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intervista

Ilan Pappe: vado via da Israele

«Trattato come un appestato, impossibile lavorare per chi come me è contrario al sionismo». Il professore dell'Università di Haifa - uno dei più celebri tra i «nuovi storici» - denuncia un clima di ostilità insostenibile e annuncia che lascerà lo stato ebraico per trasferirsi in Gran Bretagna
23 marzo 2007 - Michele Giorgio
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Rompere gli schemi, sfidare il pensiero dominante, raccontare un'altra verità, più scomoda e compromettente di quella ufficiale. È questo che nella sua lunga attività accademica ha fatto lo storico ebreo israeliano Ilan Pappe, superando ostilità e diffamazioni. Il suo percorso tuttavia si sta complicando, la sua strada è piena, oggi più di prima, di insidie di ogni genere. Così è giunta la decisione temuta dai suoi lettori ed estimatori in giro per il mondo. «Lascio Israele, non riesco più a lavorare con serenità, sono continuamente preso di mira», dice Pappe con tono di profonda amarezza. Poi, accennando un sorriso, aggiunge «Ma dall'estero continuerò la mia battaglia affinché il conflitto israelo-palestinese venga riportato nel suo vero contesto storico, lontano dal mito e dalle false verità che lo hanno segnato in tutti questi decenni». Docente presso il Dipartimento di scienze politiche dell'Università di Haifa e rappresentante dell'Istituto Emil Touma per gli studi palestinesi, Ilan Pappe ha scritto numerosi libri e collabora con riviste locali e internazionali. Tra i suoi saggi sono da segnalare «The Making of the Arab-Israeli Conflict» (London and New York 1992), «The Israel/Palestine Question» (London and New York 1999), «La storia della Palestina moderna» (Einaudi 2004), «The Modern Middle East» (London and New York 2005) e l'ultimo, «The Ethnic Cleansing of Palestine» (2006). Prima di rispondere alle nostre domande, Ilan Pappe ha ricordato la figura e il lavoro della sua collega e amica Tanya Reinhart, morta qualche giorno fa negli Stati Uniti.

Lei ha deciso di lasciare Israele, come è arrivata questa difficile scelta?Lascio il paese ma spero non per sempre. Per il momento so soltanto che per alcuni anni vivrò in Gran Bretagna dove da giovane ho completato la mia formazione accademica e posso contare su colleghi ed amici che mi stimano e che mi aiuteranno a continuare il mio lavoro. Sento molto forte il bisogno di proseguire le mie ricerche, i miei studi, in un ambiente non ostile, in università dove non ti trattano come un appestato, uno da tenere alla larga. Sono uno storico che ha fatto sempre il suo lavoro con estremo rigore, i miei studenti mi stimano, eppure sono attaccato di continuo perché le conclusioni dei miei studi non sono coerenti con la versione ufficiale sul contesto che portò alla nascita di Israele e pongono interrogativi sulle politiche (dello Stato ebraico, ndr) nei riguardi di palestinesi e arabi. È la mia critica del sionismo, che fa saltare i nervi a coloro che mi attaccano.

Quindi il suo antisionismo è la ragione della ostilità che è costretto ad affrontare in Israele?
Senza dubbio, ci sono altri intellettuali, storici, giornalisti che scrivono e dicono molte delle cose che penso io ma non attaccano il sionismo, quindi non rischiano la raffica di critiche e accuse che subisco io. Da questo punto di vista il quadro interno israeliano è molto peggiorato in questi ultimi anni: un antisionista o un non-sionista deve fare i conti con spazi di espressione sempre più ristretti. Allo stesso tempo il paese va indietro, le discriminazioni e gli abusi contro la minoranza araba si intensificano, certe forze politiche parlano apertamente di espulsione degli arabi israeliani, la politica di occupazione (di Cisgiordania e Gaza, ndr) continua, così come la colonizzazione ebraica delle terre palestinesi. In tutti questi anni penso di aver svolto, accanto al mio lavoro accademico, tante attività finalizzate a realizzare una democrazia vera, uno Stato diverso, per ebrei e arabi su di un piano di piena parità ed uguaglianza. Purtroppo non sono servite a molto e allora credo il mio impegno debba ora continuare all'estero.

