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    DOSSIER Razzismo e antisemitismo (parte seconda)

    Scienze sociali e spazio pubblico della diversità - 2/2
    Dario Padovan
    Fonte: Associazione culturale Altera

    6. La costruzione della razza italiana: come la scienza si sovrappone alla politica

    Il "Manifesto della razza", che segnò il punto di svolta delle politiche razziali del regime, venne scritto materialmente dal giovane antropologo Guido Landra, ispirato chiaramente da idee e modelli positivistici. E' difficile spiegare perché il razzismo italiano ricevesse il proprio statuto "scientifico" proprio dalle invise scienze sociali. Forse c'era soltanto la volontà di alcuni gerarchi di forzare le resistenze di chi non vedeva di buon occhio questa radicalizzazione razzista. Va comunque sottolineata la capacità di sfondamento culturale dimostrata dal paradigma sociobiologico, soprattutto dal lato dell'opinione pubblica e dei luoghi comuni popolari, a conferma del suo radicamento nella cultura nazionale e della capacità di fornire materiale esplicativo utilizzabile a più livelli.

    Al di là della sua forza ideologica, il Manifesto rappresenta anche un'accurata ed efficace revisione delle teorie razziali che avevano fino a quel momento egemonizzato il campo intellettuale. Teorie messe a punto a cavallo dei due secoli e che avevano i loro mentori nell'antropologo e sociologo Giuseppe Sergi e Alfredo Niceforo. Entrambi si erano a fondo impegnati per demolire scientificamente le tesi dell'arianesimo e dell'indogermanesimo.

    L'ipotesi "ariana" ebbe una sua particolare genealogia italiana, che tuttavia la rese particolarmente invisa al resto degli antropologi italiani, quando si acuirono i conflitti con l'impero austro-ungarico e con lo stato germanico [41]. Giuseppe Sergi prese criticamente in considerazione il concetto di "civiltà ariana" nel saggio del 1895 Origine e diffusione della stirpe mediterranea. Induzioni antropologiche [42]. In quel saggio, ispirato da una notevole dose di risentimento antigermanico dovuto al tentativo dell'Italia di sganciarsi dalla Triplice Alleanza e a questioni riguardanti le minoranze italiane nei territori austriaci, il Sergi smontava la teoria paletnologica e antropologica dell'indogermanesimo. Inizialmente, il "germanismo" affermò che i popoli europei appartenevano alla stirpe "aria" proveniente dall'Asia; successivamente, vennero rivendicate le origini europee degli Arii, che per gli antropologi tedeschi diventarono origini scandinave: gli arii biondi e germanici avrebbero sottomesso i popoli bruni diffondendo in tutta Europa e anche nel mediterraneo la civiltà nordica. Secondo Sergi, si trattava di una teoria antiscientifica, priva di elementi fondanti, poiché, a suo dire, ogni popolo ha un'origine propria, definita dai caratteri antropologici e non da quelli linguistici. In questa competizione, Sergi rilevava addirittura una carenza di dolicocefali tra i tedeschi, invalidando così le teorie dell'arianesimo dotto [43]. La storia raccontata dal Sergi, a suo avviso meno capziosa di quella dei tedeschi, era forse non meno priva di immaginazione.

    Appoggiandosi alle tesi di padre Cesare De Cara [44], Sergi sosteneva che


    un popolo, non ario, né semitico di origine, avesse, da tempi immemorabili, occupato la Siria e l'Asia Minore, e di là per migrazioni varie e successive avesse popolato la Grecia e l'Italia, portando una civiltà propria e indigena, quale si trova nella regione asiatica e poi nel Mare Egeo. Questo popolo nella storia primitiva e nelle tradizioni greco-italiche è il pelasgico [...].

