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La West Bank affronta gli effetti della guerra

Sembra che le priorità del Primo Ministro israeliano Olmert, al termine dei combattimenti in Libano, siano mutate. Che fine ha fatto l'idea di un ritiro unilaterale dalla Cisgiordania?
25 agosto 2006 - Peter Hirschberg


Solo tre settimane fa, il primo ministro israeliano Ehud Olmert si dichiarava entusiasta all'idea di un ritiro unilaterale dalla West Bank. I combattimenti in Libano, aveva detto durante un' intervista rilasciata ai primi di agosto, non avevano affievolito la sua determinazione nel portare avanti il suo progetto. Anzi, il conflitto con gli Hezbollah avrebbe alla fine contribuito a concretizzarlo.

Ma con il termine dei combattimenti, la lotta in Libano sembra aver mandato
a monte i suoi piani, piuttosto che rafforzarli. Negli ultimi giorni, il
premier ha privatamente incontrato i ministri e stabilito che malgrado
l'impossibilita' del governo di ignorare il conflitto con i palestinesi, la
priorita' adesso e' quella di ricostruire la fascia settentrionale di
Israele, per oltre un mese bersagliata dai missili degli Hezbollah.

Alle domande riguardanti la possibile decisione del primo ministro di
accantonare i piani per il ritiro - punto focale della sua campagna
elettorale all'inizio di quest'anno - uno dei collaboratori di Olmert, Assaf
Shariv ha risposto: "Al momento ci stiamo occupando di altre questioni.
L'idea del ritiro non e' stata abbandonata, semplicemente non e' all'ordine
del giorno."

Il ministro dei trasporti Meir Sheetrit, che e' anche membro del Kadima, il
partito governante di Olmert, ha dichiarato che il piano per il ritiro
unilaterale dalla West Bank non sara' attuato in tempi immediati. Ha pero'
aggiunto che Olmert non ha completamente accantonato l'idea.

Il progetto di Olmert prevede il ritiro dal 90% dei territori della West
Bank e l' evacuazione di 60.000 - 70.000 ebrei insediati nelle zone piu'
remote, a patto che venga mantenuto il controllo sugli insediamenti
principali piu' vicini al confine del 1967.

La barriera di separazione che Israele sta innalzando nella West Bank ha il
compito di dividere israeliani e palestinesi almeno fino al prossimo
incontro dinanzi al tavolo delle trattative e fino a quando accordi
definitivi sulle frontiere non verranno stipulati.

Quando Olmert autorizzo' la violenta offensiva militare in risposta al
sequestro dei due soldati israeliani per mano degli Hezbollah, alcuni
osservatori hanno avuto l'impressione che egli non stesse semplicemente
trasmettendo un messaggio all'organizzazione Sciita, colpevole di aver
violato la sovranita' di Israele, ma anche ai palestinesi, prima del futuro
ritiro dalla West Bank. Il messaggio lasciava intendere che Israele era
pronto a lasciare i territori, ma se questa mossa fosse stata interpretata
come un segno di debolezza, e se i palestinesi non avessero rispettato i
confini del ritiro di Israele, allora la reazione sarebbe stata dura..

Ma il fatto che i militanti palestinesi abbiano continuato a lanciare
missili contro i territori a sud di Israele dalla Striscia di Gaza da cui
gli israeliani si erano ritirati un anno prima, e l'incapacita'
dell'esercito israeliano di fermare i razzi degli Hezbollah verso i
territori nord di Israele, ha soffocato questa minaccia. Ha inoltre reso il
pubblico israeliano, e molti dei suoi leader politici, sempre piu' scettici
riguardo l'idea dell' unilateralismo.

L'anno scorso, l'allora primo ministro Ariel Sharon ricevette un ampio
consenso da parte degli israeliani quando fece evacuare tutte le sue truppe
e circa 7.000 civili da Gaza. Gli israeliani erano stati altrettanto
concordi quando sei anni fa il primo ministro Ehud Barak fece ritirare dal
sud del Libano il suo esercito, che aveva occupato la zona di sicurezza
lungo il confine per 18 anni. Come a Gaza, il ritiro era stato condotto
unilateralmente, senza la benche' minima trattativa.

Ma, in entrambi i casi, le ritirate non avevano posto fine alle aggressioni,
e Israele aveva finito per rispedire migliaia di truppe a Gaza - in seguito
al rapimento di un soldato per opera dei militanti palestinesi - e in Libano
- dopo che due soldati erano stati sequestrati presso il confine
settentrionale israeliano.

Malgrado il ritiro dal sud del Libano, gli Hezbollah hanno continuato i loro
attacchi lungo le linee di confine, dichiarando che Israele non aveva smesso
di occupare le Sheeba Farms - un' esigua striscia di terra che le Nazioni
Unite avevano nel 2000 attribuito alla Siria, e non al Libano, pertanto la
questione andava trattata esclusivamente tra Gerusalemme e Damasco.

Nonostante il ritiro israeliano da Gaza, le milizie palestinesi hanno
continuato a lanciare razzi contro le citta' nel sud di Israele.
L'incursione su vasta scala effettuata da Israele su Gaza, in seguito al
rapimento del soldato, aveva anche lo scopo di bloccare il lancio di
missili.

Con la spedizione di migliaia di soldati nella Striscia di Gaza ad appena un
anno di distanza dalla ritirata militare, e le decine di migliaia di truppe
inviate in Libano all'inizio del mese, il pubblico israeliano ha oggi perso
la propria fiducia nei confronti dell' unilateralismo inteso come effettivo
strumento di risoluzione dei conflitti.

L' esperienza di Gaza e quella del Libano hanno convinto gli israeliani che
un ritiro unilaterale dalla West Bank lascerebbe i militanti di Hamas armati
di missili e pronti a sparare, sulla soglia dei centri piu' densamente
abitati del paese.

Con negoziati di pace sempre piu' paralizzati fintanto che Hamas sara' al
potere, non sara' facile per Olmert trovare un piano alternativo - sul
fronte palestinese almeno. Questo lascia il primo ministro, il cui indice
di gradimento e' piombato al 27% al termine dei combattimenti in Libano,
senza un' agenda precisa, e sempre piu' indebolito man mano che cresce la
sfiducia del pubblico nei confronti del suo operato.

Note:

Traduzione di Federica Gabellini per www.peacelink.it

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