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    Vite da black italians

    Oriundi, sposati, immigrati. Il contributo degli atleti neri, dalla May alla Martinez fino a Kalambay, in maglia azzurra. In un libro di Marco Valeri
    23 marzo 2007 - Adriana Pollice
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    «Ho negli occhi, indelebile, l'immagine di Carlton Myers in testa alla delegazione degli atleti italiani alle Olimpiadi di Sidney, nel 2000» scrive Walter Veltroni nella prefazione di Black Italians. Atleti neri in maglia azzurra di Mauro Valeri (Palombi Editori, pp 382, 18 euro), «222 paesi nel mondo hanno visto che il portabandiera italiano era un ragazzo di colore. Una cosa bellissima» ricorda il cestista Marcelo Damiao, compagno di squadra in nazionale di Myers e parte della spedizione olimpionica. Il libro di Valeri racconta appunto l'esperienza umana e sportiva degli atleti coloured che hanno fatto la fortuna dello sport tricolore.
    «Il milanista Kakà, in virtù del matrimonio con una brasiliana oriunda italiana, prende il nostro passaporto mentre il calciatore della Roma, Okaka, nato in Italia, viene considerato uno straniero. Si corteggiano i campioni mentre si massacra il vivaio pieno di talenti, migranti di seconda generazione» racconta Valeri durante la presentazione del volume a Galassia Gutenberg, a Napoli, e gli fa eco il corridore azzurro Rachid Berradi, ribattezzato Rascio, «è strano anche che mio fratello, nato a Palermo, quando farà 18 anni, per restare in Italia, dovrà chiedere il ricongiungimento familiare con noi, nati invece in Marocco». Arrivato da ragazzino nel capoluogo siciliano, il parco della Favorita è stato il campo d'allenamento di Rascio, quello dove ha costruito la vittoria alla Stramilano nel 2002, interrompendo il dominio keniano che durava da 13 anni, e quello dove ha incontrato gli operai Fiat di Termini Imerese, per cui ha organizzato una maratona di solidarietà contro la chiusura dello stabilimento.
    Storie di sport, dove il passaporto devi conquistarlo con i risultati e molto in fretta perchè «quando vinci sei italiana, quando perdi sei una cubana fasulla» racconta la triplista Magdelin Martinez, una che ha dovuto continuamente difendere il posto in squadra tra gli azzurri. Perché se non rinneghi il tuo passato, la vita può diventare difficile, e non solo in Italia. Valeri, infatti, ricorda come, nel 1999, alla vigilia delle olimpiadi australiane, ci fossero continue pressioni sugli atleti cubani per farli abbandonare il paese in favore di altre nazionali promettendo soldi e vantaggi materiali, quello che l'ex campione Alberto Juantorena definì nel 2003 «il traffico di pelle, muscoli, ossa». Ma la Martinez arriva in Italia per due motivi: dissidi con l'allenatore e il matrimonio con un imprenditore bresciano. Sul muro davanti la porta di casa campeggia un ritratto di Che Guevara, vive in Italia dal 1996 e i giornali continuano a provocarla, si aspettano «un'abiura» del suo paese e della sua civiltà sportiva che non arriverà mai.
    Certo, se vieni dagli States è più facile. Look da rapper e accento reatino, Andrew Howe è il classico bravo ragazzo che piace in tv, il nuovo fenomeno dell'atletica mondiale dopo l'incredibile affermazione agli scorsi mondiali di Goteborg nel salto in lungo. Arrivato in Italia da bambino e cresciuto nella tranquilla provincia laziale, con coetanei che gli insegnavano a cantare Faccetta nera senza capire l'assurdità della cosa. Ma Andrew è un fenomeno, la madre-allenatrice una donna d'acciaio, e il razzismo non sembra toccarlo davvero, così come il cestista Dan Gay, il mago dei rimbalzi, che arriva da noi «perché negli Usa non c'è posto per tutti» e gira i migliori parquet nostrani.
    Ma non sempre è così facile: «I poliziotti giovani mi riconoscono, ma quelli che non mi conoscono mi scambiano sempre per una poco di buono» racconta Fiona May e allora anche una borsa con il materiale dello sponsor può diventare un problema. E un problema è anche combattere contro gli italiani per un pugile che viene dall'Africa, ricorda Sumbu Kalambay, una leggenda della boxe che è riuscito a costruirsi una carriera straordinaria da noi accettando di sfidare solo pugili europei e americani. Un problema entrare nella 4x400 se tuo padre è egiziano, perché ti accusano di rubare il posto agli italiani, atleti «orgogliosi di essere fascisti e lo dicevano chiaramente» racconta Ashraf Saber che, dopo l'11 settembre 2001, viene allontanato dalla Federazione in virtù dello «scontro di civiltà» applicato allo sport italico. Storie di sport, lezioni di vita.

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