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Blues dell'attraversamento del confine

Palestinesi e stranieri stanno soffrendo per le conseguenze della politica di chiusura israeliana al punto di attraversamento di Rafah tra Gaza e l'Egitto. Raphael Cohen ci riprova ancora.
30 settembre 2003 - Raphael
Fonte: ISM - 15 giugno 2003

Un palestinese che ha la temerarietà di desiderare di uscire o entrare nella striscia di Gaza deve richiedere il permesso agli occupanti israeliani. Supposto che riescano ad ottenere il permesso, i palestinesi rimangono alla mercé degli ufficiali al confine di Rafah, con il rischio di essere detenuti dal Shin Bet e di essere soggetti alle frequenti chiusure israeliane del confine (più di 160 giorni finora durante l'Intifada). Il punto di confine di Rafah è l'unica uscita per 3 milioni di abitanti di Gaza verso il mondo esterno. Le forze di occupazione israeliane questa settimana hanno demolito l'infrastruttura del collegamento palestinese al confine, un indicazione del punto al quale l'Autorità Palestinese non sia nient'altro che un gioco di parole. Adesso anche gli stranieri stanno sperimentando grandi difficoltà per entrare nella Striscia di Gaza mentre Israele sostiene che essi rappresentano una minaccia alla sicurezza.

Il lato egiziano del confine a Rafah è aperto 24 ore al giorno; il lato israeliano circa 6 ore, nelle giornate buone. Per i circa venti palestinesi con i quali sono in fila, il periodo diventato perfino più breve visto che era sabato, il sabbath ebraico, ha significato che non sono potuti salire sull'autobus nonostante avessero aspettato dalle 12:30 ed avessero visto quelli davanti ammucchiarsi con i loro bagagli caricati sul tanto agognato autobus. Alle 14:00 gli ufficiali egiziani ci hanno detto di ritornare dentro la sala di partenza. L'umore generale era di delusione e quieta rassegnazione nel doverci riprovare ancora. La distanza tra il finale check point egiziano e le barriere per i veicoli israeliane è di non di più di 20 metri, ma per i palestinesi e per gli stranieri che cercavano di entrare o uscire dalla Striscia di Gaza avrebbero potuto essere 1000 miglia.

Frequenti chiusure e fallimenti nel prendere l'autobus, fanno sì che le autorità egiziane sono solite trattare con la gente bloccata al confine.
Al momento alcune centinaia di persone stanno aspettando di attraversare il confine quale risultato dell'attuale prolungamento della chiusura imposta dagli israeliani per dimostrare la volontà di realizzare la Road Map. Per coloro che non hanno parenti a Rafah o El-Areesh, questo significa dormire nella sala di partenza o, se fortunati, sul pavimento dell'attigua moschea. Questo poiché una volta che il passaporto dei viaggiatori è stato timbrato con un timbro di partenza egiziano, non è possibile lasciare la sala senza cancellare il viaggio, una misura che pochi sembravano inclini o in grado di seguire. Questa misura ha certamente provocato l'interesse degli ufficiali della sicurezza e della dogana egiziani. Nel caso si perda l'autobus, non c'è nient'altro da dire.
Il consiglio per gli stranieri (non egiziani e non palestinesi) era di prendere l'autobus palestinese sulla sua via di ritorno dall'Egitto, piuttosto che l'autobus egiziano, per evitare di riperdere l'autobus
un'altra volta.