    Popolo, o meglio confederazione di popoli, che sarebbe stato camitico, non ario e né semitico. Sergi non condivideva l'idea dell'origine asiatica dei popoli mediterranei. Egli individuava nella stirpe mediterranea quattro differenti rami etnici primitivi: gli iberi, che diedero il nome alla penisola iberica; i liguri, che occuparono diversi luoghi d'Italia congiungendosi con gi iberi attraverso la Francia meridionale; i pelasgi, che occuparono la Grecia e poi l'Italia e l'Asia minore; i libii, che occuparono l'Africa settentrionale. La composizione etnica di questi rami della famiglia mediterranea non mutò ulteriormente: perciò si poteva dire che la stirpe bruna mediterranea non derivava "né da stirpe negra, né da stirpe bianca, ma stirpe autonoma nelle famiglie umane" [45]. Quel popolo mediterraneo aveva avuto origine in Africa orientale [46], le cui popolazioni non erano da considerarsi "negre". In sostanza, la civiltà europea era sorta da una terra alla quale l'Italia stava legandosi in maniera sempre più stretta.

    A mano a mano che si acuivano i contrasti e le tensioni con gli imperi centrali, il Sergi rendeva la storia della civiltà europea sempre più antigermanica e filofrancese [47], al punto da subire un durissimo attacco dagli antropologi tedeschi nel corso del primo Congresso internazionale di antropologia che si tenne a Berlino nel 1903 [48]. Nello studio Gli Arii in Europa e in Asia [49]., Sergi riteneva che le popolazioni asiatiche denominate arie fossero costituite da selvaggi che avevano distrutto la civiltà europea anteriore al loro arrivo:


    [...] io ho varie volte affermato che gl'immigrati con linguaggi arii in Europa hanno apportato barbarie non civiltà, e che è uno degli errori fondamentali ritenuto, invece, per fatto acquisito e stabilito, che le due più grandi civiltà mediterranee, la greca e la latina, siano di origine aria [50].

    Inoltre, secondo il Sergi gli arii di Europa erano differenti da quelli asiatici creatori originali della lingua aria. Gli arii selvaggi che invasero l'Europa erano in realtà popoli di origine mongolica ed eurasiatica, brachicefali ma parlanti linguaggi arii. Mentre gli arii preistorici, originari dell'India, erano in maggioranza dolicocefali bruni di tipo mediterraneo e non individui biondi di tipo scandinavo o germanico come "vogliono le leggende" [51].

    La ricostruzione del Sergi si complicava approfondendo l'origine della stirpe mediterranea. In breve, i mediterranei erano dolicocefali bruni dello stesso tipo degli arii indiani e iranici, formanti una varietà mediterranea bruna alla quale partecipavano anche i dolicocefali del nord Europa. Germani dolicocefali bruni e mediterranei dolicocefali bruni erano due varietà della più estesa stirpe Euroafricana, la quale subì l'invasione dei mongoli che parlavano ario. Tuttavia, la diffusione della lingua aria non corrispose alla diffusione di una nuova civiltà, che rimaneva inferiore a quella mediterranea, dalla quale sarebbe sorta la civiltà-guida della cultura universale, quella greco-latina [52].

    Sulla base di queste notazioni e lambendo un sottile antisemitismo, il Sergi contestava infine l'ipotesi dell'origine asiatica dei popoli civili, una "leggenda divulgata dall'ebraismo" che situava la Genesi nella Mesopotamia, contrapponendovi un'origine della civiltà a cavallo tra Africa e Mediterraneo, in sostanza nella già citata Africa Orientale. Di qui poi essa si sarebbe diffusa in Egitto, Mesopotamia e Mediterraneo [53]. Era evidente il tentativo di dotare le colonie italiane di un significato che andasse al di là del puro dato territoriale. Il fatto che fossero la culla della civiltà mascherava la loro scarsa redditività economica, elevandone al contempo la simbolicità politica.

    In un ultimo saggio scritto durante la prima guerra mondiale, Sergi riesponeva l'ipotesi di un'origine mediterranea della civiltà greco-latina, confutando la teoria indogermanica che faceva risalire agli arii l'origine anche delle culture mediterranee. Il Sergi ribadiva i caratteri barbari degli arii e le origini mediterranee del loro incivilimento; altri arii si stabilirono invece nella valle del Po, venendo tuttavia assorbiti dagli indigeni veneti, celti ed euganei. Dipanando la sua storia, suffragata, a suo dire, da dati archeologici e antropologici, Sergi intendeva stabilire la verità storica circa la stirpe italica e l'origine e l'evoluzione della sua cultura e civiltà. Egli sconfessava così i luoghi comuni secondo i quali furono gli indoeuropei i veri artefici della civiltà mediterranea, i creatori di Roma e della civiltà latina. La civiltà italica aveva subìto differenti influenze, di certo non quella indogermanica, perciò era universale [54].

