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Seguono box sui programmi dei partiti e sulle proposte del movimento per la pace

L'Italia ripudia la guerra. Poca o niente pace nei programmi elettorali

La politica, la vita e la pace - La politica è pace - Sensibilità per la vita - La pace positiva.
1 aprile 2008 - Enrico Peyretti
Fonte: Pubblicato su Nuovasocietà, quindicinale piemontese, redazione@nuovasocieta.it , anno 2, n.7, 1 aprile 2008, pp. 8-12

Enrico Peyretti (foto)

Trovo poca pace, o niente, nei programmi che i partiti ci offrono in vista di queste elezioni politiche, e ancor meno nel dibattito. Ci sono molti temi della vita, ed è giusto: se la politica non serve la vita, a cosa vale? Salari sufficienti, sicurezza nel lavoro, servizi sociali in aiuto ai più deboli, sono politica della vita, certo. Così il rispetto dell’umanità nella fragilità dei nascituri e degli ammalati, anche terminali e inguaribili, non sopraffatto da efficientismo e comodità dei più forti. È politica della vita dare possibilità ai più poveri, del nostro o di altri popoli, di trovare il benessere e il rispetto di tutti i loro diritti umani. Ma soprattutto credo che il tema della pace, in senso ampio, sia il tema politico della vita, garantita, difesa, libera di svilupparsi in ogni persona mediante relazioni di giustizia.

La politica è pace
Direi che La politica è pace (titolo di un mio libro, ed. Cittadella 1998), altrimenti non è politica. Una cultura positiva di pace è fondamento e culmine di una buona politica. L’idea della pace include e informa tutti i temi politici: l’economia deve essere competizione selvaggia e rapina, oppure costruzione di condizioni giuste e degne alla vita di tutti, persone e popoli? Il rapporto con la natura deve essere di saccheggio mortale, nella follia della crescita infinita, o di alleanza, cura e convivenza ecologica? Il lavoro deve sfruttare il tempo e la salute psico-fisica delle persone per massimizzare produttività e profitto, oppure deve potere esprimere energie e inventive personali in risposta ai bisogni autenticamente umani? La sanità, l’istruzione, la mobilità, devono essere in mano ad aziende competitive, in accanita caccia al profitto, oppure beni sociali prestati a ciascuno secondo i suoi bisogni e pagati da ciascuno secondo le sue possibilità? (Questa espressione è uguale in Marx, Critica del programma di Gotha, e negli Atti degli Apostoli, cap. 2 e cap. 4). Vogliamo la società umana come un’arena di rivali, tesi a scavalcarsi senza pietà ed eliminarsi come gladiatori, oppure come un’impresa di soci per una vita giusta, con doveri e diritti reciproci? Vediamo le relazioni tra i popoli come tra superiori e inferiori, civili e incivili, padroni e schiavi, oppure cooperanti, ciascuno diversamente, nell’ormai unico destino umano? Lo sport, il gioco, la fantasia e l’arte devono essere deformati nella commercializzazione spasmodica, oppure valere come momenti di gioia, di creatività geniale e libera?
La pace non è solo evitare la guerra, ma è la forma sana e felice della vita, in tutti i campi della società e della politica. La pace non è un settore, ma la qualità essenziale del vivere insieme nella polis umana.

