il Perù è stata la volta del Guatemala. Lo scorso 23 novembre, a seguito dell’approvazione notturna, da parte del Congresso, di una legge di Bilancio truffaldina e all’insegna dei tagli alla sanità e ai programmi sanitari, i guatemaltechi hanno deciso di scendere in piazza.

A differenza delle mobilitazioni del 2015, che si limitarono a chiedere le dimissioni della coppia presidenziale Pérez Molina-Baldetti, travolta dallo scandalo denominato la Línea, un vasto e spregiudicato sistema di corruzione, quello di pochi giorni fa è stato un vero e proprio levantamiento popular da parte di una popolazione alla fame, sfinita dalla povertà dilagante ancor più accentuata dagli uragani Eta e Iota che già avevano seminato distruzione e morte.

Come avviene spesso in questi casi, la risposta della polizia alle centinaia di migliaia di persone che chiedevano le dimissioni del presidente Alejandro Giammattei e del suo vice Guillermo Castillo è stata violentissima.

Alla fine, la legge di Bilancio 2021, proposta dal deputato Jorge García Silva, di Prosperidad Ciudadana, è stata sospesa grazie alla mobilitazione popolare, secondo un copione già visto lo scorso autunno in Cile, Colombia, Ecuador e, solo pochi giorni fa, in Perù. Tuttavia, finora, i vari Piñera, Duque e Moreno sono rimasti al loro posto e lo stesso è riuscito a fare anche Giammattei, il quale si è anche preso il lusso di provocare i suoi concittadini, sostenendo che gli episodi di violenza avvenuti il 23 novembre hanno messo a rischio la pace nel paese.

Probabilmente, il concetto di pace a cui fa riferimento Giammattei è quello della pace sociale di cui necessita l’oligarchia per continuare a sfruttare e a spremere un paese giunto allo stremo ed è davvero singolare che il governo esprima preoccupazione “perché gruppi minoritari vogliono un colpo di stato” e si appelli alla poco credibile Assemblea generale dell’Organizzazione degli stati americani nel caso di ulteriori violazioni dell’ordine costituzionale.

Il Guatemala, purtroppo, dopo l’estromissione di Arbenz dal governo grazie ad un colpo di stato (questo si, reale) promosso dalla Cia nel 1954, è stato quasi sempre amministrato da presidenti apertamente antipopolari, forse con l’unica, timidissima di eccezione di Álvaro Colom durante la prima ondata di governi rosa-rossi in America latina.

Il paese ha ripetutamente vissuto, sulla propria pelle, la repressione delle comunità indigene (i maya rappresentano la maggioranza nel paese) dall’Operazione Tierra arrasada negli anni Ottanta con le dittature di Montt e Lucas García, stati d’assedio, governi nel migliore dei casi neoliberisti e nel peggiore apertamente fascisti, compresi quelli più recenti di Pérez Molina e Jimmy Morales, prima dell’avvento di Giammattei, esponente del centrodestra tradizionale che comunque non si è fatto scrupoli nell’assicurare all’oligarchia terrateniente la continuità con i suoi predecessori.

Travolto da una gestione assai discutibile dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 (118.629 contagiati e oltre 4.000 morti in un paese di 15 milioni di abitanti), stanco di vedere sempre messe all’angolo le richieste per risolvere problemi cronici come quelli della denutrizione, il paese si è mobilitato intorno agli slogan dei movimenti sociali, delle organizzazioni femministe e dei giovani che, come già accaduto in Perù, hanno urlato la propria rabbia all’insegna dello slogan “Vi siete messi contro la generazione sbagliata”.

Per quanto possa risultare paradossale e incredibile, Alejandro Giammattei ha espresso la sua disponibilità, bontà sua, al dialogo, dopo aver cercato di ingannare ancora una volta il paese nel tentativo di stanziare fondi per le infrastrutture legate alle grandi imprese, ma senza prendere alcuna misura reale per debellare realmente la povertà o arginare la diffusione del corona virus e demandando alla polizia la repressione di piazza.

I manifestanti esigono le dimissioni del presidente e dei congressisti, chiedono una nuova Assemblea Plurinazionale Costituente e il casus belli per attaccarli è stato raggiunto quando hanno preso fuoco alcune finestre del Congresso: un po’ poco per giustificare una repressione spropositata conclusasi con l’arresto di oltre cinquanta persone, numerosi feriti e giornalisti in stato di fermo.

Di fronte alle strade che hanno iniziato a ribollire di rabbia, il giornalista Ollantay Itzamná ha scritto che i “deputati torturano una popolazione già moribonda”, sottolineando alcuni dei dati più drammatici del paese: la denutrizione minorile colpisce 7 bambini su 10 minori di 5 anni, gran parte delle famiglie cerca di sopravvivere con meno di 2 dollari al giorno e, al contrario, i deputati e il presidente del Guatemala sono tra i più remunerati del Centroamerica.

Eppure, il governo guatemalteco è riuscito a far passare, di fronte all’opinione pubblica, I manifestanti come un gruppo di vandali contro i quali non è stato possibile far altro se non ordinare alla polizia di disperdere le proteste con il lancio di gas lacrimogeni. Tuttavia, che la situazione sia esplosiva lo hanno capito anche all’interno del palazzo presidenziale se il vicepresidente Guillermo Castillo ha proposto a Giammattei di presentare, insieme a lui, le dimissioni dopo la durissima condanna della Commissione interamericana per i diritti umani e dell’Onu, che hanno chiesto un’indagine approfondita sulle violenze della polizia.

L’autunno caldo del Guatemala, e del Perù, rappresenta la continuazione del levantamiento popular di Cile, Colombia ed Ecuador dell’autunno 2019.

Note: Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
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