    La ricostruzione storico-antropologica delle origini e dei caratteri della nazione italiana, ne riaffermava la superiorità civile e culturale. Il nazionalismo aggressivo, continuatore di quello di fine secolo, che aveva portato alla guerra, riceveva un aiuto di tipo scientifico, consolidandosi nella vita politica e culturale del paese. Nondimeno, pesavano sulle valutazioni "scientifiche" degli scienziati sociali italiani, l'invadenza e la secumera dei giudizi provenienti dalla Germania nello stabilire la primazia della razza indo-germanica sulle altre. Le opere del Sergi e di altri, assumevano allora uno spiccato orientamento antitedesco, eccitato dagli eventi bellici [55].

    Non solo il Sergi aveva definito leggende quelle provenienti dalla Germania sulla storia aria. In termini più caustici, egli sosteneva che "dagli stranieri, specialmente tedeschi, non abbiamo avuto che deformazioni della nostra storia civile: Niebuhr fu il primo a falsificare la storia etrusca; Helbig diede forma e direzione falsa alle antichità della valle del Po [...]. In quei tedeschi, se non è intenzione di deformare la storia, è certamente visione falsa [...], ma, senza dubbio, vi è in loro quell'idea preconcetta e predominante dell'indogermanismo che essi vorrebbero scoprire e trovare in ogni gran fatto umano e in ogni popolo superiore, qual'è il mediterraneo. Ormai gli italiani dovrebbero conoscerne il giuoco" [56]. Questo stile antropologico, abbinato ad elementi geopolitici, avrebbe trovato onesti imitatori anche sotto il fascismo, orientandosi in quel contesto in senso anti-francese e anti-britannico.

    Le tesi di antropologi come Sergi e Niceforo furono in parte incorporate nel "Manifesto del razzismo italiano", mantenendo pure una nota di diffidenza verso i tedeschi. Lo stesore della dichiarazione estraeva dagli studi socio-antropologici i seguenti punti: l'idea dell'esistenza delle razze umane, i cui individui presentano caratteri fisici e psicologici simili (punto 1); la distinzione delle razze in "gruppi sistematici minori" come i nordici, i mediterranei, i dinarici (punto 2); la definizione puramente biologica del concetto di razza che non deve essere confuso con considerazioni storiche, linguistiche, religiose (punto 3). Lo stesso testo presentava tuttavia anche alcune revisioni dell'antropologia sergiana. Si sosteneva l'origine ariana della popolazione italiana (punto 4), tesi combattuta con forza dal Sergi e dal Niceforo; si sanciva la purezza della "razza italiana" dovuta alla parentela di sangue degli italiani (punto 6), convinzione che replicava un mendelismo di tipo genetico e spiritualista; si proclamava l'indirizzo ariano-nordico del razzismo italiano, indicando nella razza tedesca un modello fisico e psicologico, senza però abbracciare in toto il razzismo tedesco (punto 7); infine, ponendo una netta distinzione tra i mediterranei d'Europa (occidentali), i mediterranei orientali e gli africani (punto 8), si intendeva negare la teoria del Sergi sull'origine africana della razza italiana.

    Il "Manifesto della razza" era un testo positivista, biologista, differenzialista, ispirato in parte dal razzismo tedesco, ma anche, come abbiamo visto, dagli studi socio-antropologici di Mantegazza, Sergi, Niceforo. L'unica concessione alla variante soggettivista dell'azione sociale, propria dell'idealismo e del volontarismo, era nei caratteri psicologici della razza. Ma anche in questo caso psicologia era termine che non individuava un'intenzionalità ma sempre un determinismo sociobiologico e behaviorista.

    Nel 1924 il Niceforo pubblicava un manuale di demografia in un capitolo del quale trattava "Delle differenze biologiche tra le razze". Egli mostrava come non potesse darsi altra definizione di razza che non fosse quella biologica e come "fosse inesattissima cosa confondere razza con nazionalità, con lingua parlata, con confessione religiosa, con aggregati storici e simili [...]" [57].