Sensibilità per la vita
Non è buona politica della vita mettere l’una contro l’altra esigenze e situazioni personali, esasperare e sfruttare un singolo aspetto per dividere movimenti civili e politici complessivi. Nelle nuove discussioni sull’aborto, condivido la sensibilità per l’inizio non perfettamente definibile della vita umana, quindi da rispettare con cura, ma non sopporto lo sfruttamento di parte, non sai quanto sincero, di temi così delicati e grandi. È vero che noi tutti, anche nati, adulti, e invecchiati, siamo sempre in cammino sulla via della nostra umanizzazione. Stiamo sempre nascendo alla realizzazione della nostra umanità, se siamo coscienti dell’infinito compito umano verso il bene, il vero, il giusto. Condivido questa sensibilità, che non è solo “religiosa” in senso confessionale, ma, io credo, autenticamente umana. Eppure, la politica nelle istituzioni, e, prima ancora, la cultura politica del cittadino, deve tener conto che la società è la composizione di situazioni umane e di punti di vista molto differenti.
La situazione di una donna che si sente nell’impossibilità di proseguire una gravidanza, è simile al dramma di due naufraghi con una sola tavola: nessuno può giudicare dall’esterno la decisione di abortire, tanto più se la donna è lasciata sola. Certo, a quel che possiamo sapere, dipende dal grado di sviluppo del concepito se sia soppressione o no di una vita umana. La società – anzitutto l’uomo compagno del suo problema - non abbandoni la donna al dramma solitario, ma le dia le possibilità che vorrebbe avere, e poi rispetti la sua intima decisione perché ingiudicabile. Mi preoccupa una certa mentalità leggera, che banalizza il problema e sembra ridurre l’aborto al taglio dell’appendice. Non riesco a pensare l’aborto come un diritto, mentre è vero diritto della donna di essere compresa, rispettata e aiutata nel suo dramma. Penso l’autodeterminazione come questo potere e dovere decidere personalmente, ma non come se la donna decidesse solo di sé, perché decide anche di un’altra vita personale in formazione. Bisogna che, nella società e nella politica, i problemi sul valore della vita siano trattati con delicatezza, senza sparare sugli altri facili assolutismi, senza condanne spietate, senza farsi agguerriti proprietari dell’unica verità, e anche senza semplificare tutto per ridurne gli aspetti difficili e drammatici.

La pace positiva
Tra i temi politici della vita, tuttavia, deve primeggiare quello della pace, che li include tutti. Una cultura positiva della pace è più della pace negativa, la quale pensa: noi non facciamo guerra, ma se altri la fanno o la minacciano dobbiamo farla anche noi. E così, nel frattempo, buttiamo montagne di denaro in armamenti che già di per sé sono guerra e fame. Neppure basta un pacifismo negativo, che condanna e depreca la guerra, ma non costruisce metodi alternativi per gestire i conflitti.
La politica positiva della pace è la preparazione mentale e operativa a gestire i conflitti (che sono parte della vita) in modo non distruttivo e omicida, ma in modi costruttivi. Quindi la pace coi mezzi della pace (titolo di un ampio trattato di Johan Galtung, Ed. Esperia 2000). Che cosa vuol dire? È possibile e realizzabile? Intanto, la pace coi mezzi della guerra non è mai pace.
Anche l’abolizione della schiavitù, dell’esposizione dei neonati, della inferiorità della donna, della tortura, sembravano e ancora in parte sembrano irrealizzabili, ma sappiamo che si possono e dunque si devono realizzare. Metodi non armati e non omicidi sono possibili anche nei casi più acuti: Senz’armi di fronte a Hitler è l’opera di Jacques Semelin (ed. Sonda 1993) che documenta bene le forme troppo ignorate di resistenza nonviolenta al dominio nazista in Europa. La forza degli scioperi operai nel Nord Italia nel marzo 1944 modificò gli ordini di Hitler, che voleva la deportazione del 20% degli scioperanti e ne ottenne solo lo 0,5%. In Danimarca la solidarietà popolare salvò il 95% degli ebrei dalla deportazione. I regimi est-europei del comunismo sovietico furono disciolti nel 1989 (unica eccezione la Romania) da memorabili rivoluzioni popolari nonviolente. Un’ampia bibliografia dei casi storici, da ogni tempo e luogo, di lotte giuste senza armi omicide si trova in rete alla voce “Difesa senza guerra”. È vero che non sempre le lotte nonviolente hanno successo immediato, ma tra Hitler e i giovani della Rosa Bianca, tra Hitler e Franz Jägerstätter, chi è il vero vincitore in termini di umanizzazione della storia? I mezzi della forza nonviolenta – la volontà, l’unità, la ragione, il coraggio - sempre realizzano meglio la dignità di chi lotta per un fine giusto, e sempre mettono le basi per migliori esperienze successive.
Se la politica degli stati predisponesse – almeno in parallelo, per ora, alla difesa militare – la «ricerca e sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta» (come esige in Italia la legge 8 luglio 1998, art. 8), le esperienze nonviolente, per lo più spontanee e popolari, potrebbero svilupparsi in tecniche istituzionali di gestione più umana e più efficace dei conflitti, senza lasciarli degenerare in guerre.
Interventi di prevenzione, solidarietà, mediazione e riconciliazione nei luoghi di conflitto, sono avvenuti da parte di volontari di varie associazioni pacifiste nonviolente. Dei Corpi Civili di Pace, proposti da Alex Langer nel Parlamento Europeo si sono abbozzate proposte, ma l’alternativa alla gestione bellica dei conflitti non diventa ancora politica.
Nei programmi dei partiti cosa si trova di tutto questo? Poco o niente, a quanto finora si è visto. Chi ha approvato, per evitare il peggio, le spedizioni militari “di pace” di questi anni, vuole qualcosa di meglio. Chi vuole una politica ad altezza umana sia vigilante e poi giudichi.
Enrico Peyretti, 28 febbraio 2008

