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Angelo Frammartino, ragazzo

11 agosto 2006
Fonte: Carta


Angelo Frammartino e Carlo Giuliani. La loro uccisione è molto diversa, nel modo in cui è avvenuta, molto diversi ne sono stati gli esecutori, lontani i luoghi e molti gli anni di distanza. Eppure, è a Carlo che si pensa subito, quando si sa che quel ragazzo di Monterotondo, vicino Roma, è stato ucciso a coltellate mentre passeggiava, insieme a ragazze come lui, nel quartiere arabo di Gerusalemme. Era un giovane comunista di Rifondazione, Angelo, si era affacciato al mondo con le grandi manifestazioni contro la guerra in Iraq, nel 2003, ed era in Palestina insieme alla Cgil e all’Arci per cercare di far sì che bambini israeliani e palestinesi potessero ancora giocare insieme. Una piccolissima cosa, certo, nella catastrofe di violenza del Medio oriente, giusto a pochi chilometri da dove la guerra israeliana contro gli Hezbollah e il Libano fa strage di gente come noi, disarmata, di famiglie e di bambini. Ma, aveva scritto Angelo poco tempo fa, che bisogna “fare l’amore con la nonviolenza per partorire la pace dal grembo della società”, e ancora che “sarebbe ottimo liberarsi dell’idea che ci sia giustificazione all’orrore se è prodotto in risposta a un altro orrore”.
Era uno strano comunista, Angelo, era un pacifista, era un figlio di Genova e di quell’immenso movimento animato da ragazzi come lui, nato con il nuovo secolo e che vuole cercare una via diversa, per cambiare il mondo, dal rispondere con la violenza alla violenza. Era come Carlo, un ragazzo aggredito e ucciso dalla brutalità che pretende di governarci, e che crea l’odio che casualmente, in quella via di Gerusalemme, ha colpito Angelo: non c’è giustificazione all’orrore che lo ha ucciso, nemmeno l’orrore dell’occupazione israeliana e delle bombe sui villaggi del Libano del sud.
Ci diranno tutti che la morte di Angelo è la prova di un fallimento, che non si va a mani nude dove si fa la guerra, che le piccole azioni di pacificazione sono sommerse dalle ondate della forza bruta, che la nostra politica non può niente di fronte alla politica dei governi e degli eserciti, che siamo patetici, se non complici, a cospetto degli 11 settembre e degli 11 marzo, le stragi progettate sugli aerei in Gran Bretagna, e chissà cosa nel futuro. Eppure la loro guerra ha prodotto altra guerra, altri attentati, la macelleria irachena e la violenza endemica dell’Afghanistan, la nuova invasione del Libano e la distruzione della speranza palestinese. Così che qualcuno si è armato di un coltello e ha colpito alla cieca, chiunque sembrasse un europeo, un occidentale.
Angelo ha testimoniato con la sua vita quel che in molti ci limitiamo a dire, a scrivere. La sua morte resterà ferma nella nostra memoria come una targa stradale che dice: “Angelo Frammartino, ragazzo”. Ed è quel che a nostra volta dovremo testimoniare, esponendo (come chiede la sua organizzazione, i Giovani comunisti) la bandiera della pace, e quando a Monterotondo, tra qualche giorno, vi sarà il funerale, e il 26 agosto nella marcia straordinaria della pace da Perugia ad Assisi e in tutte le occasioni che avremo, nei prossimi mesi, per pronunciare la parola che era tanto cara ad Angelo: pace. E alla sua famiglia, alla madre a al padre, alla sorella, faremo sentire, per quanto possibile, che, come è accaduto per Haidi Giuliani, la scomparsa di un figlio e fratello non è una ferita medicabile, ma che di figli e fratelli ce ne sono a milioni.

Note:

http://www.carta.org/editoriali/

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