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Storia di S.

Proprio oggi che la giornata e' funestata dall'ennesimo attacco suicida che ha ucciso 19 persone e dalla morte di due palestinesi nel pomeriggio mi trovo a raccontarvi una storia che parla di resistenza armata. Io non condivido questa scelta e con la mia vita sto cercando di trovare una alternativa, ma leggere questa storia puo' servire a capire, rendere umano che viene semplicemente definito terrorista, anche se nel caso che segue io preferisco chiamarlo resistente. Abbiamo raccolto la storia qualche giorno fa ed e' stata tradotta da Maurizio.
ciao Fabrizio
18 giugno 2002 - - -

Prima di venire in palestina abitavamo ad Abu Dabi negli Emirati Arabi Uniti, ci siamo trasferiti nella Striscia di Gaza nel 1992 in seguito agli accordi di Oslo e alla creazione dell Autorita' Nazionale Palestinese. S. aveva 11 anni, io [R. la sorella] 12 e il nostro fratello maggiore F. 13, le mie sorelline erano molto piccole e i due fratellini sono nati qui. Quando siamo arrivati ala periferia di Khan Younis vicino al check point di Al Tufah, qui c'era solo sabbia e i soldati israeliani non sparavano a nessuno.
Mio padre torno' a Abu Dabi per lavorare un altro anno e noi rimanemmo qui a vivere con i nonni, quando mio padre torno' aveva risparmiato abbastanza soldi per costruire questa casa dove abitiamo con tutta la nostra famiglia.
La vita era buona e non c'erano problemi con i soldati e noi potevamo vivere in pace, e' stato solo nell' autunno del 2000 che la nostra vita si e' trasformata in un inferno a causa di Sharon. Ho chiesto a mia madre se ricordava altri periodi come questo e mi ha risposto di no, nemmeno la guerra del 1976 e stata cosi' brutta. Questo e' il peggior periodo della storia della Palestina. Molti nostri amici sono morti,erano ragazzi giovani di 20, 21, 19 e 17 anni. Mio fratello S. era sempre molto arrabbiato per quello che succedeva qua ad Al Tufah, a Rafah e anche per quello che si vedeva in TV. Avevamo un amico che studiava all'universita' di Gaza e ogni giorno attraversava il semaforo di Abu Hol, un giorno gli hanno sparato mentre era seduto in macchina in attesa di passare e l'hanno ucciso. Lui voleva solo andare a studiare, come molti altri quel giorno, ma l'hanno ucciso, hanno sparato su tutte le macchine in attesa di passare il semaforo.
S. rimase molto turbato da quel fatto. Un giorno alcuni elicotteri Apache fecero un incursione vicino al check point di Al Tufah e bombardarono alcune case, mio fratello F. si era nascosto in una di queste e un muro gli crollo' addosso, un suo amico lo tiro' fuori dalle macerie salvandogli la vita e lo accompagno' all ospedale, di ritorno dall'ospedale questo nostro amico ando' a sparare ad Al Tufah e fu ucciso. Quel giorno S. disse che voleva anche lui un kalashnikov per andare ad uccidere i soldati, per lui le continue aggressioni e tutti quei morti erano diventati un incubo insopportabile, cosi' insieme ai suoi amici andava a sparare alla torretta del check point di Al Tufah, cosi' per la rabbia di aver perso tanti amici e per l'impotenza e la disperazione di non aver alcun modo di difendersi dall'occupazione, solo cosi' si poteva sentire meglio, perche' aveva fatto qualcosa, forse era inutile ma almeno aveva fatto qualcosa.
Noi a quel tempo non sapevamo nulla di quello che faceva S., lui non ci raccontava nulla. Una volta gli israeliani hanno risposto al fuoco con il gas velenoso e anche S. lo ha respirato e lo hanno subito trasportato all ospedale, dove per una settimana e rimasto immobile nel letto, stava molto male. Molti altri in questa zona hanno respirato i gas velenosi dei soldati israeliani. Durante la
convalescenza all'ospedale S. inontro' un uomo della resistenza armata palestinese che lo arruolo' per combattere i soldati israeliani, S. non voleva uccidere civili ma voleva combattere i soldati perche' erano loro che ci aggredivano continuamente. Piu' tardi quando usci' dall'ospedale fu
