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    Breve storia della letteratura d'immigrazione in Italia

    Breve viaggio nella stora e nelle caratteristiche di un fenomeno destinato, a trasformare la nostra cultura e a mettere alla prova la lingua italiana.
    18 aprile 2003 - Selena Delfino

    Sono passati quasi vent’anni da quando, per la prima volta, le librerie europee hanno iniziato a dedicare, sui loro scaffali, un’esiguo spazio alle opere che avrebbero successivamente delineato i tratti della “letteratura d’immigrazione”.
    E’ il 1984, in Francia viene pubblicato il romanzo di Tahar Ben Jelloun, maghrebino, che con il suo “Creatura di sabbia” è oggi considerato il precursore del genere.
    Paesi come la Francia e l’Inghilterra hanno visto nascere per primi questo fenomeno che solo negli ultimi anni sta interessando il nostro paese. D’altra parte, non c’è affatto da stupirsi se a fare da rompighiaccio siano state proprio le nazioni in cui, argomenti come il multiculturalismo e l’immigrazione erano all’ordine del giorno nel medesimo momento in cui gli italiani tentavano essi stessi di dismettere la veste di “popolo di migranti”.
    Perché il fenomeno emerga anche nella nostra penisola, dovremo attendere almeno il 1989 quando nella provincia di Caserta viene ucciso Jerry Masslo, lavoratore stagionale immigrato. Il fatto di cronaca scatena un’ ondata di proteste, l’italia indifferente viene messa davanti alla realtà della povertà, dello sfruttamento, e del lavoro nero.
    I (pochi) critici che si rivolgono a questo genere, tendono ad ascrivere a questo evento drammatico la nascita della letteratura d’immigrazione, vedendo in essa l’espressione di un bisogno insopprimibile di comunicare e condividere le sofferenze di una vita difficile e nella maggior parte dei casi, precaria.
    E infatti, qualcosa si è subito mosso. Alcune grandi case editrici italiane accendono il loro interesse: nel 1990 Garzanti pubblica “Io, venditore di elefanti” di Pap Khouma e Oreste Pivetta; quasi contemporaneamente esce, edito da Theoria, “Immigrato” di Salah Methnani e Mario Fortunato e si può dire con sicurezza che queste siano fra le pubblicazioni che hanno aperto la strada.

    L’interesse delle famose case editrici per un genere che non raggiunge il pubblico di divoratori di best-sellers, scema in fretta e in una certa fase transitoria, chi pubblica questo genere di opere sono solo associazioni di volontariato come Mani Tese, Nigrizia o piccoli editori come Terre di Mezzo, Eks&Tra, Fara, Edizioni Lavoro che hanno fatto di questo genere il loro stendardo. Tuttavia, negli ultimi due anni, Sellerio, Feltrinelli, Giunti, Einaudi, hanno nuovamente invertito la tendenza decidendo di tradurre e pubblicare alcune opere di immigrati in Italia, pur rimanendo senza un vero e proprio progetto editoriale.

    Aldilà delle impronte di tipo sociologico, che castrano la grandezza dell’avvenimento relegandolo ad una relazione causa effetto non completamente pertinente, chiediamoci quale ricchezza potremmo trarre dall’interazione con la moltitudine di storie, di linguaggi, di tradizioni che viaggiano con gli individui che si riversano e continueranno a riversarsi sulla nostra penisola.
    I racconti di chi viene da lontano portano con sé delle caratteristiche, dei “temi comuni” che fanno da vero e proprio specchio alla nostra cultura “occidentale” permettendo una costruttiva auto-riconsiderazione.
    Il tempo, il rispetto per gli anziani, il modo di gestire lo spazio sia fisico che relazionale, l’ indifferenza, l’ identità sono fattori che diventano involontari giudizi nati da un esame della nostra società condotto “al contrario”. E non è raro che le parole dell’immigrazione conducano il lettore all’esame del proprio razzismo, soprattutto quello latente, il più subdolo perché difficile da estirpare:

    “Vogliono parlare con te, ma cercano di cambiare il tuo nome dal suono impronunciabile […] prima che mi affibino un nome italiano passo al contrattacco: se proprio non riuscite a chiamarmi Mohamed, allora chiamatemi Alì”*

    L’autobiografismo testimoniale diventa così solo un pretesto per affrontare temi che non sono strettamente quelli dell’immigrazione e che ci riguardano da vicino essendo voci che parlano di noi, del nostro spazio, delle nostre abitudini. Così il Natale viene visto come un curioso e breve sfavillare di luci e di suoni e “[…]poi niente” quasi che la nostra cultura avesse perso il tempo per consumare e godere appieno di una festa preparata con tanto clamore consumistico.
    La ricchezza delle nostre città si dimostra fasulla.