Seguono tre schede
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Scheda 1: Richiesta dei Corpi Civili di Pace

Appello alle forze politichedell’Associazione Ipri-Rete Corpi Civili di Pace
Il Consiglio Direttivo Nazionale dell’Associazione Ipri-Rete CCP (Italian Peace Research Institute – Corpi Civili di Pace) , riunitosi a Bologna il 24 febbraio 2008RICHIEDEai partiti e ai raggruppamenti che partecipano alle elezioni politiche del 13/14 aprile 2008 l’inserimento nel loro programma della predisposizione di un testo di legge che istituisca i CCP (Corpi Civili di Pace), partendo dalla proposta di legge “Disposizioni per il riconoscimento dei congedi per la partecipazione a missioni organizzate nell’ambito dei Corpi Civili di Pace” n. 5812 del 25 maggio 2005 (primo firmatario on. Tiziana Valpiana) e dal lavoro fatto dal Tavolo sui Servizi Civili di Pace istituito presso il Ministero degli Esteri durante quest’ultima legislatura.Questa iniziativa vuole porre le basi per eliminare il ricorso alla guerra e intervenire in situazioni di conflitto attraverso azioni di:a) prevenzione;b) interposizione;c) riconciliazione.Tutto ciò con l’obiettivo più alto della trasformazione nonviolenta dei conflitti.Associazioni aderenti all’Ass. I.P.R.I.- Rete CCP INTERNATIONAL PEACE RESEARCH INSTITUTE (Italian Branch)Ass. “Aiutiamoli a vivere”, Associazione per la Pace, Ass. Locale Obiezione e Nonviolenza Forlì-Cesena (ALON FC)Berretti Bianchi Onlus, Centro Studi Difesa Civile, Centro Studi Sereno Regis, Fondazione A. Langer, G.A.V.C.I., Lega Obiettori di Coscienza, Lega Disarmo Unilaterale, Movimento Internazionale della Riconciliazione, Movimento Nonviolento, Pax Cristi-Italia, Servizio Civile Internazionale, Società Italiana di Scienze Psicosociali per la pace.

Scheda 2: Alcuni obiettivi prioritari di una politica nonviolenta

Alcuni obbiettivi prioritari di una politica nonviolenta (26 febbraio 2008)
Proposta di Alberto L’Abate, Gigi Ontanetti e Marco Sodi della “Fucina per la Nonviolenza” di Firenze. L’Abate è anche presidente dell’IPRI-Rete Corpi Civili di Pace all’interno del cui direttivo (24/2/08) la proposta è stata discussa ed approvata nelle linee generali

