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Terrorismo (articolo del 7 settembre 2004)

No al patto occidentale di guerra

Occorre un avversario dell’impero, mosso da razionalità, moralità, diritto planetario, animato da pace nonviolenta. Occorre che il popolo della pace sia questo avversario dell’impero. Essere anti-americani oggi non è il delitto di lesa maestà: se gli Usa sono dominio, siamo anti-Usa.
22 settembre 2004 - Enrico Peyretti

Terrorismo
No al Patto Occidentale di guerra
(7 settembre 2004)

Dopo il massacro di Beslan, in Ossezia, in aggiunta al mare di violenze, non c'è misura all'indignazione né parole sufficienti per esprimere il dolore e il rifiuto. L'emozione per questo dolorosissimo crimine, tuttavia, non può far dimenticare, a chi vuole ancora pensare, i tanti crimini anche maggiori per numero e dolore e offesa, che sono i crimini della violenza strutturale, e della violenza bellica. Solo in pessima malafede si può dire che questo è un alibi al terrorismo.
Siamo impressionati dal fatto che, tra tante violenze, la gente più semplice, meno autonoma nell’informarsi, spinta com’è dall'informazione emotiva dominante, vede tutto il male solo ed esclusivamente nell’intollerabile male del terrorismo. Una voce vicina ai terroristi ceceni ha detto: noi ne abbiamo uccisi 400, di bambini, voi 42.000. Cinico, ma vero, purtroppo. Aggiungiamo le vittime dell’embargo in Iraq, poi la guerra. E tanti altri uccisi dell’economia disumana. Se valesse il numero, avrebbero ragione. Ma, in queste nefandezze, un solo ucciso è uguale a migliaia. Tuttavia, ogni vittima in più è una in più. Anche il numero tristemente conta.
I terroristi non pensano, oltretutto, che il loro delitto vistosissimo è rapidamente usato, ogni volta, per nascondere delitti strutturali e continui.
Subito si è messo nuovo impegno a creare un clima di crociata dell'Occidente, unito e compatto sotto guida Usa, contro l'Islam demonizzato. Non lo dice solo Pera, ma Amato, persino Ezio Mauro, Veltroni. La contrapposizione campale assoluta finisce per giustificare la guerra, uguale e contraria, contraria e uguale al terrorismo. Noi condanniamo la guerra per le stesse ragioni per cui abbiamo da sempre condannato i metodi violenti, tanto più se sono indiscriminati, anche nelle cause giuste. Chi condanna il terrorismo senza ripudiare la guerra di potenza, approfitta del terrorismo utile, e non lo condanna davvero. Chi non vede altro mezzo che la guerra è succube di un’ideologia bloccata sull’armismo, che rinuncia alla politica.
In questo clima orrendo, come nella Guerra Fredda, se analizzi, se distingui, se cerchi le cause per rimuoverle (che è la vera lotta al terrorismo), se parli di dialogo e di pace, ti dicono che fai il gioco del nemico. In entrambi i campi. Il che dimostra che il gioco che vogliono è la guerra. Questo è il massacro della verità, la distruzione della politica, unico sostituto alla violenza, ed è anche offesa del dolore e della giustizia.
Dobbiamo sentire con la stessa forza il ripudio di tutte le violenze, quelle fisiche delle armi, quelle strutturali delle iniquità, quelle culturali delle ideologie violente e della manipolazione.
In questo clima nero, Marcello Veneziani scrive: «Lo volete capire che è guerra?». Pera, Frattini, ed altri vogliono un “patto occidentale” contro il terrorismo, senza prendere alcuna distanza dal metodo bellico del colonialismo ultraliberista di Bush. Fassino e Prodi prendono le distanze da Bush, ma non abbastanza dalle dette posizioni. Quei bellicosi non vedono che le ultime azioni terroristiche hanno finalmente mosso significative rappresentanze islamiche, dappertutto, contro i musulmani che fanno vergogna all’Islam. L’azione più pacificatrice in Iraq l’ha compiuta sinora l’imam Sistani, non Allawi, non gli occupanti ottusamente armisti. Voci cattoliche, salvo errori, non si sono distinte dall’esecrazione ufficiale, acritica.

