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il commento

Governo Olmert, il peggior nemico del popolo israeliano

21 marzo 2007 - Zvi Schuldiner
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Sabato scorso, giorno dell'insediamento del nuovo governo palestinese, poteva essere un giorno di festa per gli israeliani. E invece, a causa del trionfo della paura, della paranoia, del razzismo, del predominio mentale dell'ultra-destra, non si sono uditi che i lamentevoli e routinari slogan demagogici di un governo che porta in un vicolo cieco.
Cosa di meglio per i vecchi e dichiarati sogni di pace degli israeliani che le opzioni aperte dall'insediamento di un nuovo governo palestinese di unità nazionale che poggia sulla sponsorizzazione di un'iniziativa pan-araba e dei recenti accordi della Mecca?
Alla Mecca l'Arabia saudita e i suoi alleati hanno fatto e chiesto concessioni importanti alle parti - Hamas e al-Fatah - capaci di frenare la deriva della guerra civile e di aprire la strada alla formazione di un governo di coalizione quasi impensabile fino a poco tempo fa. Le due forze principali sulla scena palestinese hanno capito entrambe che in gioco era il loro futuro e il futuro del popolo palestinese. Funzionerà? Molto difficile fare previsioni, però è certo che la formazione di un governo come quello e le dichiarazioni del premier Haniyeh all'atto dell'insediamento potrebbero costituire un importante punto di appoggio per un cambio radicale in Medio Oriente.
Il presidente palestinese Abu Mazen chiama Israele a riannodare i negoziati di pace. Il primo ministro Ismail Haniyeh, figura importante dell'ala moderata di Hamas, dichiara che il popolo palestinese si riserva il diritto alla lotta armata contro l'occupazione israeliana però con precisazioni di capitale importanza. Come l'appello ad ampliare l'attuale tregua in atto nel sud. E ancor più importanti sono altri due punti del discorso di Haniyeh che dovrebbero essere presi in seria considerazione da tutti coloro che aspirano davvero a un cambio rispetto alla tragica situazione attuale: il rispetto del suo governo delle decisioni della comunità internazionale e degli accordi firmati dall'Olp (di cui, è bene ricordarlo, Hamas non fa parte).
Il compromesso storico di Hamas
Quando Haniyeh dice che gli accordi dell'Olp saranno rispettati, le sue parole vanno lette insieme alle dichiarazioni provenienti da fonti del movimento islamista palestinese in questi ultimi giorni che parlano del compromesso storico a cui Hamas dovrebbe arrivare riconoscendo la realtà. In altre parole: l'accettazione di Israele come entità nazionale con un diritto irreversibile all'esistenza.
Poche ore dopo il discorso programmatico palestinese si è sentita la voce di Yossi Beilin, del partito moderato Meretz, invocare la ripresa dei negoziati e affermare che potremmo essere di fronte a un accordo storico. Poi è stato il ministro laburista arabo-israeliano Maj'adla a dichiarare, per la sorpresa di molti, che la metà dei ministri del nuovo governo palestinese è «gente di Oslo», ossia gente che partecipò o appoggiò il processo di pace avviato a Oslo dal governo Rabin, aprendo così la porta a un possibile cambio di linea.
Nel 2002 la Lega araba approvò a Beirut la «Iniziativa di pace araba» che proponeva il riconoscimento collettivo del diritto di Israele all'esistenza, spianava la strada ad accordi di pace con gli stati arabi e implicava il ritiro israeliano all'interno delle frontiere del 1967 con uno stato palestinese che avrebbe dovuto formarsi nei territori allora occupati. E, ancor di più, la proposta conteneva anche una possibile soluzione negoziata del problema spinoso dei profughi.
Il governo Sharon - che poi sarebbe stato visto dagli ingenui o dagli stupidi come un uomo di pace - respinse seccamente quell'iniziativa storica. Il sangue sparso, la politica di forza, l'ubriacatura dell'appoggio internazionale alle «vittime del terrorismo» fece dimenticare in più occasioni che, oltre ai terroristi islamici che tutti condannano, sono i Bush, gli Sharon e i loro compari i veri terroristi nella variante crudele del terrorismo di stato.
Cinque anni più tardi l'Arabia saudita ha ripreso l'iniziativa non in quanto progressista e pacifista arruolata nell'Esercito della salvezza. Come l'ex-segretario di stato americano, il repubblicano James Baker, i sauditi sanno bene che il realismo impone un'iniziativa urgente, un camibo urgente prima che, dopo la Palestina, tutta la regione si converta in un vero inferno.
Nella sua stupidità politica, il premier israeliano Olmert è uno dei pochi e ultimi politici a incoraggiare Bush nella sua criminale avventura in Iraq. A Washington il peggior rappresentante dei falchi americani continua a cercare il modo di lasciare la scena mondiale di qui a un paio d'anni senza essere considerato come uno dei peggiori e più tragici presidenti nella storia degli Stati uniti. Lo stesso Bush sembrerebbe aver capito nelle ultimi settimane la necessità di cambiare strada ed è tornato, senza ammetterlo, su alcune delle premesse contenute nel documento «dei saggi» Baker-Hamilton.
Il tragico «no» di un governo debole
Ma a Gerusalemme un governo debole, paralizzato dalla caduta di popolarità di una guerra non vittoriosa in Libano, minacciato da diverse inchieste su quella che sembrerebbe una diffusa rete di corruzione del premier, si sente una parola sola: no.
E' un no tragico. Il no del partito della guerra. Il no di quelli che sono troppo deboli per portare Israele alla pace, che così mettono a rischio il suo futuro e le sue fondamenta come società libera. Il no di chi ci porterà a nuovi fiumi di sangue. E' difficile prevedere se la voce della ragione sarà capace di muovere questo governo dal suo pericoloso e criminale rifiuto di ogni ipotesi di dialogo.
Più di 30 anni fa discutemmo sulla necessità di abbandonare la politica del rifiuto e di negoziare con il nemico. Oggi la storia si ripete. Orsono 18 anni in queste stesse pagine pubblicammo una lunga intervista con il molto discusso numero due dello Shin Bet - i servizi segreti interni israeliani - che già prima di Oslo cercava di spiegare che la pace si fa con il nemico.
Oggi la situazione è ancor più tragica e più disperante, mentre continuiamo ad aspettare che l'Europa - e l'Italia - cerchino di imporre alcuna stilla di ragione a un governo israeliano che è diventato il peggior nemico del popolo d'Israele.

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