1) La riconversione delle industrie militari. E’ sicuramente un obbrobrio che il nostro paese sia un venditore di morte, e che anche con il governo di Centro sinistra, le nostre industrie militari si siano impinguate con grosse commesse sia con l’India che con la Cina e con altri paesi del mondo. Secondo noi perciò uno degli obbiettivi prioritari da portare avanti da un governo che si dichiari realmente nuovo ed amante della pace dovrebbe essere quella di una seria riconversione delle industrie militari. Riconversione che non vada a danno dell’occupazione degli operai che ci lavorano, ma che, anche con l’aiuto di ricercatori universitari o meno, e di tecnici esperti di questi settori, porti alla trasformazione di queste industrie verso attività civili che portino realmente un progresso sociale, e non sfruttino le guerre per fare affari.
2) La chiusura di tutte le basi militari. Annullare la decisione di allargare la base militare USA di Vicenza e prendere l’impegno di eliminare tutte le basi militari attualmente in atto nel nostro paese, con o senza armi nucleari (tra l’altro in aperto contrasto con l’Art.11 della nostra Costituzione che riconosce la difesa ma non l’attacco), annullando anche l’accordo per l’acquisto di altri aerei, gli F35, che vanno ad aggiungersi a quelli già ordinati gli “Eurofighter”, costosissimi, ed utilizzabili solo per conflitti armati di tipo aggressivo, e perciò, anche questi, contrari alla nostra Costituzione.
3) Eliminare il ricorso alla guerra per essere attivi nella descalata dei conflitti. Invece che per interventi armati, solo raramente giustificabili come interventi di pace, chiediamo che il nostro paese si faccia attivo nella ricerca della previsione dei conflitti armati, della loro prevenzione, e nella mitigazione e nella trasformazione degli attuali conflitti armati in conflitti nonviolenti, disarmati, e questo anche con l'uso di corpi civili di pace a questo formati (per la prevenzione, per l’interposizione e per la riconciliazione), da attivare sia all’interno del nostro paese sia a livello dell’Europa intera, per interventi sia all’interno del nostro paese (contro la mafia e la camorra), sia all’esterno, per superare l’attuale scalata di conflittualità a livello mondiale. Il direttivo IPRI-CCP del 24/02/08 , a proposito di questo argomento, ha deciso di invitare tutti i partiti, ed i raggruppamenti degli stessi, ad inserire, nel loro programma, il riconoscimento istituzionale dei Corpi Civili di Pace, a partire dal contenuto della proposta di legge sull’aspettativa: “Disposizioni per il riconoscimento dei congedi per la partecipazione a missioni organizzate nell’ambito dei Corpi Civili di Pace” n. 5812 del 25 maggio 2005, e dei documenti elaborati nell’ambito del lavoro del Tavolo dei Servizi Civili di Pace istituito presso il Ministero degli Affari Esteri durante l’ultima legislatura (documento Papisca).
4) Ridurre progressivamente il numero di forze armate o dipendenti dal Ministero della Difesa, ad esempio, approvando una legge che permetta i/le dipendenti del ministero della difesa di chiedere di "servire lo stato" alle dipendenze di altri ministeri, es: quello degli interni; p.s; vv.ff; corpo forestale dello stato.
5) Darsi da fare per superare l’attuale modello di sviluppo che sta aumentando gli squilibri tra ricchi e poveri, sia nel nostro paese che a livello mondiale, e sta incrementando le ingiustizie, per dar vita ad un modello di sviluppo alternativo, che punti ai quattro obbiettivi politici indicati da John Friedmann (nel suo “Empowerement, Verso il Potere di Tutti”): 1) una economia integrata che valorizzi le economie non di mercato: quella informale, quella solidale e quella di uso. Economie, queste ultime, che sono gran parte dell'attuale economia ma che sono escluse dai calcoli degli economisti, spesso anche da quelli fautori della decrescita , 2) una democrazia partecipativa che non si limiti al voto ma che integri il voto con forme di partecipazione dal basso, il "potere di tutti" capitiniano, con un controllo dal basso ben organizzato su chi è al potere, di qualunque partito questo sia; 3) una economia, ed una vita pubblica, in cui le donne abbiano lo stesso peso degli uomini, e non siano emarginate a ruoli spesso secondari, con salari ridotti; 4) una economia che rispetti la natura e salvi il nostro pianeta per le generazioni future. Da questo punto di vista sembra necessario, ad esempio, investire risorse economiche per energia alternativa: acqua vento sole, e lavorare per la valorizzazione della nostra agricoltura, delle foreste e della pesca. E’ noto che spendiamo per l’acquisto di cibo all’estero più di quanto guadagniamo vendendo all’estero le nostre armi.

