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I veri nemici dei palestinesi

David Grossman
Fonte: Haaretz magazine - 22 agosto 2003

Se fossi palestinese, oggi sarei molto preoccupato. Se fossi palestinese, mi chiederei se il nuovo massacro di Gerusalemme, venti innocenti, alcuni bambini o addirittura neonati, avvicinerà la fine dell'occupazione israeliana e se la situazione del popolo palestinese sarà migliore. Se fossi palestinese, mi chiederei se lasciarsi manovrare da Hamas sino alla soglia dell'abisso darà vantaggi militari, politici o economici. Mi chiederei: mi piace che siano gli elementi più fanatici ed estremisti a stabilire il corso della legittima lotta contro l'occupazione? Mi chiederei: è solo un caso che Hamas abbia attaccato un giorno prima del previsto ritiro israeliano da quattro città palestinesi?

Mi chiederei insomma se Hamas, la Jihad, gli autori degli attentati suicidi, coloro che rompono la hudna, la tenue ma importante tregua dichiarata da alcune settimane, siano degni di rappresentare la lotta di liberazione palestinese, del popolo palestinese, o non siano piuttosto nemici di quella lotta, di quel popolo.

All'indomani di un altro giorno di orrore nelle strade di Gerusalemme, mi auguro che i palestinesi, molti palestinesi, si pongano interrogativi simili. Sono certo che almeno uno di loro li ha ben chiari in mente: Abu Mazen, il primo ministro del governo palestinese, il leader a cui da qualche mese sono affidate le speranze di un cessate il fuoco e di una rinascita del dialogo, del negoziato di pace fra le due parti. Abu Mazen ha adesso davanti a sé un percorso estremamente difficile. La linea su cui deve procedere è sempre più sottile, come una corda sospesa nel vuoto su cui il trapezista è in un precario equilibrio. Dispone di una forza considerevole da schierare sul terreno, ma non è detto che essa sia superiore alle forze di cui dispongono Hamas e gli altri gruppi estremisti islamici. Se il premier decidesse di combattere davvero fino in fondo contro i terroristi, egli correrebbe indubbiamente il rischio di scatenare una guerra civile intestina fra palestinesi, e non è sicuro che la vincerebbe. Una simile mossa potrebbe rivelarsi contraria agli interessi della causa palestinese; e spero che la leadership israeliana non cada nell'errore di considerarla nel proprio interesse, poiché il caos tra i palestinesi non sarebbe interesse di nessuno.

Ma l'impressione è che qualcosa Abu Mazen debba fare. E che forse ci sia qualcosa che sia in grado di fare, senza per questo mettere in moto un conflitto interno. Forse il leader palestinese ha mezzi e abilità per contrastare Hamas e altri estremisti, e costringerli a rispettare la tregua e le varie misure previste dalla road map, senza che ciò faccia ulteriormente deteriorare la situazione interna palestinese. Se Abu Mazen ha in mente qualcosa del genere, è bene che agisca in fretta. Ogni giorno, ogni ora, sono preziosi. Rimandare potrebbe voler dire muoversi troppo tardi.

Naturalmente gli sviluppi del conflitto non dipendono soltanto dai palestinesi. Va ricordato che l'attentato di Gerusalemme non è stato il primo atto di violenza che ha rotto la tregua, ma ha seguito altri due attacchi terroristici nei giorni precedenti, che sono giunti dopo l'assassinio di un capo di Hamas da parte delle forze speciali israeliane.
Una reazione del governo Sharon al sangue versato a Gerusalemme è inevitabile. E' anche inutile, genererà nuova violenza. L'opinione pubblica israeliana è furibonda per quanto è accaduto nella città santa e Sharon ordinerà una rappresaglia. Speriamo che sia moderata, misurata, e concepita in modo tale da lasciare aperta la porta a una ripresa il più veloce possibile dei contatti con la i palestinesi. Speriamo che Israele si ricordi che il suo interesse è nella ostinata ricerca di un dialogo e non nel proseguimento di un insensato ciclo di violenza.

Purtroppo, il futuro dei nostri due popoli, israeliani e palestinesi, non dipende più nemmeno interamente da noi stessi. Ho detto e scritto più volte che solo un deciso intervento internazionale, in particolare americano, può risolvere il conflitto tra arabi ed ebrei in Medio oriente. Ma mi domando se l'amministrazione Bush, mentre dà l'impressione di affondare sempre di più nel fango iracheno, avrà l'energia, la creatività e i fondi necessari ad affrontare un impegno costante in Israele e nei Territori occupati palestinesi. Il dopoguerra in Iraq e la fragile tregua tra israeliani e palestinesi appaiono legati dallo stesso filo, avvinghiati agli stessi nodi. Non è possibile immaginare un coordinamento tra due attentati che nello stesso giorno, a poche ore di distanza, quello di Baghdad e Gerusalemme. Ma le difficoltà del portare pace e democrazia all'Iraq possono incitare tutti coloro, tra i palestinesi, che non vogliono la pace con Israele. Anche contro l'oggettivo interesse del popolo palestinese.

Note:

Traduzione a cura di PeaceLink

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