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Gaza ora ha paura delle sue milizie

Il web come unica finestra Fatah e Hamas si combattono per le strade, la popolazione è barricata in casa. Ma c'è chi fa ancora politica, con Internet
4 febbraio 2007 - Michele Giorgio
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

«Da Gaza con amore». La dottoressa Muna al-Farra chiude sempre con questa frase i suoi aggiornamenti dalla Striscia. Li inserisce tutte le volte che può nel suo blog, che la sta rendendo famosa, soprattutto in Europa. Linguaggio diretto, ma mai aggressivo, e cronache ricche di particolari sulla vita quotidiana, hanno fatto di Muna al-Farra un punto di riferimento per tutti coloro che, soprattutto all'estero, vogliono capire cosa accade a Gaza, che non si accontentano dei resoconti giornalistici perché, il più delle volte, si limitano alla conta di morti e feriti. «Scrivo quello che pensa e vorrebbe la gente, del nostro desiderio di libertà, della frustrazione generale nei confronti dei nostri leader, senza eccezioni. Eppure mettersi alla tastiera del computer in questi giorni è molto doloroso, i nostri giovani si ammazzano tra di loro, compiono crimini in nome di qualcosa che nessuno riesce a comprendere. Sono confusa, amareggiata, ho il cuore gonfio di rabbia e dispiacere, vorrei fare qualcosa ma mi sento impotente di fronte a tanta assurdità», spiega la dottoressa, ormai tra gli esponenti di spicco della società civile palestinese.
A Khan Yunis, dove vive e lavora, gli scontri a fuoco tra i miliziani di Hamas e Fatah sono limitati, ma la gente ha ugualmente paura, preferisce rimane in casa per non perdere la vita a causa dei proiettili vaganti che hanno già ucciso tanti civili in questi ultimi giorni. «Come tutte le madri palestinesi sono costretta a tenere i miei figli a casa, a proteggerli, a tenerli lontano dai pericoli che ora sono davvero dietro l'angolo», prosegue la dottoressa, rimasta bloccata a Gaza dalla chiusura, imposta dagli occupanti israeliani, del valico di Rafah con l'Egitto. Doveva recarsi a Londra per partecipare ad un'iniziativa internazionale per il Medio Oriente ma anche una pacifista ben nota come lei non è riuscita a strappare un permesso alle autorità militari. Nei giorni scorsi due stimati medici britannici, Derek Summerfield e David Halpin, si erano messi in contatto con i comandi israeliani per sollecitare la concessione di un permesso di viaggio alla loro collega di Gaza, ricordandone l'impegno a favore della pace. Ma è stato inutile. «Il punto è che per gli israeliani un palestinese è un palestinese, a loro non interessano le nostre idee politiche, le nostre differenze, ci considerano tutti terroristi da tenere chiusi in questo lembo di terra che porta il nome di Gaza. Per questo piango di dolore di fronte a questi scontri tra fratelli. La nostra vita è come in carcere, come allo zoo, e non dobbiamo ammazzarci tra di noi come bestie», conclude la dottoressa manifestando il suo profondo turbamento.
La strada che da Khan Yunis porta a Gaza city è deserta in questi giorni. Sono pochi gli automobilisti che si azzardano a correre il rischio di passare per i posti di blocco dei miliziani delle due fazioni in lotta, senza dimenticare che a stringere kalanshinkov e lanciarazzi spesso sono le mani tremanti di giovani poco più che adolescenti e inesperti. Il pericolo di finire nel fuoco incrociati perciò è elevato e nei giorni scorsi non sono mancati agguati ed esecuzioni sommarie a danno di avversari politici. Nessuno peraltro crede alla fine delle ostilità che i leader delle due parti continuano a proclamare un giorno si e uno no. Sul terreno a comandare sono le milizie e non raramente attacchi e rappresaglie sono vendette di clan familiari legati politicamente ad una delle due fazioni.
L'accordo di cessate il fuoco immediato concordato venerdì dal presidente Abu Mazen col capo dell'ufficio politico di Hamas Khaled Mashal è stato violato nelle ore successive, come molti avevano previsto. E non pare destinato a reggere quello annunciato ieri sera a Gaza dal ministro dell'interno Said Siyam, dopo una conversazione telefonica tra Abu Mazen e Mashaal. Siyam, esponente dell'ala dura di Hamas, e Rashid Abu Shbak, capo della sicurezza preventiva legata a Fatah, hanno detto che le due fazioni ritireranno dalle strade e dai tetti delle case i loro miliziani. Rimuoveranno inoltre i posti di blocco e cesseranno gli attacchi armati. Un appello a tutti i miliziani armati a ritirarsi è stato lanciato anche dal premier Ismail Haniyeh. Lo scetticismo però è forte. «Solo qualche sprovveduto può credere che gli armati si ritireranno realmente, Hamas e Fatah hanno conquistato a caro prezzo delle posizioni che ritengono importati e che non intendono abbandonare», spiega Safwat Kahlut, un giornalista. Non suscita perciò speranze l'incontro di martedì a Riyadh tra Abu Mazen e Meshaal per consolidare il cessate il fuoco e discutere della possibile formazione del governo di unità nazionale.
L' annuncio della tregua è giunto a conclusione di una giornata di nuovi scontri, anche se meno violenti e diffusi di quelli che tra giovedì e venerdì hanno fatto 25 molti e oltre 200 feriti. Ieri almeno otto persone sono rimaste ferite in sparatorie sporadiche ma i miliziani delle due parti si sono dedicati soprattutto a devastare gli uffici pubblici legati all'avversario.
Quelli di Fatah hanno distrutto tutto ciò che era possibile fare a pezzi nel ministero dell'agricoltura mentre quelli di Hamas hanno sparato decine di colpi di mortaio sulle basi dei servizi di sicurezza e della guardia presidenziale distruggendo quelle nel nord della Striscia di Gaza. L'obiettivo del movimento islamico, che ha le sue roccaforti nel sud, è di prendere il controllo dei distretti settentrionali, in modo da isolare e schiacciare le forze di sicurezza e la milizia di Fatah più forti a Gaza city. Sono ripresi anche i sequestri di persona. Fatah ha reagito al rapimento di sei dei suoi attivisti catturando a Nablus (Cisgiordania) Khader Sunduk, un docente di diritto islamico vicino ad Hamas. Ammontano a 15 milioni di dollari peraltro i danni subiti dall'università islamica di Gaza city, occupata e devastata giovedì sera da militanti di Fatah e agenti di Forza 17. Hamas e Al Fatah hanno ritrovato una posizione comune solo nel criticare la volontà del Quartetto (Usa, Russia,Ue e Onu), riunito venerdì a Washington, di continuare le sanzioni economiche contro l'Autorità nazionale palestinese. Abu Mazen ha definito deludente la decisione. Per Hamas prova che il Quartetto segue solo le istruzioni che riceve dagli Usa.

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