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Cluster sul Libano, l'Onu accusa Israele

Le Nazioni unite denunciano l'uso delle bombe a grappolo da parte dello stato ebraico. «Immorale che siano state usate negli ultimi tre giorni di conflitto»
1 settembre 2006 - Pietro Calvisi
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

A più di due settimane dal cessate il fuoco, richiesto dalle Nazioni unite all'esercito israeliano e ai guerriglieri hezbollah, in Libano si continua a morire e ad aver paura. Le causa ha un nome strano, in inglese si chiama cluster bombe in italiano bomba a grappoloo a deframmentazione.
«Questi ordigni non dovrebbero essere impiegati su aree civili e popolate», lo ha dichiarato ieri mattina durante una conferenza stampa in Giordania il Segretario generale dell'Onu Kofi Annan, che ha aggiunto: «Ho chiesto alle autorità israeliane di fornirci le mappe e le indicazioni su dove sono state sganciate queste bombe, in modo che si possa proteggere i civili». La denuncia di Annan arriva a neanche ventiquattro ore dal severo atto d'accusa contro Tel Aviv pronunciato al Palazzo di vetro da Jan Egeland, sottosegretario generale per gli affari umanitari dell'Onu. «Quel che è scioccante, e per me completamente immorale,- ha affermato Egeland - è che il 90 per cento degli attacchi con bombe a grappolo sia avvenuto nelle ultime 72 ore del conflitto, quando sapevamo che si era vicini alla risoluzione dell'Onu e quindi alla fine della guerra». Secondo l'Unmas (Coordinamento delle Nazioni unite per l'azione anti-mine) l'85 per cento delle aree bombardate nel sud del Libano è disseminato di circa 100mila bombe a deframmentazione inesplose, localizzate in 359 siti. Le operazioni di messa in sicurezza delle aree colpite dagli ordigni inesplosi, secondo gli organi competenti dell'Onu, richiederanno dai dodici ai quindici mesi.
La preoccupazione da parte dei collaboratori di Kofi Annan è tanta e giustificata visto che, sempre secondo il sottosegretario Egeland, le bombe hanno colpito aree particolarmente vaste, in centri abitati, aziende agricole e zone commerciali. Inutile dire, a questo punto, che il rientro degli sfollati appare un'operazione particolarmente difficile. Del milione di persone che avrebbero abbandonato le loro case durante il conflitto, ben 250mila avrebbero paura a farvi rientro per via degli ordigni inesplosi, che quotidianamente continuano a provocare morti e feriti. Dal cessate il fuoco iniziato lo scorso 14 agosto, fonti dell'esercito libanese dichiarano che «11 persone sono rimaste uccise e 50 ferite» a causa delle munizioni non deflagrate, di cui una gran parte e da individuare fra le bombe a grappolo.
Per fermare altri possibili massacri e per intervenire immediatamente sul territorio, l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) ha firmato un accordo formale di partenariato con l'Unmas. «Alla fine di ogni conflitto, - ha detto Stephane Jaquement, rappresentante dell'Unhcr in Libano - la sicurezza degli sfollati e il loro dignitoso rientro a casa, rimangono sempre una nostra priorità. Per il nostro lavoro - ha concluso Jaquement - è cruciale che strade, aree civili e case siano sicure e l'Unmas in questo può aiutarci». Aspetto principalmente interessante dell'accordo di partenariato fra le due organizzazioni è il progetto di sensibilizzazione della popolazione locale sulla pericolosità degli ordigni inesplosi che coinvolge in particolare i bambini. Partito da appena due giorni, il piano di intervento ha iniziato ad essere operativo nei villaggi situati intorno alla città di Tiro. «I leader locali - spiega Dalia Farran, portavoce dell'Unmas - ci hanno chiesto di fornire dei corsi di formazione rivolti ai bambini, circa i rischi derivanti dalle mine, poiché molti di loro entrano giornalmente in contatto con residui di bombe a grappolo ed esplosivi». Secondo Christopher Clark, direttore del programma Unmas di Tiro, «il conflitto in Libano ha generato una delle più gravi contaminazioni di ordigni inesplosi mai avvenuta, sia a sud del fiume Litani che nelle aree a nord e ad est del paese». In risposta a queste pesanti prese di posizione espresse da alti rappresentanti dell'Onu e fra tutti dal suo Segretario generale Kofi Annan, il governo israeliano risponde con dichiarazioni che non dovrebbero invecchiare nel tempo e che certamente non rispondono agli inviti mossi in questi giorni dalla comunità internazionale. Ieri infatti il portavoce del primo ministro Ehud Olmert, Miri Eisin, precisava che «in Libano, Israele ha agito soltanto nel rispetto del diritto internazionale e ha utilizzato armi conformi alle normative internazionali». Queste dichiarazioni sono le stesse - non cambia nemmeno una parola - che le autorità di Tel Aviv hanno rilasciato il 19 agosto scorso quando, interpellate dalla Bbcsempre sull'uso delle cluster bombnel sud del Libano, si sono rifugiate nei dettagli del diritto internazionale. Infatti le Nazioni unite non hanno messo in discussione la «legalità» dell'utilizzo di tali bombe (sarebbe stato inutile farlo, visto che Israele non ha mai ratificato i trattati di Ottawa del 1997 che ne proibiscono l'impiego) ma hanno posto l'accento sull'uso «immorale» che se ne è fatto soprattutto colpendo aree ad alta densità abitativa, con l'intenzione di renderle inabitabili nell'immediato futuro. Perché si sarebbero attese le ultime 72 ore di guerra per disseminare il Libano di 90mila cluster bomb, se non per mettere in difficoltà il rientro degli sfollati?

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