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storie Come nasce (e vive) un corso di fotografia per ragazzi palestinesi

«Foto Palestina», la scuola di Stefano

All'ingresso di Mar Elias, campo profughi di Beirut, la scuola di video e fotografia digitale «per sostenere lo sguardo critico dei palestinesi» nel territorio dell'ingiustizia
3 maggio 2007 - Mario Boccia
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Campo di Mar Elias, Beirut Credevo di sapere del lavoro di Stefano Chiarini in Libano, ma sbagliavo. Non parlo del lavoro di giornalista, naturalmente, ma di quello che faceva in più. Una volta chiamavamo «lavoro militante» i nostri tentativi di lasciare il mondo meglio di come lo abbiamo trovato: Stefano non ha mai smesso di farlo, da quando lo conosco (trent'anni). Non gli bastava raccontare, anche se sapeva farlo come pochi: ha lasciato tracce, facili da riconoscere.
Del Libano mi aveva parlato spesso, proponendomi di andarci, ma non siamo mai riusciti a fissare una data, fino al 25 febbraio scorso. Una proposta di lavoro concreta, in una situazione limite: portare avanti il terzo corso di fotografia e video digitale per ragazzi dei campi profughi palestinesi.
Il Libano visto con gli occhi dei palestinesi è paradigma di un ingiustizia, non sanata dal 1948, forse non più recuperabile. Probabile origine di ulteriori future ingiustizie, involuzioni, dolore. «Sabra e Chatila» sono nomi divenuti indivisibili nel ricordo di una strage orrenda. Una di quelle tragedie dopo le quali si usa dire «nulla sarà più come prima», luogo comune più in malafede che retorico, che privilegia un punto di vista (un dolore, un lutto) su altri considerati meno importanti.
Facendo questo mestiere se ne incontrano troppi di questi luoghi dannati, diversamente ricordati a seconda delle convenienze, ma quello che può squilibrare (o aiutare a ritrovare un equilibrio) è ascoltare le storie dei sopravvissuti incrociandone lo sguardo. Sabra e Chatila come Srebrenica, le torri gemelle di New York, la nube velenosa di Bohpal o altri, hanno in comune l'essere stati luoghi di morte omicida per migliaia di persone e di ricordo doloroso, con valenze simboliche, per popoli interi. Nonostante questo sono state raccontate in modo profondamente diverso. Così non solo hanno finito per occupare spazi diseguali nella cosiddetta «memoria collettiva», ma perfino la loro celebrazione, come l'oblio, possono essere strumentali a intenzioni che non c'entrano nulla con il rispetto del dolore delle vittime e la ricostruzione storica dei fatti.