Ci rendiamo conto che questo è un programma rivoluzionario, che riprende le idee di Gandhi e dei suoi collaboratori, e di Capitini e Dolci, che hanno parlato della necessità di una “rivoluzione totale”, una rivoluzione del cuore dell’uomo, della sua cultura, dell’economia prevalente e delle strutture sociali autoritarie diffuse ovunque. Questa è sicuramente una impresa titanica, difficilmente affrontabile nei brevi tempi che abbiamo prima delle prossime elezioni, con le forze che abbiamo attualmente. Ma il ritrovarsi, fare unità, mettere a punto linee programmatiche comuni, e cercare, su queste, di condizionare almeno quei partiti più realmente interessati alla nonviolenza, ed ad una trasformazione nonviolenta della nostra società e del mondo intero, ci sembra un'opera che dobbiamo tentare, convinti che la linea politica vincente non è né l'estraneazione dalla politica elettorale, né il vedere in questa il centro della politica attiva, ma che il cambiamento reale può venire solo da una politica del doppio binario, che operi contemporaneamente nelle istituzioni e nel movimento, ma che veda quest'ultimo come il vero centro della politica. Non è una politica facile ma non vediamo altre alternative credibili.

Altri due modi sintetici di esprimere le proposte culturali della nonviolenza
1) pace coi mezzi della pace (uscire dalla violenza armata)
2) giustizia sociale (uscire dalla violenza strutturale)
3) ecologia (uscire dalla violenza alla natura)
4) cultura di pace (uscire dalla violenza culturale) (e.p.)

Un gruppo di soci dei movimenti nonviolenti di Torino, venerdì 22 febbraio 2008
- la pace coi mezzi della pace
- la giustizia sociale, che è misura e realizzazione della libertà
- la custodia dell’ambiente, con la critica culturale del mito della crescita infinita (c’è tra noi chi giudica il disastro ambientale più grave e precipitante dei disastri bellici)
- l’universalità dei diritti e dei doveri umani, contro le ossessioni identitarie ed etnicistiche e le discriminazioni
-la difesa strenua del principio costituzionale, cioè delle regole e limiti del potere.