    Il problema della psicologia delle razze venne ripresa dal Niceforo nel 1929 in un rapporto presentato alla "Commissione internazionale dell'Istituto internazionale di antropologia" per lo studio della psicologia della razza, nel quale quest'ultima veniva distinta dalla psicologia dei popoli, elaborata da August Michelet, Hyppolite Taine, Heine, Ernest Renan e dai tedeschi nella forma romantica e metapolitica della Völkerpsychologie. Vi era inoltre ribadita la critica all'antroposociologia tedesca influenzata dalle teorie di Arthur de Gobineau (1816-1882), Georges Vacher de Lapouge (1854-1936), Houston Chamberlain, Ludwig Woltmann [58], in quanto opponeva la psicologia di un homo nordicus a quella di un homo alpinus. Niceforo sosteneva che la medesima frequenza di longitipi, mediotipi e brevitipi era riscontrabile nelle diverse razze: di qui "si avrebbe già un'indicazione di qualche importanza per tracciare una psicologia delle razze inquantoché sono ben noti i legami che avvincono il tipo costituzionale alla sua psicologia" [59].

    Dunque la razza germanica e la razza alpino/mediterranea non erano somaticamente e psicologicamente così lontane; soprattutto i teutonici (homo germanicus) biondi e con gli occhi azzurri non potevano dirsi superiori agli altri europei. Questa tesi era già stata sostenuta nel saggio I Germani, storia di un'idea e di una "razza", nel quale Niceforo criticava aspramente soprattutto le tesi di Houston Stewart Chamberlain contro l'Italia [60]. Chamberlain aveva sostenuto che Dante era germanico e che lo sviluppo dei Comuni e il Rinascimento fossero opera dei germani. Dopo la decadenza delle tribù tedesche, dovuta agli incroci e ai duelli, secondo Chamberlain l'Italia precipitò nella semi barbarie, nell'ignoranza, nel sudiciume, nella menzogna e nella miseria. Inoltre, sempre secondo Chamberlain, gli italiani sarebbero i discendenti degli incroci tra schiavi d'Africa e d'Asia, i popoli ctoni italici, le colonie di soldati provenienti da diversi paesi, insomma un caos etnico [61].

    Niceforo opponeva al razzismo tedesco l'ovvia osservazione che "se all'homo nordicus [razza più ampia dell'homo germanicus] debbano attribuirsi qualità superiori, di intelligenza, di capacità per la organizzazione e per la direzione dei popoli, tali qualità non si troverebbero proprio su tutto il territorio di lingua tedesca, ma anche - e forse più - altrove" [62]. In sostanza, era la razza italiana, e non quella tedesca, la depositaria delle migliori qualità della civiltà europea. Dolicocefali biondi e dolicocefali bruni avevano la medesima origine mediterranea. Le differenze tra nord e sud erano semplicemente la conseguenza di un'imponente antica invasione di brachicefali dall'Asia, che aveva spezzato la continuità razziale tra il mediterraneo e il nord Europa [63]. In questo modo il Niceforo correggeva l'idea in base alla quale la differenziazione tra gli italiani del sud e quelli del nord e la decadenza della stirpe mediterranea fossero dovute all'apporto di sangue saraceno e spagnolo. La linea di demarcazione tra la razza italiana e le altre razze si spostava progressivamente verso sud, inglobando Malta e Gibilterra, a est, includendo una parte delle coste adriatiche orientali; e a nord, comprendendo i tirolesi del sud. Nel periodo fascista l'uso del razzismo servirà a tracciare sempre nuovi confini di carattere geopolitico.

    Sebbene l'intenzione di Giuseppe Sergi e di Alfredo Niceforo fosse di combattere l'antroposociologia razziale di Lapouge, Ammon e Woltmann, in ultima analisi ne accettavano la concezione scientifica di base. L'approccio psico-antropologico alla storia dei popoli poteva pure condurre verso forme radicali di determinismo psicologico. Per Carlo Puini la razza era da considerarsi come il fattore essenziale dell'evoluzione storica delle società umane, proprio perché esse sono un fatto così complesso che è impossibile individuare una causa della loro esistenza: fattori fisici, geografici, storici, economici contribuiscono a forgiare i caratteri della vita dei popoli. Una volta formatosi il carattere psichico di un maturo aggregato etnico sulla base della combinazione degli elementi che lo compongono, tale carattere psichico si mantiene costante al di là del tempo, dello spazio e dei mutamenti di tipo intellettuale, politico e sociale che possono verificarsi.

