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    «I rom sono figli di Dio. La cattedrale è casa loro»

    Intervista a monsignor Paolo Razzauti. Ha concesso il duomo di Livorno per i funerali in rito ortodosso dei bimbi bruciati nel rogo. «Lo farei per chiunque nel bisogno senza distinzioni»
    13 settembre 2007 - Fulvio Fania
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    Eva, Mengji, Danchiu e Lenuca «sono figli di Dio» e «la cattedrale è la casa di tutti». Anche la loro, bimbi rom bruciati vivi nell'incendio della baracca nella notte di san Lorenzo in pieno agosto. La loro gente è di religione ortodossa. Che cosa importa? Monsignor Paolo Razzauti, amministratore diocesano di Livorno, non ha avuto esitazioni ad aprire ugualmente le porte della cattedrale per i funerali. Domattina la liturgia sarà celebrata, non da preti cattolici, ma dal vescovo e da tre sacerdoti della chiesa ortodossa romena in Italia. Il duomo di San Francesco si riempirà di rom venuti da ogni parte, anche dall'estero e mescolati ai livornesi.
    Razzauti, una vita da parroco, insegnante di religione e poi vicario episcopale vissuta quasi sempre a Livorno, regge le sorti della diocesi dall'inizio dell'anno in attesa che il papa nomini il nuovo vescovo della città in sostituzione di Diego Coletti, che è stato trasferito a Como. Vescovo emerito della città è Alberto Ablondi, noto per il suo impegno di stampo ecumenico e conciliare.

    Questa sua decisione dipende dalle tradizioni d'apertura della chiesa livornese?
    Sì le conferma e nello stesso tempo esprime grande attenzione verso dei fratelli che si trovano nel bisogno. Da oltre un anno un sacerdote della chiesa ortodossa celebra in un oratorio messo a disposizione dalla diocesi. Quel luogo però è troppo piccolo. Perciò ho ritenuto da subito che offrire la cattedrale per il funerale sarebbe stato il segno più bello e completo di fraternità.

    Ha suscitato critiche?
    No assolutamente, tutti concordi. E poi è arrivato il conforto di due telefonate: quella del Santo Padre che ha espresso la sua solidarietà alla città, al popolo rom e alla chiesa ortodossa romena e quella dell'ufficio Migrantes della Cei che mi comunicava di riconoscersi nelle mie parole e di aver apprezzato la decisione di concedere la cattedrale.

    Come le sembra abbia reagito Livormo alla tragedia del campo rom?
    Come si reagisce in genere a tali vicende, c'è chi è più coinvolto e chi è meno interessato. Certo sono drammi che sconcertano e lasciano un'inquietudine dentro. Quattro bambini che muoiono in un rogo, per me credente, sono figli di Dio a qualunque popolo, religione o etnia appartengano. E allora ciascuno di noi si domanda se abbiamo fatto tutto il possibile perché ciò non avvenisse. Se lo sono domandate le istituzioni, quelle amministrative e quelle ecclesiali. E' bello che proprio su questa spinta, come avevo invitato a fare, si sia avviato un tavolo di concertazione della città con il Comune, i vari organismi di volontariato e solidarietà come Arci, Caritas, Sant'Egidio, salesiani e che si stiano avanzando proposte e iniziative per aiutare i rom ad integrarsi e gli abitanti ad agevolarne l'integrazione.

    Non ha colto anche qualche segno di razzismo?
    No. Anzi nel programma della diocesi per i prossimi mesi, in attesa del vescovo, ho indicato tre priorità tra cui proprio l'immigrazione che ritengo non costituisca più un'emergenza ma un dato di fatto dei nostri territori.

    Ha dichiarato che avrebbe concesso il duomo anche se i bimbi fossero stati musulmani. E' così?
    Ho detto che avrei fatto la stessa cosa per qualsiasi persona. Se c'è una realtà che vive una tragedia e una sofferenza del genere non vedo perchè non dovrei aprire la cattedrale, che è la casa di tutti, a chi ha bisogno, senza distinzioni. E' chiaro, sempre nel rispetto reciproco e delle regole.

    Nessun problema dunque neanche per i luoghi di culto?
    No, in occasioni speciali e se c'è un bisogno.

    Non è preoccupato di atteggiamenti poco evangelici verso gli immigrati e i rom?
    Le preoccupazioni ci sono ma non solo per l'immigrazione. C'è una realtà poco cristiana e poco evangelica su tanti aspetti. Però, nonostante ciò che a volte si dice, la Chiesa ha sempre dato segni premonitori. Pensiamo a quanto ha fatto nella storia per le scuole, gli ospedali, i tossicodipendenti. E' chiaro che quando le istituzioni pubbliche hanno la capacità di gestire questi servizi la Chiesa deve essere disponibile a passare la mano ma è stata sempre antesignana e voce profetica nel campo delle povertà e delle emergenze. Così deve continuare ad essere anche di fronte alle migrazioni, non per metterci il cappello sopra, ma per dare un servizio e scuotere le coscienze.

    Anche quando parte la caccia ai lavavetri?
    Sì, non credo nella repressione. Con la repressione non si ottiene nulla, si opprime da un lato ma la molla scatta dall'altro. Invece con un lavoro di prevenzione, educazione e integrazione magari in un tempo più lungo ma i problemi si risolvono meglio.

    Lei apre il duomo ai rom ortodossi nello stesso giorno in cui entra in vigore il decreto papale che reintroduce la messa preconciliare. Non le sembrano due opposti?
    Al momento non ho ricevuto alcuna richiesta per l'antico rituale. Ho un buon rapporto con un gruppo di persone che si riuniscono già in una parrocchia e celebrano il rito in latino. Dovremo fare dei distinguo e chiarire alcune cose. Sulle prime si rimane sconcertati però poi bisogna leggere bene il Motu proprio che in realtà pone dei paletti interessanti alla celebrazione in rito (tridentino, ndr ), non lascia libertà di celebrarlo quando e dove uno vuole, non nei giorni festivi, non nella settimana santa. Tutto dipende, credo, dal rapporto di ogni vescovo con i suoi preti. Se c'è buona collaborazione anche questo fatto si riesce a mettere nei giusti binari, come fatto culturale e di memoria senza enfatizzarlo troppo.

    Però mentre il suo gesto guarda al futuro quella scelta fa tornare al passato.
    Tutta la nostra storia è un futuro e un passato; dobbiamo farci ricchi del passato per proiettarci nel futuro. Le ripeto, può essere un fatto negativo o positivo, dipende da come si imposta e come si vive. Se si imposta in maniera di lotta o contrapposizione si crea ancora più scontento, se invece si colloca in una dimensione di attenzione credo che poi la cosa scompaia da sé perché questi gruppi sono esigui, almeno a Livorno.

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