Parlare coi violenti
È fuori discussione che si deve essere decisamente contro ogni volontà di imporre leggi con la violenza, come pretende chi ricatta con sequestri e minacce, ma altrettanto chi fa la guerra. Lo scopo primo ed ultimo della guerra, infatti, è imporre al vinto la volontà del vincitore (lo dice chiaro chiaro von Clausewitz), è dettar legge in casa d’altri. Chi sta facendo in Iraq la guerra ingiustissima, o l’appoggia e la approva, agisce come i sequestratori e ricattatori. In quantità di vittime indiscriminate, uccide più di loro.
Bisogna sempre parlare, trattare, anche con i violenti. Se essi usano la morte in luogo della parola, del confronto ragionevole, noi dobbiamo sempre usare la parola invece di imitarli nell’uso della morte. Dire, come fa di solito la superba logica istituzionale, che coi violenti non si tratta, significa accettare il gioco da loro imposto, il loro mutismo violento, la sostituzione della pistola alla parola. La violenza ha vinto quando provoca la contro-violenza, facendo tacere il dialogo, sebbene difficile e teso. E’ finita così anche nella tragedia dell’Ossezia. Ai loro ricatti bisogna opporre delle controproposte, come fa ogni poliziotto di buon senso quando un bandito prende ostaggi in una banca. I violenti non sono onnipotenti, ma deboli e impauriti. Non è affatto inutile, ma necessario, chiedersi perché quelli sono violenti, ed agire anzitutto, per tempo, sulle cause: la paura, una violenza subita, una identità negata che vuole affermarsi così. Un palestinese ha detto a Violante: «Dateci carri armati ed elicotteri e non faremo più attentati».
Però, poiché non è sempre probabile che il violento ritorni per tempo ad essere uomo ragionevole, anche se gli opponiamo l’uso della ragione - che è il carattere impegnativo dell’unica natura umana, la sua come la nostra - allora dobbiamo sapere costringerlo a desistere dalla violenza, per convenienza, se non vi arriva per coscienza.
Il Presidente Sandro Pertini, negli anni del terrorismo italiano, dichiarò pubblicamente: «Se rapiscono me, non trattate, non concedete nulla. Lasciatemi uccidere». Rapire Pertini sarebbe stato perfettamente inutile. Il coraggio di morire frustra totalmente i piani di chi usa l’altrui paura di morire. Ma questo coraggio è raro come il ritorno dei violenti alla ragionevolezza.

Per potere dir questo…
Parlando ai violenti, bisogna dire loro che le leggi si fanno con la discussione e la democrazia, non si impongono col ricatto mortale. Per potere dir questo, bisogna che le nostre leggi siano formate con grande scrupolo democratico, cioè col culto dei diritti inviolabili delle persone e delle minoranze, e non imposte dalla sola forza del numero. Ancor meno dalla pretesa di possedere una verità indiscutibile.
Bisogna dire ai violenti che usare vite umane come strumenti è un crimine e un vergognoso fallimento umano. Per potere dir questo, bisogna che le nostre istituzioni legali non usino mai vite umane come strumenti, p. es. nel lavoro, o nell’esercito.
Bisogna dire ai violenti che la violenza non paga, non dà un vero risultato. Per potere dir questo, ci vuole o il coraggio personale di Pertini, o la volontà e capacità collettiva di agire senza mai giustificare mezzi violenti, ingiusti, per fini giusti. Giustificare quei mezzi vuol dire proporli come disponibili a chiunque ha un fine, fosse pure la vendetta, che ritiene giusto.
Se non possiamo dir questo, questa è la nostra impotenza, che le armi non tolgono, ma accentuano.

