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    Storia del Residence Roma, vent'anni di speculazioni

    Dal disinteresse del Comune agli affitti esorbitanti applicati dalle società che gestiscono la palazzina, dove alloggiavano centinaia di persone in attesa della casa popolare. Viaggio tra affari e disperazione
    25 agosto 2007 - Andrea Foschi, Marco Neri, Giulia Zanfino (Autori del film)
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    Una volta varcata la soglia non possiamo credere che nel 2006, in una capitale europea, a Roma, possa esistere una realtà come quella che si mostra ai nostri occhi: una bidonville vera e propria, degna di Buenos Aires o San Paolo, un spettacolo che puoi vedere solo in tv, comodamente seduto nel salotto di casa, e non a pochi chilometri in linea d'aria da S.Pietro.

    Gli abitanti
    La voce del Residence è la voce di Francesca, di Betty, di Ousmane e di Narcisa, è la voce altra della capitale, altra dalla Roma delle notti bianche, delle feste del cinema, dell'Auditorium; altra dalla Roma degli aperitivi nei wine bar, delle estati romane, dalla Roma degli "eventi". Roma "aperta", tollerante e multietnica, insomma da quello che qualcuno ha definito il "rinascimento romano", un rinascimento estremamente contemporaneo, fatto di immagini e non di persone.
    Conosciamo R., donna di 60 anni che vive in un monolocale con il marito, malato terminale di cancro, che lì, secondo la Asl, non dovrebbe viverci, ma l'unica scelta per lui e la moglie è quella di aspettare una casa popolare.
    R. ci racconta una biografia che rivendica 11 anni di presenza nel Residence, una permanenza che, il giorno che vi entrò, doveva essere di pochi mesi.
    R. parla chiaro e, oltre alla cronaca del disagio quotidiano, ci dice che le responsabilità della loro condizione è dovuta a diversi fattori: primo fra tutti le vessazioni che da un paio d'anni (precisamente dalla delibera per il cambio destinazione d'uso del luglio 2004) subiscono da parte del portierato e della proprietà. Dalla chiusura delle fogne all'interruzione dell'acqua calda, senza dimenticare l'azione del portierato, sotto la guida del responsabile del Residence Maurizio Barletta, finalizzata a creare pressioni di ogni tipo sui soggetti più deboli, soprattutto immigrati, affinchè se ne andassero dai loro appartamenti. Apice di queste pressioni, il tentato sgombero del settembre 2005, fallito per la rivolta della comunità senegalese.
    Le testimonianze che abbiamo raccolto per diverso tempo nel Residence hanno tre elementi in comune: la gestione "poco ortodossa" del Residence da parte del portierato, il sovraffollamento e l'abbandono della struttura pianificate e attuate dalla proprietà, e la quasi totale assenza delle istituzioni.

    La storia del Residence
    Il Residence Bravetta sorge tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta, e dal 1982 viene destinato come struttura di accoglienza temporanea per cittadini disagiati in attesa di una casa popolare.
    La permanenza "temporanea" degli inquilini in assistenza alloggiativa si protrae per tutti gli anni Ottanta fino alla metà degli anni Novanta. Agli inizi degli anni Ottanta la proprietà (gruppo Mezzaroma) vende l'immobile all'Empam (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici) ma rimane tuttavia locataria del Residence attraverso la società Ceim. Sotto la seconda consigliatura Rutelli finalmente gli inquilini di Via di Bravetta si vedono, molto gradualmente, assegnare una casa, tuttavia il Residence non si svuota poichè Mezzaroma riaffitta, attraverso la Ceim, gli appartamenti che si rendono liberi agli immigrati, provocando, nel giro di pochi anni, il sovraffollamento del luogo; e tutto questo senza che il Comune possa intervenire.
    Nonostante il Comune rivendichi la bontà della sua azione politica, che in pochi anni ha portato alla chiusura del Residence, leggendo le delibere che hanno, nel tempo, regolato i rapporti tra il Comune e la proprietà, troviamo quest'ultima in una posizione di forza visti i costi che il Comune di Roma sosteneva per l'assistenza alloggiativa (20 miliardi l'anno di cui circa 10 solo alla Ceim). L'impossibilità di esercitare, da parte del Comune, una reale politica di edilizia popolare faceva di questo un soggetto estremamente ricattabile da parte dei gruppi edilizi. Ne danno atto due delibere comunali: la prima è la 1524 del 1999. Questa prevede l'affidamento alla Ceim, fino al 2001, del servizio di assistenza alloggiativa nel Residence, nonostante la Ceim abbia perso la gara d'appalto per eccessiva onerosità. Tuttavia il Comune vista «l'impossibilità di estromettere i nuclei familiari.....non disponendo di strutture alternative ove assicurare l'assistenza alloggativa ai nuclei familiari stessi, per assicurare la continuità dei servizi di assistenza alloggiativa, riconosce alla società gestore del Residence una indennità di occupazione per la permanenza dei nuclei familiari assistiti». Indennità che si protrarrà, alle precedenti condizioni, fino al 2006.
    Già nel 1997 la giunta Rutelli aveva fatto un piccolo regalo ai gruppi edilizi (delibera 2071 del 1997) allargando la partecipazione alla gara di appalto per l'assistenza alloggiativa non più ai soli proprietari dei residence ma anche alle società che li gestivano solamente, come lo era la Ceim. Così il gruppo Mezzaroma realizzava una doppia speculazione, prendendo soldi sia dal Comune sia dagli affittuari del Residence stesso.