Appello dell’Associazione Obiettori Nonviolenti

L'appello rivolto dall'Associazione Obiettori Nonviolenti (Aon) agli schieramenti politici che in queste ore stanno definendo il programma e scegliendo i candidati con i quali si presenteranno alle prossime elezioni politiche è il seguente: ''Chiediamo programmi che contengano una seria politica di costruzione della pace, ma anche liste con uomini e donne che una volta eletti siano in grado di sostenerla con forza''.
Il presidente dell'Aon, Massimo Paolicelli dichiara: ''Questa è la prima volta che si vota con degli schieramenti semplificati, come ci dicono 'senza zavorre', quindi non ci sono più scuse di necessari equilibri e mediazioni, nei programmi possono scrivere cosa vogliono fare veramente per la pace e con le liste possono dirci chi candidano per realizzarle''. ''Come associazione -prosegue Paolicelli- abbiamo deciso di lanciare un decalogo con quelle che pensiamo siano le priorità per dare gambe ad una seria politica di pace. Ci auguriamo -conclude Paolicelli- che su questi temi, le forze politiche in campo si confrontino apertamente''. Ecco il decalogo dell'associazione indirizzato ai politici:
- MISSIONI DI PACE - Avviare l'immediato ritiro delle nostre truppe dall'Afghanistan e chiedere la sostituzione dell'intervento militare Nato con una missione rigorosamente dentro il quadro delle Nazioni Unite.
- INTERVENTI CIVILI DI PACE - Favorire la creazione di Corpi civili di pace con 1.000 uomini e donne che lavorano stabilmente per la prevenzione e la soluzione non armata e nonviolenta dei conflitti, affiancati dai ragazzi del servizio civile nazionale.
- ALBO DEGLI OBIETTORI DI COSCIENZA - Istituire presso l'Ufficio nazionale per il servizio civile un albo degli obiettori di coscienza, dove possono registrarsi tutti quei cittadini che rifiutano la logica delle armi, anche in prospettiva del fatto che la leva obbligatoria è solo congelata e che quindi in certe condizioni può essere riattivata.
- SERVIZIO CIVILE NAZIONALE - Dare gambe al nuovo servizio civile nazionale, come esperienza di difesa della Patria e di cittadinanza attiva destinandogli le risorse necessarie.
- EDUCAZIONE ALLA PACE - Istituire un Istituto di ricerca per la pace, che possa realizzare studi e ricerche sulla pace ed il disarmo. Avviare programmi di educazione alla pace in tutte le scuole di ogni ordine e grado.
- RIDUZIONE DELLE SPESE MILITARI - Ridurre le spese militari, arrivate quest'anno ad oltre 23 miliardi di euro, portando l'organico delle Forze armate a 120.000 unità (oggi con 190.000 militari ci sono più graduati che truppa) e sospendendo inutili e costosissimi programmi per sistemi d'arma come quello del Joint Strike Fighter (aereo d'attacco con capacità di trasporto di ordigni nucleari).
- RICONVERSIONE DELL'INDUSTRIA BELLICA - Creazione di una agenzia nazionale che promuova e sostenga la riconversione dell'industria bellica.
- INCISIVI CONTROLLI SUL COMMERCIO DELLE ARMI - Chiediamo l'applicazione rigorosa della legge 185/90 sul commercio delle armi, un export aumentato nell'ultimo anno del 61% arrivando ad oltre 21 miliardi di euro. Bloccare il palese conflitto d'interessi che si ha con il passaggio dei vertici militari alle alte cariche dirigenziali dell'industria delle armi.
- LEGGI SU ARMI LEGGERE E CONTRACTORS - Vogliamo una legge sul commercio delle armi leggere che ricalchi l'impostazione della L. 185/90 e una legge sulle società di sicurezza privata a cui già oggi ricorriamo in Iraq, senza nessun tipo di garanzia.
- COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO - Raggiungere in tempi certi l'obiettivo dello 0,70% del Pil da destinare alla cooperazione allo sviluppo.
(Delt@ Anno VI°, N. 40 - 41 del 22 - 23 Febbraio 2008)


Scheda 3: Dai programmi dei partiti maggiori

Dal sito del PDL, 29 febbraio 2008
Via l'Ici, portare la pressione fiscale al di sotto del 40 per cento (adesso è al 44), casa per i giovani, bonus per le famiglie che hanno figli, scuola per tutti, liberalizzazione dei servizi sociali, più sicurezza, energia e ambiente coniugati nel nome del nucleare. E poi aumentare il potere di acquisto dei salari, rilanciare l'economia, "coccolare gli imprenditori". Sette missioni sintetizzate in undici pagine e mezzo. E' il programma del Popolo della libertà che Berlusconi ha presentato questa mattina all'auditorium di via della Conciliazione. Un luogo scelto non a caso dal Cavaliere per il debutto reale della campagna elettorale - quello catodico o on air è già avvenuto - l'immagine del suo arrivo lo vede incorniciato con San Pietro, il Vaticano e i pellegrini devoti. Qualcuno lo applaude. Certi dettagli non possono essere casuali.

Dal sito del PD 27 febbraio 2008
In primo luogo si individuano quattro punti chiave per l’Italia come soggetto facente parte di una complessa e mutevole comunità internazionale. A livello di politica internazionale, il Pd vede un’Italia che, sulla scia di quanto attuato dal governo Prodi, sceglie la via del multilateralismo, che si proponga di puntare ad “un’Europa massima possibile” nel processo di integrazione comunitaria, un’Italia che miri a diventare per il Mediterraneo “un hub politico ed economico” di livello mondiale, e che rafforzi la sua amicizia con gli Stati Uniti d’America.