Opporre metodi opposti
Le nostre istituzioni statali, anche le più democratiche, in quanto rappresentano quel «monopolio legittimo della violenza», che per Max Weber e per il senso politico comune definisce lo Stato, non hanno tutti i titoli necessari per combattere la violenza senza imitarla e cioè confermarla. La violenza legale statale fa male proprio come quella illegale. Disumanizza chi la compie ancor più di chi la patisce, proprio come quella illegale.
Prendere in ostaggio vite umane è cosa anti-umana, da combattere con metodi opposti, cioè giusti, che cercano l’efficacia nella forza umana, non nella violenza. Ma questi modi non li abbiamo, all’occorrenza, se non sono - e non lo sono! - i modi abituali e regolari delle nostre culture, società, istituzioni, nell’affrontare i più comuni problemi.
Certo, dobbiamo difendere queste nostre democrazie, ma solo per criticarle e migliorarle, per non cadere più indietro. Diceva Ernesto Balducci negli anni di piombo: «Con lo Stato, oltre lo Stato». Difendere lo Stato democratico vuol dire anche precisamente opporsi alla guerra delle democrazie, che avvelena e distrugge le democrazie, come si vede nell’involuzione grave degli Usa.
Scrive Jean-Marie Muller (Il principio nonviolenza, in prossima uscita) che solo rifiutando e superando l’ortodosso «uso ragionevole della violenza» - ciò che Roberto Mancini chiama «razionalità vittimaria», un «sentire e pensare secondo la morte» - potremo combattere e superare la eterodossa violenza degli estremismi, che oggi appaiono come l’unico male. Al punto che Bush può chiedere di restare al potere grazie al terrorismo che gli dà il folle motivo di far guerra, cioè altro maggiore terrorismo.
La violenza legalizzata, fatta credere necessaria, giusta, onorevole, è impotente a condannare e combattere le violenze illegali, anzi, finisce per essere la loro nuova giustificazione. La guerra non può condannare e vincere il terrorismo perché usa gli stessi mezzi, è essa stessa terrorismo. Dice: «Posso farlo io, non puoi farlo tu! Io posso bombardare dal cielo, tu non puoi mettere bombe in terra!». La pena di morte dice: «Io ti uccido legalmente, perché tu hai ucciso illegalmente!».
La violenza-anti-violenza istituzionalizzata non sconfessa la violenza, ma la conferma. Prima c’era una violenza, ora ce ne sono due. Oppure, tolta la violenza del vinto, c’è quella maggiore del vincitore. L’istituzione rassegnata alla fede nella violenza non fa altro che rivendicarne l’esercizio, negandolo all’avversario e al “privato”. Istituisce una contesa sul possesso della licenza di uccidere, non discute l’uccidere!
Si dirà: è meglio della legge della giungla. Ma è vero? Se forse era vero ieri, oggi non è più vero. Certo, la violenza incanalata è meglio dell’alluvione. Ma è certo che l’umanità non può fermarsi né rassegnarsi a questa tappa. Di più: la violenza razionalizzata nel monopolio statale, capace di pensare e onorare la guerra omicida, ha accresciuto i suoi strumenti fino alla capacità di distruzione totale della specie e della storia umana, rovesciando quella razionalità apparentemente difensiva in un incombente esito auto-distruttivo finale.
Dunque, quei Pera ed altri che cercano salvezza in un patto di guerra, che vogliono assimilare tutto l’Occidente a quella mezza America del War President (e del suo non davvero alternativo rivale, mentre c’è un’Altra America che ripudia la guerra quanto il terrorismo!) hanno un pensiero primitivo e ignorante. Fomentano la guerra di religioni e di civiltà. Bisogna confutarli. No ad ogni crociata, rovina dell’Occidente, del cristianesimo e di ogni civiltà.

Diamogli il nemico che non vogliono
Gli Stati Uniti, per l’ideologia maggioritaria – ma non unica! - che li domina, della vita come conflitto e gara di forza, hanno un permanente “bisogno di nemico”. Scomparsa la potenza sovietica, per non smarrirsi, hanno subito individuato nel mondo islamico - in quanto cultura, risorse energetiche, risveglio storico - il nuovo nemico. Era scritto chiaro chiaro nei “nuovi modelli di difesa”, che accusammo subito, nei primi anni ’90 (vari scritti di denuncia di quel modello riassumevamo in Quale nemico? Quale difesa?, in il foglio, n. 215, dicembre 1994; un articolo simile su Rocca, 1 dicembre 1994, è ora nel volume di E. Peyretti, La politica è pace, Assisi, Cittadella, 1998, pp. 153-158).
Occorre che noi diamo agli Usa il “nemico” che cercano, ma non quello che hanno scelto, non l’islamismo violento – che non è l’Islam! – che gli torna utilissimo. Occorre un avversario dell’impero, mosso da razionalità, moralità, diritto planetario, animato da pace nonviolenta. Non certo un impero islamista, pari e contrario. Non l’odio violento per la violenza, ma l’indignazione franca. Occorre che il popolo della pace sia questo avversario dell’impero. Essere anti-americani oggi non è il delitto di lesa maestà di cui ci accusano sudditi vecchi e nuovi (anche a sinistra) dei dominatori. Se gli Usa sono dominio, siamo anti-Usa, perché il dominio è contro la giustizia e la pace come la violenza fisica. Il dominio offende la dignità e la giustizia e provoca violenza. L’impero lasciato senza argine diventa violento e totalitario. L’argine non è un’altra potenza simile, ma la dignità e il diritto dei popoli consapevoli, forti di forza umana e politica, non omicida.
L’alternativa che vogliamo non ha la sicumera disastrosa che hanno i fedeli della guerra, ma ha i valori umani e una direzione di ricerca e di azione, l’unica con probabilità di salvezza storica per tutti. Opporre la politica, l’agire insieme, alla violenza, l’agire contro. Opporre alla violenza la parola, il coraggio e la resistenza: c’è più forza umana nel resistere che nell’aggredire. Opporre all’ingiustizia la giustizia economica. Opporre a chi sceglie di uccidere, il rifiuto di uccidere, costruendo possibilità di vita anche per lui. Opporre alla distruzione suicida la forza del pensiero e dell’azione costruttivi. Opporre alla risposta barbara alla barbarie, tra forze omicide, le relazioni giuste e amichevoli tra le basi dei popoli.
Certo, se non si fa questo per tempo, il tempo ci travolge. Ma forse non è ancora troppo tardi. Comunque, è l’unica cosa da fare, per tenere aperte le possibilità.

Enrico Peyretti (7 settembre 2004)

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