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    Un thè non offerto: la nostra speranza

    Due madri: Cindy Shehan e Tammy Pruitt. Le due facce dell'America in guerra.
    26 agosto 2005 - Nadia Redoglia

    “Perché mio figlio è morto?” La storia si è spesso servita di morte. Quella di un figlio è inaccettabile. La morte di un figlio va oltre, oltre e basta. Non ha significato, né significante. Non ha lemma che la identifichi. La successione di una madre al figlio è un atto che stravolge il sistema della vita, perciò non riesce a entrare nelle menti materne, men che meno nelle loro anime.
    Cindy Sheehan, una madre, si sarà chiesta centinaia di volte il perché. Se l’è chiesto fino al 6 agosto del 2005, giorno in cui ha realizzato, illuminata dalla giusta risposta, che la morte di suo figlio non era un atto contro natura, ma naturale conseguenza di un sistema che, per troppi, umano non è più, perché fecondato da devastanti ossimori che hanno generato l’annichilimento, l’annientamento di troppe speranze. Speranze nate in Europa dopo la seconda guerra mondiale, speranze nate nell’Asia dopo Hiroshima, speranze nate negli USA dopo il Vietnam. Speranze che sono state definitivamente abortite da un uomo che dopo l’11 settembre 2001 si proclamò, indossando un giubbotto militare, dio della pace, dichiarando al mondo che una “giustizia infinita” avrebbe salvato l’umanità. I “suoi” gli fecero osservare che forse stava pisciando fuori dal vaso e che avrebbe dovuto accontentarsi di un ossimoro un po’ più terreno. Si accontentò di “libertà imperitura”. Ossimori inaccettabili perché la natura umana ha imparato dalla storia millenaria di tutti i popoli che la giustizia non può essere infinita e che la libertà non può essere duratura. Paradossalmente è proprio la “ragione” umana che l’ha sempre dimostrato. Limitata? Sicuramente. Siamo umani non dei.
    Cindy l’ha capito, perciò si è piazzata davanti a Crawford. Il suo obiettivo: la speranza di guardare negli occhi il presidente degli Stati Uniti d’America. Suo figlio non è morto per il de rerum natura. E’ stato rapito da chi si arroga il potere di decidere che sia “naturale” il morire per una patria che abbisogna di detenere il primato mondiale del controllo sull’umana sorte. E che ha fatto il signore dell’enduring freedom per questa donna, che non è là per maledire gli assassini di suo figlio, ma “solo” per chiedere perché è morto? Non l’ha ricevuta. Avrebbe potuto offrirle un thè, come Marjorie Cohn, (presidente lega avvocati che appoggia Cindy) riteneva minimo gesto doveroso, se non altro per confortare una madre “diversa”. Mister Bush si è rivolto invece a un manipolo di persone capeggiate da un’altra madre, Tammy Pruitt, degna figlia di Uncle Sam, che ha regalato alla patria ben cinque dei suoi figli, nonché il marito, ed è onorata di questo. Il suo presidente la indica alla folla. Lei, come i suoi figli, appartengono alla razza eccellente, razza pura d’America. “Vergognati Cindy” c’è scritto sui cartelli fieramente elevati al cielo…
    Cheer up Cindy Sheehan! Continua a chiedere il “perché”. Tu la risposta già la conosci, ma stai lavorando perché venga riconosciuto il tuo diritto a fare la domanda all’unico che ha il dovere di rispondere. Ecco perché Bush non ti ha offerto il thè. Ha preferito nascondersi nell’utopia che lo protegge. Ha chiesto rinforzi perché non sa sostenere il tuo sguardo neppure di fronte a un misero thè di circostanza. La sua “forza” consiste nel credere che le Cindy siano il frutto di fantasmi di obsolete tragedie umane, contro i quali lui e i suoi vassalli alleati istituiscono “giorni della memoria” al fine di esorcizzare i tempi ove le guerre si chiamavan guerre e gli avversari nemici. Le madri dietro cui si ripara Bush sono state “educate” alla “naturalezza” dell’esser fiere di possedere figli impegnati nell’enduring freedom. Sono finite le guerre contro i nemici! Oggi si muore e si uccide per la pace! Cindy non ci crede e sceglie di ripararsi nella natura umana perché sa che nel suo caso questa volta la natura non c’entra con la morte di suo figlio. Cindy è chiamata madre coraggio, perché sta difendendo la natura delle cose.
    Il thè che il “suo” presidente non le ha offerto lo dimostra.
    Nadia Redoglia

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