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    «Badanti»: il sistema regge solo se resta com'è

    Qualificare il lavoro di cura delle donne immigrate. E' possibile? Ma, soprattutto, non è pretendere troppo? Un'indagine in Lombardia, dove ci sono 7 «badanti» ogni 100 anziani
    22 settembre 2006
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Un fenomeno «di massa», copre l'intera gamma del sommerso «dal nero al grigino», molto informale, con costi abbordabili, «di successo» perché si regge su «convenienze incrociate», «sta in piedi perché è fatto così». Complimenti a Barbara Da Roit, dell'Università Bicocca, che in una frase sintetizza le peculiarità del welfare low cost all'italiana: anziani assistiti a domicilio da donne immigrate, «badanti», brutta parola ormai entrata nel linguaggio corrente.
    Raramente un convegno ha il coraggio si smentire se stesso,. Quello tenutosi mercoledì alle Stelline l'ha fatto. Si è discusso, a partire da un'indagine sulle «badanti» in Lombardia, su come «qualificare il lavoro privato di cura». Ottima intenzione, che però cozza con l'ultima delle peculiarità sopra elencate. La formazione professionale delle «badanti», ammesso che le migranti vogliano o possano farla, modificherebbe un tassello di un sistema che funziona a patto che «nulla cambi». Un corso di formazione, più che creare «vantaggi» per le «badanti», alimenterebbe aspettative insoddisfatte. Ben pochi datori di lavoro sarebbero disposti a pagare le ore di formazione e poi ad aumentare lo stipendio alla «badante diplomata». Ma, soprattutto, seguire un corso di formazione implica che le migranti pensino a stesse come «badanti a vita». Pretesa a dir poco eccessiva, vista la pesantezza del lavoro e della co-abitazione. E infatti dall'indagine emerge che le donne dell'Est, che hanno un progetto migratorio breve, sono assai poco interessate alla «qualificazione». Le latino americane, invece, che mirano al ricongiungimento familiare, guardano alla formazione come trampolino per emanciparsi da un lavoro segregato e segregante. Ma, allora, non sarebbe più opportuno «formarle» per un altro mestiere?
    Cristina Mazzacurati, dell'Università di Padova, è convinta che i corsi di formazione per «badanti» andrebbero fatti «subito», per insegnare l'italiano che è la chiave per impare tutto il resto. «Formare donne che da due anni fanno assistenza non ha senso. E, comunque, questo è un lavoro che si può sopportare solo per pochi anni».
    Per l'indagine, realizzata dall'Istituto per la Ricerca Sociale con la collaborazione della Caritas Ambrosiana e del Centro Migranti di Brescia, sono state intervistate 354 «badanti» che si sono rivolte agli sportelli territoriali dove si incontrano domanda e offerta di lavoro. E' un campione sbilanciato verso l'alto, quindi, con l'81% delle intervistate che hanno un regolare contratto di lavoro(anche se nel 74% dei casi per versare meno contributi all'Inps vengono dichiarate meno ore di quelle effettivamente lavorate). La giornata lavorativa media dura 15 ore, il salario mensile supera di poco gli 800 euro. Il 70% coabita con l'assistito. Il 24% delle intervistate dice di fare la «badante» perché «è l'unico» lavoro trovato, il 20% perché «è facile» trovarlo. Il lavoro di cura è vissuto con «rassegnazione», ci si sacrifica per «mandare i soldi a casa». A questo proposito, apprendiamo da Cristina Mazzacurati che metà del pil della Moldavia consiste in rimesse da migranti, per la maggir parte donne. Sono donne l'85% degli ucraini presenti in Italia. E, questa è una novità in assoluto, «cominciano ad arrivare dal Marocco le prime migranti sole», non al seguito del marito.
    Pedro De Iorio, della Caritas ambrosiana, racconta del grosso business illecito che importa e colloca «badanti», requisendo i documenti fino all'estenzione del «debito». «Agenzie fungo che nascono e muoino rapidamente, una sorta di caporalato esteso al lavoro di cura». Cosa ben peggiore del passa parola interno alle reti etniche dove chi indica un posto di lavoro viene «ricompensato» con il primo mese di stipendio.
    Le cifre stimate su scala nazionale sono impressionanti. Quasi 700 mila assistenti familiari, di cui 619 mila straniere. Delle straniere, il 38% è senza permesso di soggiorno, almeno il 22% ha il permesso ma lavora in nero, il restante 40% ha permesso e contratto, ma alleggerito di parecchie ore lavorate. In Lombardia si concentra il 18% delle «badanti»: 126 mila (metà stanno a Milano) pari a 7 «badanti» ogni 100 anziani over 65 anni. E' un «tasso di copertura» di gran lunga superiore a quello fornito dai servizi pubblici. Il 45% dei lombardi non autosufficienti «ha» la badante. Se la Bossi-Fini fosse applicata alla lettera anche per i datori di lavoro, calcola De Iorio, almeno 70 mila vecchietti lombardi finirebbero in galera. E un numero ancor più elevato rischia sanzioni per contributi evasi. Chiude Lella Brambilla, della Cgil lombarda: «Senza badanti, il sistema collassa».

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