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Chi vuole la pace non crede nella patria o ne sogna una diversa?

La patria di chi cerca la pace

Di fronte ai gesti di chi muore per la patria e alle parole che ad essa inneggiano, chi cerca la pace può sentirsi fuori dalla realtà, perché rifiuta di andar fiero di un paese che vuole risolvere tutto con la forza e non con la giustizia.
17 gennaio 2004 - Santi Greco
Fonte: TTL - Supplemento de la La Stampa - 17 gennaio 2004

Sul supplemento TTL de La Stampa del 17 gennaio 2004, lo scrittore Carlo Fruttero si interroga sul senso di patria, o meglio sulle ragioni per cui il suo modo di considerare la patria è diverso da quello che si aveva nel passato e che in tanti ancora oggi hanno.

Egli scrive:" Ai tempi del risorgimento mi dico che mi sarei arruolato volontario anch'io, che sarei stato fiero di quell'impresa, ammirata e sostenuta caldamente dall'opinione pubblica di mezza Europa (Austria a parte, s'intende). Perché dopo tutto essere fieri del proprio Paese dev'essere un gran bel sentimento. La banda suona, il tricolore garrisce sul pennone e a te ti vengono le lacrime agli occhi.
Perchè a me come a tanti altri non riesce mai di provarlo? Penso a Falcone e Borsellino, penso ai carabinieri uccisi a Nassiyria e a tanti altri caduti nell'adempimento del dovere, e condivido senza riserve il lutto nazionale. Sono tutti morti per me, lo vedo bene, e mi metto prontamente sull'attenti anch'io. Eppure quel fiotto di patriottismo che dovrebbe arrivarmi alla gola, non arriva. Vado a dare un'occhiata dalle finestre dei miei disordinati libri. "Il libro Cuore", per esempio, trabocca di fiotti patriottici, è anzi in quel senso un vero capolavoro. Il quadrato di Villafranca, il tamburino sardo, la piccola vedetta lombarda! Da bambino lo lessi e rilessi, e mi commuoveva intensamente. Oggi non posso non ammirare tecnicamnete la calzante, l'astuta ma anche generosa retorica di quelle pagine, adattissime ai cuori italiani dell'epoca; ma mi sento come qualcuno messo a dieta strettissima che si trovi in mano Rabelais. Cosa c'entrano quelle vitamine pantagrueliche con le mie insalatine, le mie pillole?".

Penso che in tanti ci sentiamo di sottoscrivere queste parole. In tanti custodiamo un concetto di patria, intesa come luogo di appartenenza, come riferimento non solo fisico ma anche culturale. Eppure ci sembra che il concetto di patria vigente resti fuori dalla realtà che viviamo ogni giorno. Non ci sentiamo di sostenere una patria che si riunisce attorno a bandiere e fucili, che si illude di difendere la pace con le armi in pugno, che si sente in dovere di intervenire in difesa di chi vorrebbe solo avere dei consigli su come risolvere i propri problemi politici e che si vede invece la sua terra invasa da aiuti non richiesti.

Così avviene che a confrontare il nostro con l'altrui concetto di patria, ci pare d'essere fuori dalla realtà, di essere una minoranza con le idee confuse. Ma se invece fosse questa minoranza ad avere sviluppato il giusto concetto di patria, e fosse la maggioranza ad illudersi che essa sia solo territorio da difendere e canzoni da inneggiare?

La nostra patria è fatta da persone che difendono la pace, che desiderano che tutti abbiano un lavoro, che tutti i bambini abbiano una famiglia, che considerano l'onestà un valore superiore all'accumulo di ricchezza.
La patria in cui crediamo è fatta di azioni concrete di rispetto e di giustizia per tutti, e non di belle parole che intendono vestire di abiti luccicanti un fantasma fatto di ruberie ed ingiustizie.

Andar fieri del nostro paese perché terra in cui il rispetto per l'uomo e per i suoi bisogni è la legge primaria: è questo che sognamo e vogliamo raggiungere.

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