L'umore al ritorno in Egitto fuori dal complesso della frontiera era meno rassegnato. Tre donne palestinesi di Gaza che erano ritornate indietro quel giorno per avere troppo bagaglio (gli israeliani impongono a casaccio il loro limite di 60 chili per persona) hanno espresso la loro ostilità verso gli israeliani, che rendono un viaggio semplice così complicato. Né hanno risparmiato le loro imprecazioni contro il tassista locale che le aveva fatte aspettare e le aver fatte pagare troppo. Sono state raggiunte da una quarta donna di mezza età di Gaza, che aveva attraversato il confine quel giorno. Alle loro lamentale ha aggiunto la sua: l'eccessiva imposta doganale egiziana per i suoi sei niqabs. A parte gli improvvisati procacciatori di tassisti, le vicinanze intorno al confine sono un covo di cambia moneta e di venditori di cibo pronto. Improvvisate vendite di vestiti vengono tenute per gli abiti in eccesso, mentre trafficanti di sigarette cercano di persuaderti a portare per loro una loro valigia piena di Cleopatra (la marca più economica di Gaza) attraverso il confine (i leggendari tunnel che uniscono le due metà di Rafah City, così spesso citati dai militari israeliani per giustificare la loro distruzione di case civili, sono più probabilmente usate per trafficare in tabacco piuttosto che in armi - come se tu potessi procurarti un carro armato o far passare un elicottero attraverso un passaggio clandestino).

Il giorno seguente sono tornato al confine alle 8 di mattina. Passando attraverso i controlli egiziani non ho avuto problemi poiché il mio volto era diventato famigliare ai burocrati in uniforme. Ho scambiato cenni di saluto e sorrisi con i viaggiatori che ho riconosciuto dal giorno precedenti. La maggior parte era rimasta al confine e sarebbe dovuta partire con il primo autobus. L'ottimismo prevaleva: il giorno era giovane, il confine era aperto. Una volta ai controlli, la fila continuava verso l'autobus all'esterno. Le tre donne di Gaza del giorno precedente erano proprio davanti a me, e mi hanno chiesto di portargli una borsa per evitare di essere trovate nuovamente con sovrappeso. Non ho accettato per la mia insicurezza sul fatto di riuscire ad attraversare il confine. Il confine di Rafah è stato aperto ai palestinesi secondo l'accordo del Cairo del 1994, quale parte del processo di Oslo. Prima di ciò lasciare Gaza per l'Egitto significava entrare in Israele e prendere una nave da Isdud (Ashdod). Fino a 1500 persone al giorno attraversavano questo confine prima che iniziasse l'Intifada; ora sono circa 250. Il complesso egiziano è in costruzione e, una volta completato, promette di essere una copia abbastanza impressionante del Tempio di Karnak. Per ora le mura incomplete danno ombra ai partenti in attesa, mentre gli stessi attendono i cambiamenti politici che giustifichino una tale enorme struttura.

Una cinquantina di persone, inclusi dieci bambini, sono riusciti a stiparsi con il loro bagaglio sull'autobus che è partito per il finale controllo e barriera egiziani. L'autobus si è fermato ed ha parcheggiato per permettere al vicino continuo flusso di camion doppi di continuare a trasportare i loro carichi di cemento e ghiaia senza ostacoli (dove sarà destinato tutto questo materiale da costruzione?). Alla barriera israeliana, a circa 20 metri, tutti sono stati sottoposti ad una breve perquisizione corporea con l'uso di uno specchio. Improvvisamente un uomo con un vestito chiaro è salito di corsa sull'autobus accompagnato dagli ufficiali egiziani. Questo ritardatario privilegiato ha proceduto porgendo cellulari di un marca nuova, un ultimo modello, a chiunque fosse interessato a prenderne uno (25NIS, circa 5 dollari americani il loro costo). Dopo 30 minuti di attesa è diventato chiaro che c'erano dei problemi. La discussione si è incentrata su tre cause: il sovraffollamento dell'autobus, le attività dell'uomo dei telefonini e la presenza di stranieri, io. Al passaggio di ogni camion, mentre l'autobus palestinese passava e ripassava il confine, mentre il caldo aumentava, mentre i pianti dei bambini si facevano più forti, la gente aspettava stoicamente, borbottando occasionali imprecazioni verso entrambe le parti.