    Le istituzioni
    Tuttavia cerchiamo di capire come si sia potuti giungere a questo punto. Così, fiduciosi di trovare le giuste risposte, incontriamo Fabio Bellini, Presidente del XVI Municipio, che conferma la nostra ricostruzione dei fatti.
    Alla fine di una lunga conversazione, quello che ci chiediamo e gli chiediamo è come sia possibile che, alla luce di tutto questo, il Comune sieda al tavolo delle trattative, perpetrando le stesse dialettiche con gli stessi soggetti che hanno speculato, per oltre un ventennio, sulla politica dell'assistenza alloggiativa. A questa domanda il presidente Bellini non ci hai mai dato una risposta, se non dicendo che, nonostante il passato, «bisognava chiude quella roba lì».
    Un panorama molto più analitico e razionale del problema ce lo fornisce Fabrizio Mastrosato, Presidente dell'Ater durante i primi anni Ottanta. Dice che: «già allora l'Ater proponeva, come soluzione alternativa ai Residence, un accordo tra Acer (Associazione Costruttori), Lega delle Cooperative e Comune, per realizzare, con gli stessi soldi spesi per gli affitti dei residence, nuove case per le famiglie in assistenza aloggiativa». Tuttavia, continua l'ex presidente dell' Acer, «questa soluzione non fu mai presa in considerazione», e conclude dicendo «anche senza tale cooperazione, una corretta amministrazione avrebbe trovato la disponibilità economica per edificare tali immobili, con il risultato di divenire proprietaria degli stessi, e di non dover affrontare una spesa con soldi buttati al vento come in tutti questi anni. Probabilmente gli unici contenti sono stati i proprietari dei residence».
    Davanti allo sconfortante scenario delineato dall'ex presidente dell' Acer cerchiamo delle ulteriori risposte, rivolgendoci all' On. Nicola Galloro, Assessore alle Politiche Abitative.
    L'On. Galloro ci parla del nuovo corso delineato dalla politica del sindaco Veltroni, un'azione che si esplica in due fasi: la prima, a breve termine, prevede il reperimento di alloggi in città attraverso valorizzazione dei vecchi immobili da parte del comune di Roma e l'acquisto di nuovi alloggi, per un totale, nell'arco di 5 anni, di quasi 7500 alloggi; la seconda, a lungo termine, prevede, secondo il piano regolatore che il 20% degli alloggi debba essere dato in locazione per l'assistenza alloggiativa. Per favorire tale politica il Comune costituisce "L'agenzia affitti comunali", già riconosciuta nel 2005, confermata nel 2006, e messa in funzione, si prevede, dal 2007.
    Tuttavia la cronaca degli ultimi sgomberi effettuati dal Comune e la realtà contemporanea del Residence Roma sembrano smentire le speranze dell' On. Galloro.