Per fare tutto ciò, si legge nel programma, il nostro Paese deve “riconquistare una posizione di primato nello sviluppo di qualità”. Deve perciò risolvere quelli che sono individuati come i quattro problemi principali che l’affliggono: l’inefficienza economica, la disuguaglianza sociale, la ridotta libertà di perseguire il proprio disegno di vita, la scarsa qualità della democrazia.

Il progetto del Pd per affrontare e risolvere le questioni sopra poste si baserà su dieci pilastri fondamentali. Prima di tutto, la sicurezza, uno sviluppo di tipo “inclusivo”, la promozione della concorrenza e del merito come unico strumento per l’accesso al mondo del lavoro, un welfare di stampo universalistico contrapposto a quello particolaristico, l’educazione come ascensore sociale, una spesa pubblica più razionale e con meno sprechi riassumibile con l’espressione “spendere meglio spendere meno”, un fisco meno opprimente che premi i contribuenti leali – “pagare meno, pagare tutti” - , il diritto dell’economia che liberi le energie vitali, la sostenibilità e la qualità ambientale, uno stato forte che si occupi della sussudiarietà.

Il progetto del Pd per l’Italia individua poi come metodo privilegiato per governare il cambiamento e per affrontare le sfide indicate quello che nel 1993 salvò il Paese dalla crisi economica, grazie al raggiungimento di un patto per la stabilità economico-finanziaria. “Oggi – si legge nel programma – serve un nuovo patto per la crescita della produttività totale dei fattori”.

Se questo è il metodo da inseguire, il progetto del Pd indica anche dodici azioni di governo entro le quali si può racchiudere l’insieme di provvedimenti necessari per invertire la crisi economica e sociale nella quale il nostro Paese sembra stia precipitando.
Sintetizziamo: 1) agire sulla spesa pubblica 2) un fisco amico dello sviluppo 3) pacchetto sicurezza 4) Diritto alla giustizia giusta 5) ambientalismo del fare 6) Più eguaglianza e più sostegno alla famiglia 7) portare al diploma l’85% dei nostri ragazzi 8) tramite incentivi alle piccole e medie imprese 9) favorire la concorrenza, in quanto produce crescita 10) che il Mezzogiorno non sia un peso ma un’opportunità per la crescita dell’Italia 11) democrazia governante 12) superare il duopolio televisivo ed approdare alla tv nell’era digitale.

Punti del programma della Sinistra l’Arcobaleno
Dal sito www.sinistrarcobaleno.it (29-02-2008)
1. Dignità e diritti nel lavoro: la sicurezza
2. Dignità e diritti nel lavoro: lotta alla precarietà
3. Dignità e diritti nel lavoro: salari, fisco e redistribuzione del reddito
4. Laicità: lo spazio di libertà per tutti
5. Libertà e autodeterminazione femminile
6. La pace, il disarmo
7. Proteggere il pianeta: un Patto per il clima
8. Le "Grandi Opere" di cui il Paese ha bisogno
9. Il diritto alla salute e le politiche sociali, indice di civiltà
10. La casa è un diritto, non una merce
11. Convivenza, inclusione, cittadinanza
12. Istruzione, formazione, università e ricerca: le vere risorse per il futuro
13. Tagliare i privilegi, difendere la democrazia
14. Una informazione libera, pluralista, democratica

6. La pace, il disarmo
L’Italia è al 32° posto per la ricerca scientifica e al 7° posto nella classifica mondiale delle spese in armamenti. Con i soldi spesi per comprare un solo caccia Euro Fighter si potrebbero costruire 100 asili. La Sinistra l’Arcobaleno ritiene che vada pienamente attuato l’art. 11 della Costituzione. L’Italia non deve più partecipare a missioni al di fuori del comando politico e militare delle Nazioni Unite. Vanno tagliate le spese per gli armamenti ed avviata la riconversione dell’industria bellica applicando la legge 185. Vogliamo una legge per la messa al bando delle armi nucleari dal nostro Paese. Siamo contrari alla costruzione della nuova base militare a Vicenza ed è necessaria una Conferenza nazionale sulle servitù militari per rimettere in discussione tutte le basi della guerra preventiva presenti sul nostro territorio. Serve una nuova legge sulla cooperazione allo sviluppo.

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