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«Pressioni esterne contro l'accordo, questa crisi viene da fuori»

Parla Mustafa Barghouti Il leader del partito progressista Mubadara denuncia ingerenze: «Tra Fatah e Hamas tutto pronto, poi qualcuno dall'estero ha bloccato l'intesa»
19 dicembre 2006 - Michele Giorgio
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Mustafa Barghuti non ci sta. «Una guerra civile sarebbe assurda, il nostro popolo non la merita dopo tanti decenni di sofferenze e delusioni», dice con tono perentorio, denunciando «pressioni esterne» che, a suo dire, hanno impedito l'accordo per un governo palestinese di unità nazionale. Il deputato progressista e leader di «Iniziativa nazionale», che due anni fa sfidò Abu Mazen alle presidenziali (ottenne circa il 20% dei voti), è stato negli ultimi mesi uno dei principali mediatori nella lunga trattativa che avrebbe dovuto portare alla nascita del nuovo esecutivo palestinese, con Hamas e Al-Fatah seduti intorno allo stesso tavolo. Poi, quando l'accordo sembrava ormai a portata di mano, qualcosa è andato storto. «Ma è ancora possibile formare il nuovo governo con tutte le forze palestinesi, è la strada che dobbiamo seguire per evitare di fare il gioco di chi punta proprio sulle nostre divisioni interne». Ieri abbiamo raggiunto telefonicamente Barghuti.
In questi mesi ho trascorso gran parte del mio tempo girando come una trottola tra Gaza, Cisgiordania, Siria e altri paesi con l'unico scopo di aiutare ad accorciare le differenze e a formare il governo di unità nazionale. Ebbene, posso assicurare che l'accordo era fatto, le parti avevano trovato un'intesa praticamente su tutti i punti. Poi sono intervenute pressioni esterne fortissime che hanno impedito ai palestinesi di mettere fine ai loro contrasti e di trovare una piattaforma comune.

Non posso essere più preciso e fare dei nomi perché finirei per causare un danno grave alla causa palestinese. Aggiungo soltanto che entrambi le parti (Hamas e Abu Mazen, ndr) hanno subìto queste pressioni provenienti ovviamente da origini diverse. Alla fine hanno detto basta ad un accordo destinato a risolvere gran parte dei problemi interni palestinesi.
Non è vero, io ho partecipato alla trattativa e garantisco che il riconoscimento di Israele non è stato il motivo del fallimento dei colloqui. Hamas infatti aveva accettato che alla base del programma del nuovo esecutivo ci fosse il Documento di riconciliazione nazionale (scritto dai prigionieri politici palestinesi in carcere in Israele, ndr) che prevede una sorta di riconoscimento indiretto, piuttosto vago, dello Stato ebraico. È una formula che consente al movimento islamico di far parte del governo senza entrare in contraddizione con la sua ideologia. Le trattative quindi sono andate avanti con regolarità per poi a spezzarsi all'improvviso senza alcun motivo di contrasto grave. Le due parti hanno detto di non aver raggiunto un accordo sulla composizione della lista di ministri ma questo è solo un pretesto perché il motivo vero è strettamente legato alle pressioni esterne.

Ripeto, i nomi dei ministri non sono mai stati un problema, alla fine una intesa sarebbe stata raggiunta senza traumi particolari. Il no alla chiusura dell'accordo è venuto dall'estero e ha avuto un grosso impatto sulle decisioni che hanno preso Hamas e il presidente Abu Mazen.
Certo, è sempre possibile, a patto che il dialogo riprenda dal punto in cui si è interrotto. Altrimenti si potrebbe perdere tempo prezioso a tutto vantaggio di coloro che soffiano sul fuoco dei contrasti interni e vorrebbero vedere una guerra civile palestinese. È necessario inoltre che i nostri leader politici, in particolare quelli delle due fazioni principali, non si pieghino più alle pressioni esterne ma pensino solo all'interesse nazionale palestinese.

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