    Comunità e privilegi
    Parliamo con Ousmane, portavoce della Comunità senegalese al Residence e a capo della Consulta per l'Immigrazione del Municipio XVI. Imbarazzato dall'intervista che teniamo in un buio corridoio del Residence, Ousmane si presenta: «Ho 30 anni, sto in Italia perché ho vinto una borsa di studio al mio paese e dopo gli studi sono rimasto qui». Ci fornisce alcuni numeri, parla di «circa 300» persone senegalesi nella palazzina A, e dati sul loro arrivo «attorno al 2002». Ci specifica la distinzione tra chi è nella struttura in assistenza alloggiativa, e chi «come noi paga l'affitto all'amministrazione che gestisce il Residence», e aggiunge «paghiamo 700 euro per una stanza», ricordando allora quanto sia «ingiusto» che nel tempo la sua comunità abbia subito pressioni, vessazioni e minacce che li invitavano ad andarsene, nel giorno dello sgombero, senza protestare: «il problema dello sgombero è cominciato a settembre dell'anno scorso (2005 [ndr]). Abbiamo ricevuto minacce dal direttore del Residence Bravetta, che ci ha fatto capire che dobbiamo andar via senza preavviso. Noi abbiamo detto che è ingiusto...», e sono allora cominciate le proteste della comunità «unita», a Bravetta, prima, in Campidoglio, poi, fino ad arrivare al tavolo delle trattative: «abbiamo avuto la possibilità di incontrare Veltroni, e di spiegargli un po' il problema». «Gli abbiamo detto: guarda, noi non stiamo in assistenza alloggiativa, ciò che stiamo cercando è di trovare anche con il privato delle case dove possiamo andare e pagare. La richiesta nostra è questa», e pare che Veltroni li abbia tranquillizzati. «A noi dicono, state tranquilli. Pure il Sindaco così aveva detto quando lo abbiamo incontrato. Abbiamo pure parlato con Mezzaroma....». Mezzaroma sembra aver assicurato loro una collocazione nel momento dello sgombero: «perché il Comune prende un carico gli italiani in assistenza alloggiativa, e quelli che stanno in affitto, tipo noi, a loro ci pensa Mezzaroma...».
    Ricordiamo allora che dopo la concessione del cambio di destinazione d'uso, confermata dalla delibera d'accordo del 30 luglio 2004, in una nuova delibera del 1 dicembre 2005 si diceva: «Il proprietario del complesso immobiliare, in cambio della modifica della destinazione d'uso, da non residenziale a residenziale, da parte del Campidoglio dovrà cedere al Comune suoi appartamenti situati in altre parti della città, che saranno utilizzati dalle persone in assistenza alloggiativa. Il proprietario del Residence si è anche impegnato a trovare una soluzione per le persone straniere che abitano nella struttura pagando un regolare affitto». Il che sembra confermare quanto poco prima affermava Ousmane, nel dire che chi era collocato all'interno del residence «tipo noi», specificava, con regolare contratto, avrebbe ritrovato un posto in questo piano di «ricollocazione mirata».
    Per mesi, ad ogni visita, in ogni casa, ad ogni comunità, tutti indistitamente, per prima cosa, ci hanno mostrato il loro regolare contratto, quasi un biglietto da visita da presentare ai giornalisti. Dei fogli, tutti uguali, più simili ad una cattiva fotocopia che ad una carta formale, accompagnati da altre carte, più minute, tutte uguali, con cifre variabili d'alcune centinaia d'euro e con i nomi dei contraenti e dell'amministrazione: queste erano le ricevute mensili.
    Sono contratti che, in apparenza, sembrano regolarizzare la condizione degli inquilini, ma che, di fatto, in quanto contenenti un importo superiore a quello previsto dalla legge per le locazioni transitorie (nel nostro caso della durata di tre-sei mesi), sono irregolari. Ciò nonostante l'amministrazione continuava a corrispondere agli inquilini ricevute di pagamento illegale fino al Maggio 2006, ricevute che scandiscono, mese dopo mese, uno speculazione durata vent'anni.
    Essendo tutti i contratti illeciti, tutti gli affittuari del Residence si trasformarono allora in occupanti, la formula "regolare contratto" decadde, e questo permise alla proprietà di attuare quel processo selettivo atto ad accogliere le istanze di quelle comunità che nel tempo sono riuscite a trovare delle protezioni attraverso «vie istituzionali diverse», e negare quelle delle comunità indifese o incapaci, per scarse doti di autodeterminazione, a crearsi una rete di protezione. Alcune delle prescelte, come quella equadoregna godettero nel 2006 di questo trattamento privilegiato, e, senz'essere separate, trovarono spazio in un residence all'Infernetto, altre, come quella rom, e romena, soprattutto, ma non solo, anche egiziani, cechi e persone d'altre provenienze, non ebbero la stessa fortuna.