Pensa di insistere sul boicottaggio accademico di Haifa, Bar Ilan (Tel Aviv) e le altre università israeliane che svolgono corsi nelle colonie ebraiche nei Territori occupati?
Il boicottaggio è una misura che funzionò con il Sudafrica dell'apartheid e quindi può avere effetti importanti anche con altri paesi, tra cui Israele. Per questo motivo lo sostengo. Due anni fa però non fui io a proporlo, come è stato riferito, perché già dal 2002 il mondo accademico britannico intendeva attuarlo contro Israele in risposta alla distruzione di metà del campo profughi di Jenin e alle discriminazioni alle quali sono soggetti gli studenti dell'Università di Haifa.

Veniamo al suo ultimo libro, sulla pulizia etnica in Palestina, un tema ritornato di attualità in queste ultime settimane dopo il secco «no» ribadito dal governo Olmert al ritorno alle loro case e villaggi dei profughi palestinesi della guerra arabo-israeliana del 1948 nel quadro di un accordo di pace. Il suo lavoro su questo punto cruciale giunge ad una conclusione inequivocabile.
Si è vero. Questo libro è il risultato di ciò che avevo gradualmente tracciato in quelli precedenti, ovvero che in Palestina, prima, durante e dopo il 1948, è stato attuato un piano ben preciso volto a pulire etnicamente il territorio dove è sorto lo Stato di Israele. Documenti e testimonianze, a quasi sessanta anni di distanza da quei giorni, lo dicono con estrema chiarezza. Israele in ogni caso non ammetterà mai le sue responsabilità nella questione dei profughi, il governo attuale e quelli futuri faranno il possibile per lasciare nei campi per rifugiati tutte quelle persone (800mila nel 1948, oggi sono circa 4 milioni, ndr) che reclamano i loro diritti. Non credo però che i Paesi arabi saranno disposti ad accogliere la richiesta di Israele di dimenticare l'esistenza dei profughi e di modificare l'iniziativa di pace araba del 2002.

Lei ha scritto che la pulizia etnica in Palestina non si è fermata 60 anni fa ma continua ancora oggi.
Ci sono alcune aree dove procede una politica di pulizia etnica ad avanzamento lento. Nell'area della «grande Gerusalemme», ad esempio. La costruzione del muro, l'espansione delle colonie, la confisca dei terreni, recinzioni e restrizioni ai movimenti delle persone, stanno costringendo migliaia di palestinesi ad andare via, ad abbandonare le loro case. Lo stesso accade tra Gerusalemme e Ramallah e tra Gerusalemme e Betlemme, e lungo la strada che porta fino a Gerico. Almeno 40mila palestinesi hanno dovuto fare i bagagli e trasferirsi più all'interno in Cisgiordania. Senza parlare della città vecchia di Hebron, dove l'aggressività dei coloni ebrei e dei soldati ha trasformato in un quartiere fantasma la parte più caratteristica di quella città. Vedete, la pulizia etnica si attua in varie forme. Sessanta anni fa si usavano le armi per costringere le persone a scappare, ora, a causa del controllo dei media e delle istituzioni internazionali, si usano altri metodi. Rendere la vita impossibile, restringere le possibilità economiche, ridurre le capacità di sviluppo. Queste nuove strategie stanno funzionando bene in Palestina, anche perché si uniscono alla linea del rifiuto di un negoziato vero con i palestinesi.

Lei descrive un quadro della situazione molto grave, mentre all'orizzonte si addensano nubi che annunciano tempesta. Teme una nuova guerra in Medio Oriente? Sono in molti a prevedere un attacco americano o israeliano contro l'Iran, forse già nei prossimi mesi.
La possibilità certamente esiste. Si tratta di una possibilità molto concreta, ma allo stesso tempo manca poco alla fine del secondo mandato del presidente George W. Bush e non credo che gli Stati Uniti siano in grado, proprio in questo momento, di lanciare un'operazione militare tanto ampia, tenendo presente le enormi difficoltà che hanno in Iraq. Nonostante ciò una nuova guerra in Medio Oriente resta nell'aria, grava su di noi, ci rimarrà per lungo tempo e tutti noi che crediamo in un mondo diverso, in un mondo fondato sulla giustizia, dobbiamo impegnarci per impedirla.

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