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Lettera dalla direttrice del mensile palestinese Al Sabar e coordinatrice dell’ufficio legale del Workers Advice Center a Gerusalemme Est e Nazareth

Napoli: il Forum Sociale Europeo e la Questione Palestinese

21 agosto 2003 - Asma Agbarieh

Cari amici,

ho partecipato al Forum Sociale Europeo (dei paesi del Mediterraneo) tenutosi a Napoli dal 4 al 6 Luglio. Vi mando alcune mie impressioni che vorrei condividere e discutere con voi. Il mio auspicio è quello di riuscire insieme ad approfondire il ruolo di questo movimento relativamente alla questione palestinese e il ruolo internazionale che oggi svolgono gli Stati Uniti.

La guerra in Iraq e la crescita del movimento internazionale avverso alla globalizzazione sono due aspetti che ci possono aiutare nel riesame della questione palestinese, questione che è stata veramente centrale durante la conferenza di Napoli. Durante gli ultimi 10 anni, nel corso della cosiddetta era post-Oslo (1993-2000), ha prevalso l’opinione che attribuiva agli Stati Uniti, unica potenza dominante rimasta, il ruolo chiave per la soluzione del problema. Questa posizione ha pesantemente influito sulle politiche adottate nell’area e sul destino del popolo Palestinese.

Più in particolare, due correnti si sono evidenziate in questo periodo, determinando il destino del popolo Palestinese. Arafat, leader dell’autorità palestinese, guida la prima delle due correnti. Fin dall’inizio degli anni ’90 ha seguito una politica perdente che ha aperto le porte agli Stati Uniti e a Oslo. Verso la fine della stessa decade il popolo Palestinese ha respinto gli accordi di Oslo, facendo riesplodere l’Intifada. E’ iniziata come una dimostrazione di generale insoddisfazione, ma non è riuscita a sfociare in una vera lotta di liberazione nazionale con una propria strategia di sviluppo. A causa di questo fallimento i negoziati palestinesi proseguono oggi sulla stessa falsa riga, sotto la leaership di Abu Mazen.

Hamas guida la seconda corrente, quella della resistenza militare e degli attacchi suicidi.
Sebbene ufficialmente Hamas rifiuti gli Stati Uniti, preferisce focalizzare la propria lotta contro Israele, ignorando il ruolo cruciale degli Stati Uniti nel supportare Israele e i regimi arabi reazionari.
Dal punto di vista ideologico, inoltre, Hamas impone l’islam politico che predica un isolazionismo su base religiosa.

Possiamo affiancare a queste due correnti l’ala sinistra delle organizzazioni palestinesi che hanno adottato una politica di “unità nazionale” nei confronti sia dell’Autorità Palestinese sia di Hamas. Non sono stati capaci di rappresentare una terza via né alla linea pro-americana dell’Autorità Palestinese, né all’allucinante visione islamica di Hamas; un’alternativa dettata da principi morali ma praticabile, idonea alle attuali esigenze del popolo Palestinese.

Un ulteriore fattore negativo, non meno grave, in questa situazione è rappresentato dal fatto che tutte e tre queste correnti che hanno agito sotto l’Intifada sono rimaste isolate da quel processo positivo che ha dato vita, sempre negli ultimi dieci anni, al movimento contro la globalizzazione e a quello contro la guerra in Iraq.

L’unità nazionale durante la seconda Intifada si limitata ad un minimo comun denominatore, e ha dovuto affrontare un test cruciale rappresentato dalla conclusione della guerra in Iraq e dal lancio della Road Map.

Cosa è successo a Napoli?

I Palestinesi che hanno partecipato al Forum di Napoli rappresentavano Fatah, la sinistra Palestinese e alcuni rappresentanti di diverse organizzazioni della società civile. All’apertura della Conferenza queste organizzazioni hanno cercato di redigere un documento unitario sulla questione palestinese.
Concordavano sul fatto che tale documento contenesse le questioni su cui concordavano come ad esempio le risoluzioni Onu, ed evitasse ciò che le divide, come la Road Map e l’occupazione americana dell’Iraq. Questo atteggiamento ha però reso tale documento irrilevante perchè il piano della Road Map, che è anche peggio degli Accordi di Oslo, è strettamente legato all’occupazione dell’Iraq e attribuisce agli Stati Uniti il ruolo di giudice finale su tutte le questioni in contenzioso fra Israele e i Palestinesi.

Alla fine, dopo molto dibattere, le parti non hanno trovato un accordo. Molti rappresentanti di organizzazioni di sinistra, che sostengono ogni forma di resistenza, inclusi gli attacchi suicidi, domandavano che il documento denunciasse il Sionismo, negando così ogni negoziato con Israele. I rappresentanti delle organizzazioni più moderate hanno posto un netto rifiuto. Coloro che hanno sostenuto le denunce del Sionismo si sono alla fine ritrovati, praticamente, dalla stessa parte di Hamas che naturalmente non partecipava all’evento.

La fine del dibattito è arrivata quando i rappresentanti delle fazioni di sinistra hanno deciso di abbandonare la sala perché alcuni rappresentanti di due organizzazioni non-Sioniste sono saliti sul palco: Ta’ayush e New Profile, un’organizzazione che sostiene la lotta degli obiettori di coscienza.