Alla fine, dopo più di due ore sull'autobus, è arrivato il segnale di muoversi. Ciò ha richiesto che tutti quelli che erano in piedi in corridoio (circa 15 persone) si sono dovuti spostare nel retro dell'autobus e si sono dovuti accovacciare sul pavimento per evitare di destare sospetti di sovraffollamento negli israeliani. Una volta attraversata la barriera di confine tutti hanno aiutato i propri vicini ad alzarsi ed hanno tirato un sospiro di sollievo. Finita la parte breve del viaggio, ora veniva la parte difficile: convincere gli israeliani a lasciarti entrare a Gaza. Per i palestinesi ciò ha significato essere separati dai loro bagagli dopo una preliminare occhiata ai passaporti ed ai visti, da parte di personale apparentemente palestinese (dal 7 luglio 2001, solo ad otto lavoratori palestinesi ed a tre autisti è stato permesso lavorare al check point). Se tutto sembrava in ordine si procedeva dentro la sala di arrivo e si passava sotto un metal detector.
L'impiegata israeliana che radunava le persone non aveva interiorizzato la stipula dell'accordo del Cairo che prevede che "le due parti hanno determinato di fare il loro meglio per rispettare la dignità delle persone che attraversano i confini". Il suo incessante mantra di "jawwal, sa'ah, mafatih (cellulare, orologio, chiavi) "Ya Ustaaz" (signore) "Ya Hajja" (signora) mentre chiedeva ad uomini e donne di togliersi le scarpe e le cinture, venivano posti con manifesto disprezzo. La sua conoscenza dell'arabo chiaramente non includeva parole come "per favore" o "grazie". Finita questa dura prova, i palestinesi porgevano i loro passaporti agli impiegati (di nuovo palestinesi), che li passavano agli israeliani seduti dietro vetri affumicati dietro di loro dove venivano sottoposti ad un controllo attraverso i computer. Il confine di Rafah è il punto favorito per detenere palestinesi in entrata per "motivi di sicurezza". Poco a poco le persone che stavano attraversando i confine traslocavano da un blocco di sedie di plastica blu o arancioni, come seguendo un codice segreto, verso un altro, quasi fossero chiamate da un cenno dall'esterno. Lo strano individuo era stato scortato via dagli ufficiali della sicurezza (riconoscibili per i loro stivali stile trekker) per una chiacchierata. Se tutto andava bene ai due controlli di passaporto e visto, se il tuo bagaglio non era in sovrappeso e soddisfacente, eri libero di andartene.
Al-hamdulillah (se dio vuole).

Quel giorno tre persone sono state rimandate indietro dagli israeliani: due di loro erano stranieri. La prima era un'americana palestinese con due bambini che cercava di raggiungere il marito a Gaza. Non aveva documenti palestinesi e le è stato negata l'entrata semplicemente perché era americana. Era seduta nella sala di partenza egiziana quando sono ritornato. L'altro, io, era britannico. Ho rifiutato l'offerta dello Shin Bet di provare loro che non ero un rischio per la sicurezza (cioè informandoli su tutti i miei contatti a Gaza), ed ho scelto di ritornare in Egitto. Questo ha provocato una complessa procedura, poiché quando l'ISA ha deciso di rilasciarmi si stava facendo buio e non c'erano trasporti attraverso il confine. Ho aspettato per circa tre ore sulla strada del confine tra i due lati in mano al collegamento israeliano, guardando le jeep, gli elicotteri ed i carri armati con i quali ero diventato familiare a Rafah dirigendomi dentro e fuori dalla loro base.
Periodicamente si sentiva in lontananza il suono di bombardamenti, e mi chiedevo se le case dei miei amici al confine venivano prese di nuovo di mira. Alla fine sono stato accompagnato a piedi al lato egiziano del confine e sono stato consegnato al collegamento egiziano, accompagnato dal suono delle sirene israeliane di un'esercitazione militare. Ero stato avvisato che ciò sarebbe successo e che si trattava solo di una simulazione. Ciononostante il lamento non riusciva a soffocare il suono dei colpi di fuoco israeliano da Rafah. In un certo modo ho desiderato che gli egiziani mi avessero rifiutato l'accesso e che fossi lasciato per sempre ad andare avanti ed indietro tra le due barriere fino a che il mondo non rinsavisse.

Note:

Tradotto da Giovanna

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