chiamato per una missione a Rafah, la citta' al confine con l'Egitto. In quell'occasione fecero saltare in aria un carroarmato. Quando torno' a casa mi disse che un carro israeliano era esploso a Rafah, io gli chiesi come lo sapeva, perche' la TV non aveva detto nulla, ma lui rispose - solo io lo so -.
Seppi che era stato lui solo dopo la sua morte quando me lo racconto' un suo amico, si era specializzato in esplosivi e lo comandavano in missioni per far esplodere i carri armati e i bulldozer che demoliscono le nostre case.
Tutti i giorni andava con i suoi amici e partecipava a queste missioni oppure andava a spare al check point di Al Tufah, ma non ci diceva nulla, solo che usciva con gli amici. Una sera usci' di casa per andare ad una festa e mio padre gli disse di non fare tardi, verso la mezzanotte e mezzo, qualcuno busso' alla porta e disse che c'era stato un ferito durante uno scontro a fuoco al check point di Al Tufah, lo avevano portato davanti a casa nostra, in strada, e volevano un auto per accompagnarlo all'ospedale.
F., mio fratello maggiore, usci' per prendere l'auto e quando vide il ferito si rese conto che era S., suo fratello rimase li' davanti al corpo insanguinato di S. che era privo di sensi, rimase li' e non sapeva cosa fare.
Poi finalmente lo portarono all'ospedale e videro che era ferito a una gamba, lo medicarono e lo ingessarono, S. rimase a casa immobilizzato dal gesso per due mesi, poi comincio' ad essere impaziente e ando' a chiedere al dottore di cavargli il gesso, ma il dottore si rifiuto' perche' non era ancora guarito, S. insistette e minaccio' il dottore, lui doveva liberarsi dal gesso che lo costringeva a camminare con la stampella, quella li' appesa al muro. Cosi' nonostante il dottore gli avesse proibito di togliersi il gesso S. ando' da un amico e con il suo aiuto se lo tolse, quando torno' a casa stava molto male e rimase a letto per quattro giorni. Poi venne a cercarlo il suo amico Ahmed, ma io gli dissi che S. stava riposando e che non volevo svegliarlo, ma lui insistette che era molto importante cosi andai a chiamare S., che usci' insieme ad Ahmed per andare al matrimonio di un loro amico. Dopo la festa partirono per una missione. I miei genitori erano andati a trovare dei parenti quella sera, e qualcuno telefono' a mio padre sul cellulare per informarlo che c'erano stati tre feriti sul fronte di Rafah, mio padre che lavora alla TV palestinese trasmise la notizia in redazione, senza farci troppo caso. Poi il suo amico lo chiamo' nuovamente e gli chiese dove fosse S., mio padre rispose che era ad una festa, non poteva immaginare che invece era morto a Rafah, e il suo amico non sapeva come dirglielo, cosi' gli chiese di mandare qualcuno a cercarlo. F. ando' a cercare S. ma non lo trovo' in nessun posto. Mio padre capi' che doveva essere successo qualcosa di grave e richiamo' il suo amico, il quale gli disse che S. era stato ferito gravemente e stava all'ospedale di Rafah. Cosi' mio padre prese l'auto e corse a Rafah, quando arrivo' all'ospedale vide i tre corpi di S., A. e M., erano morti. Stavano preparando due mine anticarro da usare contro i buldozer, ma i soldati li avevano visti e gli avevano sparato una granata che aveva fatto esplodere anche le mine uccidendoli sul colpo.
S. era tutto punteggiato di schegge sul volto e gli altri due erano sfigurati e irricinoscibili. Quando mi dissero che S. era stato ferito non volli crederci, lui aveva moltissimi amici ed erano tutti la' fuori, in strada, a sparare e piangere di rabbia, ma io non riuscivo a credere che gli fosse successo qualcosa e non volevo neppure uscire in strada, non volevo sapere nulla, i miei sentimenti mi soffocavano e non riuscivo a muovermi.
Rimasi in casa a piangere per molte ore, mentre fuori gli amici di S. sparavano in aria, poi portarono a casa il corpo di S. per un ultimo saluto prima del funerale, allora lo vidi e credetti alla sua morte. Mio padre mi disse che Dio ci aveva dato il meglio e che S. era morto da martire. S. diceva sempre che lui viveva per questa terra, la nostra terra e che non voleva nulla per se', solo morire per la sua terra.
S. aveva 19 anni, sua sorella R. di 22 ci ha raccontato la sua storia.

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