    Lo sgombero
    Assistiamo allo sgombero della palazzina B, il 26 settembre 2006, dal suo interno. Il processo è simile a come, tante volte, nei precedenti mesi c'è stato raccontato: la polizia entra, e censisce le persone: nel caso queste, italiane e non, siano in assistenza alloggiativa, la ditta privata di trasporti, fornita dalla proprietà, garantisce loro lo spostamento verso la nuova casa come pure quello dei loro beni; in caso contrario le cose si svolgono nel seguente modo: la polizia "invita" le persone ad uscire dagli appartamenti, senza offrir loro la possibilità di recuperare nulla dei loro averi, stacca ad una ad una le porte e distrugge gli interni in modo da renderli inutilizzabili ed evitarne l'occupazione: prima i sanitari, poi i tubi, il mobilio, etc..
    In mattinata interviene il Sos., nucleo operativo sociale del Comune, raccoglie nomi, dati sulle singole situazioni familiari. Ma la sua azione è incapace di soddisfare le necessità, quasi ridicola. Marcello Emilio Tomassini, Presidente dell'Associazione Interculturale 3 Febbraio, che da anni opera nel Residence, ci riassume così quanto successo: «Prima hanno scaricato per strada 400 persone, poi, i servizi sociali del Comune, hanno offerto 10 posti letto: pertanto la loro proposta è che donne e bambini, segnati in una graduatoria, e intanto il tempo passa e l'inverno si avvicina, possono entrare nei centri d'accoglienza, però temporaneamente, in attesa di chiarire la loro posizione, e gli uomini no...». L'offerta di separazione del nucleo non viene accettata dalle famiglie, ed è d'altronde così esigua da non corrispondere ad una soluzione, e così più di 400 persone restano per strada. Nella serata una donna partorisce nel piazzale di fronte alla palazzina B, una richiedente asilo politico romena, per il trauma, ha il secondo infarto.
    Le persone scendono in strada per protestare, la bloccano per ore. Interviene la Questura che provvede, con sincera umanità, al suo sgombero. Nessuno del Municipio come del Comune interviene. Né quel giorno, né nei successivi. Nella settimana seguente, dopo aver trovato ripari di emergenza, costruito tende, trovato spazi nelle fogne, la comunità romena e quella rom richiedono un presidio fisso a Piazza Venezia. Si recano quotidianamente al Campidoglio senza essere ricevuti, e trovano disordinate risposte dagli uffici preposti. Dopo una settimana il presidio si scioglie e ogniuno trova la sua via, nuovamente.

    Oggi nulla è cambiato
    Non è cambiato molto negli ultimi mesi. Frequenti e ripetute sono state le minacce di un ultimo e definitivo sgombero, sempre profilato e mai eseguito. Forse per paura che quanto accaduto nel precedente si ripeta, avendo però questa volta tutti gli occhi puntati.
    Ritroviamo Narcisa, ragazza rom che da due anni, dopo l'incendio della sua baracca nel campo di Villa Troili, vive al Residence, spostandosi da una palazzina all'altra, da un appartamento ad un altro sulla scia degli sgomberi, ma anche del degrado dei piani inferiori che avevano allagato di liquami il suo ultimo appartamento, condiviso con i figli e il marito. Ora vive in una nuova stanza, che la solidarietà interna delle persone le ha trovato, in modo da poter garantire al figlio malato di cuore una minima "sicurezza sanitaria". Purtroppo Maurizio è morto, ucciso dalla malattia, ma anche dalla noncuranza del Comune, degli assistenti sociali, di tutti quelli che sapevano che la lettera di dimissione dall'ospedale chiedeva per lui un luogo sano in cui curarsi, e hanno taciuto, anche davanti alle numerose interpellanze, anche di fronte alle richieste degli avvocati. Ora Narcisa cerca di iniziare una nuova vita, ha un lavoro regolare, vorrebbe una casa, come tutti, ma attende con paura il prossimo sgombero.
    Nella palazzina A molti si trovano nella sua stessa situazione. A temere meno sono forse i senagalesi, legati con fiducia alle promesse ricevute.
    Sono molte le vite, gli esempi di umanità nascosti lì dentro, in Via di Bravetta, numero civico 415. Peccato che in troppi l'abbiamo dimenticato.
    *Autori del film "Roma Residence"

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