Lasciare la sala è stato un errore gravissimo. Ha minato la credibilità dell’opposizione Palestinese ed è apparso un passo estremo in quanto ha rappresentato il rifiuto anche di quegli Israeliani che esprimono solidarietà verso il popolo Palestinese e sono attivi e impegnati contro l’occupazione. Tale incapacità di collaborare con un movimento vitale, quale è quello degli obiettori di coscienza, ha indubbiamente significato una grande debolezza. Hanno dimostrato di non saper distinguere tra gli Israeliani del Labor o del Likud, che trattano con l’Autorità Palestinese al solo scopo di ottenere più concessioni e sottomissione e le correnti radicali non Sioniste che si oppongono al servizio militare e all’occupazione. La minaccia di boicottare la Conferenza con un out-out “o loro o noi” non è stata saggia per nulla, presentando noi Palestinesi come isolazionisti.

La denuncia del Sionismo non è un programma politico alternativo in se stesso. Non fornisce un programma alternativo praticabile per la vita quotidiana della classe lavoratrice, né per i sindacati, né per la sinistra. Porta solo a posizioni vicine a quelle di Hamas che nega ogni negoziato e considera la lotta armata un pincipio definitivo. Il problema è che la lotta armata non è sostenuta da un programma alternativo a quello proposto da Israele e accettato dall’Autorità Palestinese.

Fine dell’era della potenza unica

Queste difficili relazioni all’interno della delegazione Palestinese riflettono la difficile situazione che vive il popolo Palestinese così come evidenziato dalla gestione della seconda Intifada. D’altronde non si può comprendere la fine mortale delle organizzazioni Palestinesi se non si allarga lo sguardo sulla situazione internazionale.All’inizio dell’ultimo decennio è apparso evidente come gli Stati Uniti avessero in pugno l’intero pianeta. Alla fine del medesimo decennio il loro ruolo è stato certamente ridimensionato. Ci troviamo infatti in un periodo di transizione tra la fine di una vecchia era e l’inizio di una nuova. Il New York Times ha correttamente scritto, dopo le imponenti manifestazioni contro la guerra del 15 Febbraio 2003, che oggi il mondo è diviso in due blocchi: gli Stati Uniti da una parte e l’opinione pubblica mondiale dall’altra. L’attuale ordine mondiale internazionale, che impone ai Palestinesi soluzioni di totale sottomissione, sta collassando. La domanda da porsi è da quale parte stanno i Palestinesi. Allo stesso tempo, alla luce di questa nuova situazione, come dovrebbe essere presentata la situazione Palestinese?

L’“Iniziativa Nazionale Palestinese” di Mustafa Barghouti è un tentativo per affrontare questa nuova situazione. Riflette posizioni che sono parecchi diffuse tra le rappresentanze della società civile della West Bank.Lo stesso Barghouti è membro del People’s Party (l’ex partito comunista). Non era presente di persona alla Conferenza, ma era ben rappresentrato all’interno della delegazione Palestinese presente.
Cosa propone la sua iniziativa?

La Terza Via

Sia Hayat (9 Luglio) sia Al Ahram (10-16 Luglio) hanno pubblicato un lungo articolo di Barghouti in cui egli attribuisce il fallimento di Oslo alle posizioni antidemocratiche dell’Autorità Palestinese. Nello stesso articolo egli afferma che rifiuta il piano della Road Map così come rifiuta la lotta armata di Hamas, aggiungendo che la condizione per intravedere una soluzione al problema Palestinese è che vengano convocate elezioni democratiche prima dell’accettazione di ogni piano politico. Questa posizione rappresenta veramente una Terza Via?

Sebbene Barghouti, sempre in questo articolo, affermi di rifiutare il piano della Road Map, egli tralascia totalmente di considerare le circostanze internazionali nelle quali il piano è stato imposto, principalmente la guerra in Iraq. Afferma di sostenere i negoziati quale mezzo per raggiungere una soluzione, ma non accenna a chi potrà essere il mediatore dei futuri negoziati.

Barghouti cerca di convincerci che si è aperta un’opportunità senza precedenti per migliorare la nostra posizione nei negoziati. Perchè? Perchè il problema Palestinese è centrale all’interno del movimento contro la globalizzazione. Ma Barghouti ha torto. Il mondo oggi guarda la natura militare e violenta con cui gli Stati Uniti impongono la globalizzazione e questo è dimostrato dal fatto che, oggi, l’opposizione all’occupazione militare dell’Iraq e i violenti attacchi ai diritti dei lavoratori sono di fatto i temi centrali del movimento.

E’ impossibile lottare contro l’occupazione messa in atto da Israele senza lottare contro gli Stati Uniti. E’ questo il punto su cui Barghouti sbaglia: sembra che voglia portare il movimento internazionale contro la globalizzazione, e in particolare la sua parte Europea, a spingere sugli Stati Uniti, senza rifutare così il loro ruolo di unico mediatore tra Palestinesi ed Israele.
Questo tipo di approccio non solo è irrealizzabile, ma anche pericoloso. Riporta indietro l’opinione pubblica. Confonde l’opinione pubblica internazionale che vede gli Stati Uniti come una minaccia per il mondo. Aiuta in questo modo gli Usa a riguadagnare legittimità come mediatore.

Quello che secondo noi è necessario oggi è ribaltare l’equazione; dobbiamo cioè smettere di pensare a utilizzare i forum anti globalizzazione come àncora per la questione Palestinese e considerarla una questione strategica prioritaria rispetto ad altre questioni internazionali.
La questione andrebbe posta differentemente: come la questione palestinese possa servire alla costruzione di un’alleanza contro l’imperialismo statunitense e come affrontare quindi questo regime che minaccia l’intera umanità. E’ questa la questione che la classe lavoratrice di tutto il mondo dovrebbe sollevare, così come la deve sollevare un popolo oppresso da una mai risolta oppressione nazionale.

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