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I cocci dell' ANP

«È la fine dell'Autorità nazionale palestinese», ha commentato ieri mattina il ministro uscente Saeb Erekat, poco dopo l'inizio dell'assedio israeliano alla prigione di Gerico
16 marzo 2006 - Michele Giorgio

Non ha torto. Abbandonata da Stati uniti ed Europa, privata dei finanziamenti internazionali e dei fondi palestinesi trattenuti illegalmente da Israele, l'Anp e il suo presidente Abu Mazen escono fuori a pezzi dalla vicenda di Ahmed Saadat. Senza più legittimità agli occhi dei palestinesi, per non aver saputo impedire o almeno prevedere l'assalto alla prigione di Gerico. Un nuovo «fallimento» di fronte alle strategie israeliane, che rafforza ulteriormente tra la gente di Cisgiordania e Gaza il movimento islamico Hamas e la sua linea della resistenza armata, quale unica possibilità per i palestinesi di recuperare non solo i diritti ma anche la dignità. Chi ha cercato l'occasione giusta per spingere verso il baratro Abu Mazen può festeggiare. Sta per raggiungere il suo scopo. Il presidente dell'Anp è l'unico legame che unisce ancora i palestinesi alla comunità internazionale dopo l'isolamento totale dei Territori occupati decretato da Washington e Tel Aviv dopo la vittoria di Hamas. Ma la sua autorevolezza è stata ulteriormente ridimensionata dall'attacco a Gerico. Il coro di accuse inglesi e americane si è già fatto sentire: non ha mosso un dito per far rispettare sino in fondo le regole stabilite per detenzione di Saadat. Senza dimenticare l'acido commento del ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni che lo ha definito «la foglia di fico» del potere di Hamas e perciò «irrilevante».

Il ministro Livni invece sa bene che Abu Mazen è ancora molto rilevante: può far sentire la voce palestinese ai tavoli della diplomazia, può tentare di convincere gli europei a non abbandonare Cisgiordania e Gaza e spiegare che i finanziamenti internazionali sono essenziali per la sopravvivenza stessa di tanti palestinesi. Con la sua moderazione, la sua volontà di dialogo, rappresenta un elemento di disturbo per il governo, attuale e futuro, di Ehud Olmert che sulla assenza di un «partner palestinese» fonda la sua strategia volta a realizzare il «piano di disimpegno unilaterale 2» che, con il muro come confine orientale, porterà alla annessione a Israele di ampie porzioni del territorio della Cisgiordania. I palestinesi dovranno accontentarsi di cantoni separati tra di loro e controllati dalle forze di occupazione che, con la benedizione di Washington, un giorno verranno anche chiamati «stato di Palestina». L'ascesa al potere di Hamas contribuisce in modo decisivo alla attuazione del piano di disimpegno unilaterale: il rifiuto della leadership di Hamas di riconoscere l'esistenza di Israele offre un motivo in più ad Olmert per usare la forza militare come scampello politico dei suoi disegni sul terreno.

Tutto ciò avviene nel silenzio-assenso di Stati uniti ed Europa che spinge sempre più palestinesi a perdere la fiducia nella legalità, nelle risoluzioni internazionali, in una soluzione giusta e negoziata del conflitto con Israele. Quanto è accaduto nelle ultime ore a Gaza, dove si è scatenata una inaccettabile caccia all'occidentale da sequestrare, addolora ancora di più perché colpisce l'impegno sincero di tanti stranieri, spesso semplici cooperanti sotto contratto con Ong e associazioni di volontariato, in sostegno dello sviluppo dell'economia e della società palestinese. Nel condannare il rapimento di tante persone «colpevoli» soltanto di possedere un passaporto statunitense, britannico o francese dobbiamo chiederci con ancora più insistenza e voglia di capire perché si è arrivati a tutto ciò.

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