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Gaza: Sacrificio inutile

20 agosto 2005 - Avraham Burg
Fonte: Il Manifesto

«Piano di disimpegno»: l'associazione delle due parole è divenuta così banale che confonde le cose. Meglio dire brutalmente la verità: il governo israeliano non ha alcun vero «piano». Peggio: non ha nulla per colmare l'enorme buco nero comparso nell'anima israeliana. Questo piano non ha nulla di vero perché è solo un atto congiunturale del primo ministro. Ma questo «non piano» ha coalizzato il fior fiore dell'opportunismo politico israeliano: la vecchia guardia del laburismo mossa dal suo orologio biologico personale, individui attirati dalle poltrone ministeriali, ingenui che non capiscono cosa succede. Il processo che ha portato all'adozione di questo piano ha fatto esplodere il poco che restava della cultura politica israeliana e ci condanna per lunghi anni a questa democrazia storpia apparsa nell'anarchia degli ultimi giorni. Perché Ariel Sharon si è staccato da ogni convenzione politica. Il disprezzo del premier e dei suoi per le decisioni del loro stesso partito ha schiacciato il principio fondamentale della vita politica. Ma questo piano non è cattivo solo per il modo viziato con cui è stato adottato. Lo è soprattutto per il suo contenuto. Non ha né partners né lungimiranza, non guarda oltre la punta del suo naso.

Abbiamo a che fare con una grande truffa: il sacrificio di una zona di insediamenti senza importanza né significato a Gaza e ai bordi del Sinai contro il perpetuare dei misfatti e della perversione dell'anima israeliana nel cuore di Hebron, a Ytzhar, Beit El e alle Tombe dei Patriarchi, trasformate in altare a cui incatenare i nostri figli.

Eppure: è là il migliore dei peggiori disimpegni possibili! Dopo questo, non solo la faccia della nostra democrazia israeliana apparirà rugosa, rovinata - ma fin d'ora l'impresa nazionale di illusioni che ha per nome colonizzazione va verso il suo ineluttabile crollo. Senza dubbio è per questa ragione che vale la pena di pagare un tale prezzo!

L'esistenza di Israele non è garantita. Nessuno sa se sopravviveremo come Stato o se ci disperderemo di nuovo per il mondo.
Sono sicuro solo di una cosa: la redenzione non verrà dal messianismo, e l'espansione territoriale non ci porterà il benessere. Al contrario, più le colonie decentrate fanno subìre in segreto ad altri il male che coloro che ci odiano ci hanno fatto subìre per generazioni, più il nostro spirito nazionale corre verso la sua perdita. Per lungo tempo, sotto il titolo di «sionismo», tre narrazioni - mezzo realtà, mezzo finzione - hanno nutrito l'atteggiamento israeliano: l'idolo della sicurezza, la santificazione dell'insediamento e la superiorità della religione ebraica. Tutti temi forti, dotati di mezzi potenti, diventati obiettivi che vanno fino a sacralizzare ciò che sembrava vietato. E anche se negli ultimi anni i nostri soli momenti di sicurezza sono stati i brevi e fragili intervalli in cui abbiamo momentaneamente rinunciato alle armi per dialogare, il dialogo è rimasto difficile per noi.

Come alternativa reale, il dialogo è stato cancellato dalle nostre coscienze. In nome della sicurezza è permesso sparare e uccidere; permesso espropriare e spodestare, tormentare e maltrattare. In nome della sicurezza è permesso perdere la propria anima. Prendete tutti i clamori dei coloni sulla loro «discriminazione» e «oppressione», moltiplicateli per quanto vi pare, e sentirete ciò che sentono i palestinesi da lunghi anni senza che noi gli prestiamo la minima attenzione.

Un cordone ombelicale lega questa fallace sicurezza alla colonizzazione. Benché questa illusione sia crollata a ogni guerra di Israele, sicurezza e insediamenti sono rimasti da noi inestricabilmente connessi. Risultato: una barriera di protezione sulla frontiera, una barriera attorno alle colonie per garantire la loro sicurezza, un'altra per blindare le loro località [dei palestinesi], una sul Giordano: questo paese è ormai solo barriere che imprigionano due popoli terrorizzati. E' questa la sicurezza?

Quanto alla religione ebraica, quante infamie le sono inflitte. Quanto disprezzo e razzismo si nascondono in queste parole: «un ebreo non espelle un altro ebreo» [slogan dei coloni]. E' la credenza nella superiorità dei geni. La sovranità di un popolo di padroni in nome di Dio. E un ebreo che assassina un primo ministro ebreo, va bene?

Un ebreo non è che un uomo, con le sue debolezze e le sue forze. Nulla è innato né garantito. Anche la scelta del popolo ebraico da parte di dio non è garantita se non si accompagna a un impegno morale e a uno sforzo costante per migliorarsi e comportarsi umanamente. Tutto questo è stato messo da parte a favore di un giudaismo razzista che si appoggia sulla colonizzazione violenta e si protegge dietro una concezione della sicurezza fallace.

Quando i coloni mi minacciano di «guerra fratricida» io dico stop. Sono i miei «fratelli»? No! Non ho altri fratelli genetici che le mie due sorelle. Ma ho fratelli e sorelle che condividono con me uno spirito, dei valori. Se sei un uomo malvagio, un oppressore piagnucoloso o un occupante superarmato, non sei mio fratello, neppure se osservate il shabbat e tutte le altre regole religiose. E se un foulard copre tutti i tuoi capelli per mostrare che sei pia, ma la testa che sta sotto al foulard è rivolta a santificare la «terra ebraica» prima che la vita umana, non sei mia sorella ma la mia nemica.