    Secondo Puini, la diseguaglianza delle razze e il loro valore di fronte al progresso risiedono su questa intima indole di tipo psicologico, o meglio su una costituzione psichica alla quale contribuiscono due specie diverse di fatti: l'intelligenza e il carattere. Dall'intelligenza sgorgano le istituzioni, gli usi, i costumi, le religioni, le lettere, le scienze, le arti; dal carattere proviene invece l'energia, la fermezza, la perseveranza, in una parola le qualità morali. Solo quando queste due serie di fatti si trovano associate è possibile che la razza che le possiede realizzi una civiltà avanzata e progessiva. Negli altri casi la presenza in un aggregato etnico di una sola di quelle caratteristiche non ne garantisce lo sviluppo. In questo caso esso ha bisogno dell'apporto qualitativo di altri gruppi etnici che posseggano le qualità di cui esso necessita. Di qui l'idea che nessun popolo può aspirare a costruire da sè stesso la civiltà [64].

    Radicalmente critico delle teorie prima discusse era la riflessione di Napoleone Colajanni. Nel suo saggio Latini e Anglosassoni (Razze inferiori e razze superiori) [65], Colajanni non si limitava a contestare il presunto rapporto intimo fra le forme esteriori, ossia i caratteri anatomici e fenotipici di un individuo e di una collettività, e i suoi caratteri psichici e la sua storia, come era nell'interesse degli arianologi. Egli si sforzava piuttosto di porre in dubbio il concetto stesso di razza, dimostrando la sua incosistenza euristica, l'inesistenza empirica di razze pure e l'impossibilità di sostenere la superiorità o l'inferiorità biologica e psicologica di una qualunque delle presunte razze umane. A sostegno della sua critica, Colajanni richiamava i giudizi di antropologi e geografi autorevoli quali Manouvrier, Deniker, Reclus, Ratzel, secondo i quali nessun fatto biologico e storico poteva giustificare l'assegnazione di particolari qualità intellettuali e morali agli individui dolicocefali o brachicefali. Gli stessi indici craniali non potevano fornire la misura dell'energia mentale.

    In sostanza, secondo Colajanni, il contrasto tra immutabilità del tipo fisico e mutabilità estrema del tipo psicologico di un popolo non poteva essere più evidente. Tale perspicuità poneva il sociologo nella posizione di sostenere che la civiltà è un'opera alla quale tutti i popoli storici hanno contribuito. L'incivilimento è un processo formato da innumerevoli anelli, i quali rappresentano momenti analoghi di progresso sociale e non passaggi di tipo antropologico, ossia momenti della trasformazione della struttura organica di un popolo. L'assunto che la civiltà fosse opera collettiva di più popoli permetteva infine al Colajanni di proporre un'ottimistica visione del futuro, in base alla quale lo sviluppo di tutte le nazioni, la diffusione della solidarietà internazionale e della solidarietà sociale basata sulla giustizia e sull'uguaglianza, avrebbero comportato la realizzazione fusionale di un'unica civiltà umana [66].