    “[…]basta andare in autobus dal centro di Milano fino a Lambrate: il ricco occidente si tramuta di colpo in un territorio cupo e desolato. Non è più occidente”**

    Il nostro stile di vita frenetico, l’inquietudine, l’ansia di cui soffre la nostra società, il pessimo rapporto che l’uomo “occidentale” ha con il tempo e la difficoltà nelle relazioni personali e affettive. Tutto questo emerge nella nuova letteratura che legge e delinea i mali della nostra cultura con una veridicità e una vivacità che vanno oltre a qualsiasi testo sociologico o antropologico.

    “Come sono tristi
    queste città
    con l’uomo morto
    dentro.”
    (Gezim Hajdari)

    Ad osservare il fenomeno con l’attenzione del sociolinguista o attraverso uno sguardo particolarmente lungimirante è possibile soffermarsi ed essere affascinati anche dalle conseguenze dal punto di vista linguistico che questa piccola rivoluzione letteraria potrebbe portare.
    La maggior parte degli autori immigrati ha infatti deciso, nonostante le intuibili difficoltà, di scrivere in italiano; scelta dovuta in parte al desiderio di comunicare in modo diretto con i lettori italiani, in parte alla necessità di facilitare la pubblicazione dell’opera da parte di case editrici che non hanno intenzione di sobbarcarsi il lavoro oneroso della traduzione.
    Per questo motivo nelle prime opere letterarie di questo genere era consueto, che il nome dello scrittore immigrato fosse affiancato da quello di un coautore italiano con il compito di curare la forma della narrazione.
    Più tardi, sono stati sempre maggiori gli scrittori che hanno acquisito gli strumenti linguistici necessari ad un’autonoma composizione delle proprie opere.
    E questo è il primo passo di una sfida che la lingua italiana dovrà subire presto o tardi, come è successo nel Regno Unito e come è in atto in Francia. Considerando il ritardo che avanziamo rispetto al fenomeno si può prevedere che fra un paio, o forse tre generazioni, anche la nostra lingua dovrà misurarsi con gli eventuali suoi limiti, superarli ed esserne rinnovata.
    Come dovrà adattarsi la nostra lingua per accogliere una narrazione che in molti casi ha come caratteristica saliente l’oralità? E’ infatti significativo che in alcuni testi di immigrati prevalga la paratassi sull’ipotassi. La costruzione delle frasi, le metafore, le figure retoriche sono frutto di una mentalità letteraria basata sull’oralità del racconto tramandato di generazione in generazione. E questa modalità di porta con sé locuzioni, idiomi che nulla hanno a che vedere con gli inglesismi o i francesismi a cui siamo avvezzi.
    La trasformazione che stanno subendo l’inglese e il Francese, fra le pagine di scrittori del calibro di Salman Rushdie, Hanif Kureishi, Tahar Ben Jelloun sarà presto uno stimolo che anche la nostra lingua dovrà affrontare.

    Dal quadro delineato da queste sommarie e brevi considerazioni emerge la necessità di non sottovalutare, come sta succedendo in Italia, le trasformazioni che la letteratura d’immigrazione e ogni aspetto del multiculturalismo porteranno alla nostra società e nelle nostre modalità di pensiero.
    La letteratura è l’unica fra le arti che ha il dono di cambiarci profondamente nello spazio di una pagina. Ha il potere di fare nostri sguardi lontanissimi permettendoci di condividere le vite di una molteplicità infinita di uomini, di pensieri, di voci.
    A quale ricchezza più grande possiamo aspirare?

    Note:

    * Mohamed Bouchane – CHIAMATEMI ALI’ – Leonardo, 1991
    **Salah Methnani, Mario Fortunato – IMMIGRATO – Theoria, 1990

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