Diciamolo: non ci sarà qui una «guerra fratricida». Se un conflitto più violento dovesse sorgere, sarebbe una guerra civile. Perché il conflitto non oppone i figli del popolo ebraico nella loro diversità. Si tratta di una lotta senza quartiere tra «buoni» e «cattivi»: tutti i buoni da un lato, i nostri e quelli palestinesi, contro tutti i cattivi. E questi, da una parte e dall'altra, non mancano...

La fine delle narrazioni sioniste classiche induce una domanda: quali saranno le future narrazioni nazionali israeliane - se ne resteranno. Osservare il presente permette di intravvedere un avvenire. I nastri arancione di chi si oppone al disimpegno sono strettamente legati alla kippà, al filatterio, al foulard, al libro delle orazioni e al vocabolario religioso. Il loro nocciolo duro viene principalmente dagli ambienti religiosi: i sionisti religiosi, gli ultra-ortodossi nazionalisti e gli ibridi spirituali di un giudaismo new age che si manifesta nella crudeltà sfrenata sulle colline di Cisgiordania.

Le altre componenti israeliane non prendono parte alla lotta. Gli arabi israeliani sono fuori gioco e la maggioranza degli ebrei laici in Israele assiste, sbalordita, al «disimpegno» fisico e mentale dei coloni religiosi, coloro stessi che fino a tempi recenti portavano alta la bandiera dell'identità ebraica sionista israeliana moderna.

Qualche cosa è slittato, presso i religiosi. Ormai il loro valore supremo, la «terra d'Israele», non si oppone più a valori come la vita, la modernità occidentale o l'aspirazione alla pace e al benessere. No, ora si leva direttamente contro lo stato d'Israele. Siamo lungi ormai da un'occupazione senza remore o dall'esecuzione di palestinesi innocenti, passatempo di qualche «originale». Siamo in una guerra dichiarata contro ogni simbolo del potere sovrano. Gli «arancioni» contro l'esercito e i soldati, i coloni contro la polizia e gli agenti, i credenti contro la democrazia, la sua autorità e i suoi rappresentanti eletti!

Poiché l'istinto fondamentale isreaeliano è democratico, il sistema democratico, con tutte le sue inadeguatezze, è il solo che ci permette di continuare a vivere insieme e ad accordarci sul modo di dissentire. La sfida lanciata dalla halakha [la legge religiosa] alla legge, dalla sinagoga al parlamento, dai rabbini alla sovranità, questo è un vero «disimpegno»!

Fino alla contorta iniziativa di Ariel Sharon, i contenuti e i valori in Israele erano come confusi. Tutte le correnti della destra tendevano invano a riunire giudaismo, nazionalismo territoriale e democrazia nello stesso sacco politico.

La sinistra rispondeva. «Non è questo il giudaismo», «non è questa la nostra visione nazionale», diceva. E versava lacrime sulla democrazia agonizzante di fronte all'occupazione, alle sue menzogne e alle sue illusioni. Una sinistra sterile e pietrificata, a cui avevano strappato la sua identità e la bandiera del patriottismo - lei che aveva costruito lo Stato - per consegnarli in mano a nuovi portabandiera: i nazional-religiosi.

Con un improvviso colpo di spada, Ariel Sharon ha tranciato questo nodo inestricabile. Così è apparso che una nazionalità nazionalista e una religiosità che non si fondi dsulla halakha non possono coesistere con il vero nucleo identitario che riunisce la maggioranza degli israeliani, moderni, democratici, disposti al compromesso. Ecco un'occasione unica per una società che tenta di modificare le sue prospettive. Si apre uno spazio per idee originali. La «israelità» può di nuovo rivendicare la sua parte nella responsabilità ebraica.

E' vitale e urgente far emergere un'identità israeliana nuova, i cui primi termini non saranno «un ebreo non fa» ma «un ebreo fa». Un ebreo mantiene un legame stretto e naturale con le fonti spirituali della cultura ebraica. Ha un'interpretazione moderna di precetti e regole divenuti obsolete. Integra tradizione e progresso. Un ebreo fa la sintesi tra giudaismo e universalità, giudaismo e israelità. Per questo ebreo positivo Israele è un paese generoso, aperto all'altro, a colui che è diverso e a colui che vive tra noi.

Il suo giudaismo dice sempre sì alla pace e no alla xenofobia. La sua cultura nazionale è quella di uno che ha fiducia in sé e aspira alla pace, non di un paranoico che si appoggia solo sulla violenza delle armi.

Non credo in questo disimpegno né in coloro che lo intraprendono. Politicamente intravvedo, dopo questo, giorni bui. E' perché credo solo al dialogo non violento a lungo termine, e solo nel rifiuto assoluto e comune delle piaghe maligne che ci divorano - a noi e a loro [i palestinesi] - che, in mezzo a questa marea arancione e nera, questo disimpegno è una luce di speranza. E' chiaro che questo dubbio ritiro riguarda abbastanza da lontano il terrorismo e i nostri vicini palestinesi. Ma è un piccolo passo avanti per disimpegnarsi dalla follia nazionalista che ha preso il controllo della nostra identità.

Note:

Avraham Burg è religioso, ex presidente(laburista) del parlamento israeliano ed ex presidente dell'Agenzia Ebraica.Il Manifesto ha pubblicato questo commento con il consenso dell'autore.
Traduzione dal francese di Marina Forti

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