    7. Conclusioni


    Il processo di individuazione, classificazione e gerarchizzazione delle differenze umane e sociali è alla base di tutte le forme di razzismo. Sebbene solo recentemente, grazie all'opera di Taguieff, si parli di "razzismo differenzialista", occorre ricordare che il tema delle diversità biologiche, psicologiche e culturali, è stato al centro delle riflessioni del pensiero filosofico e scientifico fin dai tempi più remoti. Nel contesto dei conflitti sociali del diciannovesimo secolo si manifestò un'ideologia che intendeva difendere i privilegi sia delle decadenti classi nobiliari sia della borghesia industriale, che si fondava su argomentazioni razziologiche e su uno specifico determinismo "differenzialista". Complessi metodi di misurazione biologica, psicologica e sociologica delle differenze furono messi a punto dagli scienziati. Fra tutti emerse come un potente metodo la craniometria, che intendeva dare conto delle differenze sociali sulla base di indicatori somatologici. Perfino sociologi che rifiutavano ogni riduzionismo biologico e genetico, come Auguste Comte, usarono la retorica sulle differenze per dar conto delle disuguaglianze sociali. La diffusione del pensiero analogico, che alimentava una continua comparazione fra il mondo della natura e quello della società, aiutò in modo deciso l'affermarsi del paradigma biologico e razziologico di spiegazione delle differenze. Gli individui erano tra loro diversi non solo ovviamente per il colore della pelle ma anche per le loro posizioni sociali, gli stili morali, i caratteri culturali dei gruppi ai quali appartenevano. Tuttavia, si trattava di individuare una causa originaria di tali differenze, un motivo essenziale che fosse in grado di spiegare la varietà degli esseri viventi e dei raggruppamenti sociali. Il paradigma bio-sociologico e razziale delle differenze umane si affermò grazie al suo essenzialismo, alla sua apparente capacità di spiegare la quasi totalità dei fenomeni individuali e sociali e, soprattutto, grazie al fatto che confermava le gerarchie razziali tra le classi e le civiltà delineatesi in conseguenza del processo di industrializzazione interna all'Occidente e di colonizzazione di lontani paesi e continenti. Il razzismo trovava in tale approccio una conferma psuedo-scientifica alla sua metafisica delle differenze rendendolo un pensiero "totale" ma allo stesso tempo adattabile alle esigenze culturali del momento.

    Note:


    41
    La diffusione in Italia dell'idea di una "cultura ariana" fu inizialmente opera dell'orientalista e glottologo Angelo De Gubernatis, cultore anche di folklore e di demologia. L'ipotesi della conquista ariana della penisola italiana, portatrice di una civiltà superiore, fu elaborata dal "paletnologo" Luigi Pigorini trovando diversi epigoni tra antropologi come Mantegazza e letterati come Giosué Carducci. Sulla storia italiana dell'arianità vedi Raspanti M., Il modello ariano nell'Italia prefascista, comunicazione presentata al Convegno "Il razzismo nella storia d'Italia 1870-1945", Bologna, 13-15 novembre 1997.

    42
    Sergi G., Origine e diffusione della stirpe mediterranea. Induzioni antropologiche, Società editrice Dante Alighieri, Roma, 1895.

    43
    Cfr Pösche Fh., Die Arier, Jena, 1878 e Penka F., Die Herkunft der Arier, Wien, 1886, cit. in Sergi G., Origine e diffusione..., cit., pp. 3-29.

    44
    De Cara C., Gli Hethei - Pelasgi, ricerche di storia e di archeologia arientale, greca e italiana, Roma, 1894.

    45
    Sergi G., Origine e diffusione..., cit., pp. 44-45.

    46
    Ibidem, p. 109.

    47
    Mostrando una certa simpatia filo-francese, il Sergi riteneva i Celti, che avevano occupato in tempi remoti alcune zone del nord italico, un popolo amichevole e civile.

