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Anche la guerra economica e’ fallita

28 marzo 2003 - Amira Hass

Le statistiche, quando riguardano i palestinesi, evaporano in fretta.
Succede ai rapporti sul numero di civili palestinesi uccisi dall’esercito
israeliano nell’ultimo mese; succede ai rapporti sulle dimensioni della
crisi economica in Cisgiordania e nella striscia di Gaza; e succede anche
quando a scrivere il rapporto e’ un’organizzazione come la Banca Mondiale.
La settimana scorsa la Banca Mondiale ha dato un’anticipazione del
rapporto, di prossima pubblicazione, sulla crisi dell’economia
palestinese. Il prodotto interno lordo pro capite, rispetto al 2000, si e’
dimezzato. La disoccupazione e’ arrivata al 53%. Le entrate fiscali
dell’Autorita’ Palestinese sono precipitate da una media mensile di 91
milioni ad una di 19 milioni di dollari.

Due milioni di persone –il 60% della popolazione- vive al di sotto della
soglia di poverta’ (meno di due dollari al giorno): nel 2000 era il 21%. E
in Palestina i poveri sono sempre piu’ poveri –nel 2000 la spesa media
giornaliera di un nullatenente corrispondeva a 1,47 dollari, ora e’ scesa
a 1,32 dollari. Nel rapporto si afferma che a Gaza il 13,3% della
popolazione soffre di malnutrizione cronica, dato paragonabile a quelli di
Congo e Zimbabwe.

Qua e la’ la stampa israeliana ne parla. Poi i rapporti svaniscono. Il
prof. Aryeh Arnon, dottore in economia dell’Universita’ Ben-Gurion, ha
studiato l’economia palestinese per anni, comprese le fasi di Oslo e
quelle dell’occupazione diretta da parte di Israele. Il professore
sostiene che e’ difficile immaginare, sul campo, la reale portata di
queste cifre.

Si tratta di una crisi paragonabile a quella della fine degli anni ’20 in
Europa, afferma. Sarebbe come se meta’ della societa’ israeliana vedesse
le sue entrate attuali –circa 1.400 euro per famiglia ogni mese- scendesse
a 600 euro praticamente da un giorno all’altro. Anron si dice meravigliato
che questi dati e le loro ancor piu’ gravi implicazioni non abbiano
suscitato alcun dibattito all’interno della societa’ israeliana. Quello
che queste cifre significheranno per il futuro e’ qualcosa di molto piu’
importante e carico di conseguenze delle lotte di potere all’interno della
leadership palestinese.

Il rapporto della banca mondiale sembra coprire di elogi Israele per la
restituzione di parte delle entrate fiscali all’Anp, per l’aumento dei
permessi di lavoro e l’incremento delle relazioni collegiali stabilite tra
i rappresentanti delle organizzazioni umanitarie internazionali e il
coordinatore governativo nei Territori.

Ma gli elogi contenuti nel rapporto fanno da contorno ad una affermazione
chiarissima –e cioe’ che la politica di chiusura perseguita dal governo
israeliano e’ la causa principale di questa crisi. Questo vale
particolarmente per le chiusure interne e le gravi limitazioni imposte ai
trasporti. Limitazioni tali da paralizzare i movimenti di beni e persone e
da vanificare ogni possibilita’ di generare nuove fonti di guadagno in
grado di sostituire quelle che sono andate perdute.

La Banca Mondiale sottolinea che “nel 2003 le decisioni del governo
israeliano saranno cruciali per l’economia palestinese. L’attuazione di
una politica di chiusura ha molta piu’ influenza sull’economia di quanto
non ce l’abbiano le strategie dell’Anp o l’attivita’ dei paesi donatori”.
Secondo la Banca Mondiale sono tre i fattori che hanno evitato fino ad ora
un totale collasso dell’economia palestinese. Primo, e piu’ importante, la
coesione e l’elasticita’ della societa’ palestinese. Molto in sostanza si
deve alla solidarieta’ e al sostegno reciproco, nonostante le enormi
difficolta’. Secondo, i servizi di base che l’Anp continua a garantire. La
Banca Mondiale afferma che gli sforzi compiuti dall’autorita’ per
affrontare l’emergenza sono stati sottovalutati. Terzo, l’economia
palestinese sopravvive grazie al sostegno finanziario della comunita’
internazionale. In ogni caso, afferma la Banca Mondiale, anche se tale
supporto venisse raddoppiato fino a raggiungere i due miliardi di dollari
–e non sara’ cosi’- il livello di poverta’ scenderebbe al 54% solamente
per la fine del 2004. Tra le altre cose, sostiene il rapporto, le chiusure
impediscono agli aiuti stranieri di incrementare le entrate reali perche’
la maggior parte dei fondi si traduce in importazioni e inflazione invece
che in un aumento della produzione a livello locale.

Nonostante le buone relazioni di lavoro tra il coordinatore governativo
nei Territori e i gruppi umanitari, il rapporto lamenta sul campo una
mancanza di coordinamento tra chi da’ gli ordini e i soldati, mancanza che
diminuisce l’efficacia delle operazioni umanitarie e spesso espone le
squadre internazionali a seri pericoli.

La Banca Mondiale non e’ in una posizione tale da poter mettere in dubbio
le ragioni di sicurezza addotte da Israele per giustificare la sua
politica di chiusura. Si limita ad osservare che l’abolizione delle
chiusure interne e’ necessaria nel breve termine per rianimare l’econimia
palestinese e per evitare un disastro.

Il prof. Arnon definisce in modo diverso il regime di chiusure interno ai
Territori: “Questa e’ una guerra economica. Israele sta usando la leva
economica sui civili palestinesi”, nella speranza che la miseria li
costringa a premere per la cessazione della lotta armata nei Territori e
per la fine del terrorismo.

Ma come quella militare, anche la pressione economica non sta funzionando
con i palestinesi. Non e’ stata registrata alcuna diminuzione nel numero
di palestinesi pronti a giurare di vendicarsi contro Israele e gli
israeliani, ne’ una diminuzione nel numero delle persone che li
supportano.

Per cui, presumibilmente, la conclusione di Israele sara’ che la pressione
economica debba essere aumentata e che le restrizioni alla circolazione
delle persone, dei beni di consumo e delle materie prime debbano essere
piu’ severe. I risultati si vedranno nel prossimo rapporto della Banca
Mondiale.

Note:

(Traduzione a cura del Go'el - Ass. Papa Giovanni XXIII)
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Amira Hass, giornalista israeliana, e' corrispondente del quotidiano
"Haaretz",e vive a Ramallah nei Territori palestinesi occupati.

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