    48
    Per questa notazione ringrazio il prof. Valerio Marchetti dell'Università di Bologna.

    49
    Sergi G., Gli Arii in Europa e in Asia. Studio etnografico, Bocca, Torino, 1903.

    50
    Ibidem, p. 8.

    51
    Ibidem, p. 257.

    52
    Ibidem, pp. 258-261.

    53
    Ibidem, pp. 265-266.

    54
    Sergi G., Italia. Le origini. Antropologia, cultura e civiltà, Bocca, Torino, 1919, pp. VIII-IX.

    55
    Pochi mesi dopo l'inizio della prima guerra mondiale, antropologi e sociologi alzavano il tono della polemica anti-tedesca. Vincenzo Miceli stabiliva un metro valoriale per giudicare quali guerre fossero giuste e quali ingiuste, distinguendo tra atti di prepotenza e aggressione e atti legittimi di difesa e offesa. Miceli era certo che la vittoria degli imperi centrali avrebbe significato l'asservimento dei popoli, la distruzione delle patrie e dello stato-nazione, la decadenza della civiltà. La vittoria dell'alleanza anti-imperiale avrebbe consentito una migliore convivenza internazionale, un progresso per la vita dei popoli. Per questo "la nostra guerra è quindi una guerra santa e purificatrice". Cfr. Miceli V., L'azione degli ideali nella nostra guerra, in "Rivista italiana di sociologia", fasc. sett.-dic. 1915, pp. 502-518. Carlo Puini sottolineava invece come il tipo antropologico ariano detto homo europaeus, individuato quasi interamente tra i germani, fosse a torto ritenuto il creatore esclusivo della civiltà del mondo. L'ariano puro era invece solo in grado di appropriarsi del prodotto intellettuale degli altri gruppi razziali, e di svolgere una maggiore quantità di lavoro intellettuale, ma non di produrre autonomamente la civiltà, come nel caso della Grecia e di Roma. Cfr. Puini C., La diseguaglianza delle razze umane, in ibidem, pp. 519-532. Vincenzo Giuffrida-Ruggeri riprendeva il tema della culla della specie. Accettando la teoria ologenetica del Rosa, Giuffrida-Ruggeri affermava che erano stati tre i centri genetici della specie umana (nord eurasiatico, asiatico occidentale, australe). Tuttavia, la grande rassomiglianza morfologica e fisiologica fra tutti gli uomini lo faceva propendere, correttamente, per l'esistenza di una sola specie collettiva, conclusione che entrava in conflitto con le posizioni degli antropologi e archeologi tedeschi e inglesi. Cfr. Giuffrida-Ruggeri V., La così detta culla dell'umanità, ibidem, pp. 533-538; vedi anche L'uomo attuale. Una specie collettiva, Milano, Albrighi e Segati, 1913.

    56
    Sergi G., Italia. Le origini. Antropologia, cultura e civiltà, cit., pp. XII-XIII. In un articolo scritto a ridosso dell'inizio delle ostilità, il Sergi commentava con parole durissime l'inizio della guerra: "[...] lo stato psicologico del popolo germanico mostra una violenta reviviscenza di barbarie per quei metodi coi quali è condotta la guerra da parte loro [...]. E' nel sentimento, quindi, e nei suoi componenti che bisogna trovare l'interpretazione del fenomeno; perché non è nei poveri contadini e nelle plebi che vivono di lavoro giornaliero e stentato, che il sentimento della guerra e la raffinatezza barbarica si sono ridestate, ma nella parte colta della popolazione e nei dirigenti, civili e militari [...]". Cfr. Sergi G., L'eugenica. Dalla biologia alla sociologia, in "Rivista italiana di sociologia", fasc. sett.-dic. 1914, nota 1, p. 631.

    57
    Cfr. Niceforo A., Lezioni di demografia, Rondinella, Napoli, 1924, cit. in Niceforo A., Avventure e disavventure della personalità e delle umane società, Bocca ed., Milano-Roma, 1953, p. 141.

    58
    Ludwig Woltmann, un marxista divenuto razzista dopo la sua adesione al darwinismo, rovesciò la lotta di classe in lotta tra le razze, propugnando un socialismo autarchico e razziale nel quale i lavoratori avrebbero ottenuto uguaglianza di status, ma non di funzioni. Vedi Mosse G. L., Il razzismo in Europa, cit., p. 88.

    59
    Niceforo A., Avventure e disavventure ..., cit., p. 143.

    60
    Niceforo A., I Germani, storia di un'idea e di una "razza", editrice Società periodici, Roma, 1917.

    61
    Chamberlain H. S., Die Grundlagen des Neunzehnten Jahrhunderts, Monaco, 1904. Sulle stesse posizioni era anche Woltmann L., Politische Anthropologie, Eisenach, Liepzig, 1903. Il saggio di Niceforo doveva combattere queste posizioni. Per l'esposizione delle idee di Chamberlain vedi il saggio di Niceforo A., I Germani, storia di un'idea e di una "razza", editrice Società periodici, Roma, 1917, pp. 29-31.

    62
    Niceforo A., Avventure e disavventure ..., cit., p. 14.

    63
    Niceforo A., I Germani..., cit., p. 87.

    64
    Puni C., La diseguaglianza delle razze umane, in "Rivista italiana di sociologia", sett. dic. 1915, pp. 519-532.

    65
    Colajanni N., Latini ed Anglosassoni (Razze inferiori e razze superiori), pref. di G. Novicow, Edizioni della Rivista popolare, Roma-Napoli, 1906.

    66
    Per questo riassunto del saggio di Colajanni vedi Mondaini G., Razze inferiori e razze superiori, in "Rivista italiana di sociologia", sett.-dic., 1906, pp. 630-644.

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