Prima di lui, una discaricaPrima che Stefano arrivasse a Beirut, nel luogo dove erano state seppellite con le ruspe la maggior parte delle 2.750 (secondo la Croce rossa internazionale) vittime civili della strage compiuta dal 16 al 18 settembre 1982 dalle milizie falangiste cristiano-maronite, sotto supervisione israeliana, c'era una discarica di rifiuti. Ora c'è un memoriale e un comitato «Per non dimenticare Sabra e Chatila» che ogni anno commemora i caduti organizzando viaggi della memoria. Eppure forse c'era una maggiore, per quanto macabra, coerenza nello stato di abbandono precedente al lavoro di Stefano a Beirut, perché le vittime palestinesi di Sabra e Chatila questo avrebbero dovuto essere, nei piani: rifiuti da dimenticare (come il luogo della morte di Pasolini all'idroscalo di Ostia, che rimandava a una marginalità irriducibile).
Ora il ricordo di quei morti non chiede solo che sia fatta giustizia su quell'episodio, ma trascina con sè il rispetto dei diritti dei vivi. Questo è quel che Stefano voleva.
L'aspirazione al ritorno a casa dei profughi palestinesi nell'area mediorientale, è considerata un ostacolo nella ricerca di una soluzione «per la stabilità e la pace» dalla diplomazia internazionale. La loro stessa esistenza in vita è un problema per i paesi che li hanno accolti senza mai accettarli. «Raggiungendo il numero di cinque milioni, i profughi palestinesi rappresentano quasi un quinto del totale dei profughi riconosciuti nel mondo e quindi costituisce il più grande problema di profughi non risolto in questo secolo» - dice Kassem Aina, direttore di Beit Atfal Assomoud, ong palestinese. In Libano i profughi palestinesi del '48 e i loro discendenti rappresentano il 10% della popolazione. Il riconoscimento dei diritti di cittadinanza sarebbe una miccia accesa sotto i delicati equilibri di un sistema instabile. Meglio auspicare astrattamente il ritorno nella terra d'origine e privarli di elementari diritti civili. Rinchiusi in ghetti, controllati a vista.
Il lavoro dei corsi di video e fotografia digitale è partito dall'idea di «sostenere lo sguardo critico dei palestinesi in Libano» in uno scambio di esperienze alla pari. Niente retorica buonista post-coloniale, dove alcuni occidentali regalano la propria scienza ai poveri per salvarne qualcuno. Il fotografo Patrizio Esposito è stato il cuore e la testa del progetto fin dal primo corso. Del gruppo hanno fatto parte Stefano Meldolesi e Stefano e Mario Martone per la parte video, Paola Codeluppi e me per la fotografia. Oggi il lavoro degli allievi sarà esposto in una mostra curata da Irene Alison a villa Glori, nell'ambito del Festival internazionale di fotografia di Roma. Stefano Chiarini sarebbe stato le nostre «spalle larghe» a Beirut: ma ci ha lasciato prima di partire e noi siamo andati soli (così ci sentivamo tutti).
La sede dell'ong palestinese Beit Atfal Assomoud a Mar Elias è una costruzione chiara accanto a uno dei tre vicoli d'accesso al più piccolo tra i campi palestinesi di Beirut. Guesthouse a piano terra, uffici al secondo, sede della scuola di fotografia e sala per le assemblee, proiezioni e corsi, al terzo piano.
Nella scuola c'è un vero laboratorio professionale di video e fotografia digitale. Due ottimi computer, un sistema di salvataggio per la cadute di tensione e i continui black out elettrici, hard drives esterni per l'archivio, scanner e stampante. Nell'armadio tutto il materiale in dotazione è in ordine perfetto. C'è anche una biblio-videoteca specializzata, con libri di autori internazionali e raccolte di foto storiche della Palestina, tutti foderati con plastica trasparente, perché non si rovinino con l'uso. La sensazione è di essere in un posto dove si può lavorare bene. Con un'adeguata connessione internet si potrebbe iniziare a pensare a una piccola agenzia. Finora la scuola si è sostenuta con il lavoro volontario e con donazioni sporadiche: cosa buona, ma non sufficiente a garantire un futuro.
Appesa in alto, in mezzo alla parete lunga della sala grande al terzo piano, c'è una foto di Stefano Chiarini, con il vetro e una bella cornice. Sorride su uno sfondo a colori, disegnato da una mano esperta. Penso a quante foto di familiari scomparsi ho visto appese nelle case palestinesi, oppure al valore degli album di fotografie e al rito del mostrarli agli ospiti di riguardo nei Balcani. Le foto delle nascite accanto a quelle dei funerali. Penso a quanto affetto e considerazione circondano quelle immagini. Stefano Chiarini, giornalista del manifesto, è uno di loro.
In quella stanza passano decine di persone che vengono da tutti i campi del Libano. Lì si fanno assemblee, riunioni, proiezioni, pranzi collettivi. C'è uno schermo, una lavagna bianca, una bacheca di panno verde con locandine, programmi di corsi e molti articoli della stampa libanese sulla morte di Stefano. La sala è dedicata a a lui. Oltre a tutte le nostre lezioni, per quattro giorni la foto di Stefano ha assistito a un corso di «Igiene riproduttiva ed educazione sessuale». Uomini e donne insieme (alcune con il velo) l'hanno frequentato per diventare a loro volta punti di riferimento sul tema nelle rispettive realtà di provenienza. Sempre qui la regista palestinese Mai Masri è venuta per incontrare gli allievi, dopo la proiezione di un suo documentario. E' un posto vivo, pieno di cose.

Fermati dalla polizia
Fuori tira un'altra aria. Il primo giorno due studenti sono fermati dalla polizia, subito fuori dal campo. «Che ci fa un palestinese con una macchina fotografica?». Ore perse in commissariato per il controllo dei sospetti. «Qualsiasi cosa succede a Beirut, i primi sospettati siamo noi» - spiega la responsabile di Assomoud a Mar Elias. Così il lavoro dei ragazzi del corso di video si trasformerà in un video sull'impossibilità di girarne uno.
Solo nei campi siamo liberi di lavorare. Non si è mai trattato «solo» di osservare la luce e comporre un immagine, ma anche di sviluppare l'attitudine all'ascolto delle storie delle persone, per raccontarle fuori. «E' la prima volta che mi sento capace di esprimere me stesso e i problemi della mia gente facendo fotografie», dice Fadi, uno degli studenti.
L'ultimo giorno, Hisham G., di Chatila, ci porta un pacco di disegni pieni di frasi e poesie che i bambini della scuola elementare del campo hanno dedicato a Stefano Chiarini «per sua moglie e i figli», dice. Ci facciamo una foto sotto la sua appesa. Poi Hisham A. stacca dal muro la foto di Stefano e mi chiede di fotografarlo con il ritratto in mano, «per evitare che i riflessi del vetro rovinino il sorriso». Penso alla lezione sul rispetto delle condizioni di luce reali (riflessi sui quadri compresi); allo zio sociologo di Hisham che ha mandato una delle tante mail di condoglianze arrivate da Beirut al manifesto, tra i primi a venirci a salutare. Vedo Hisham A. che fa la faccia seria, mentre lo fotografo con il ritratto in mano e Stefano che sorride dalla fotografia (senza riflessi). Penso che con lui si poteva discutere, ma serbare rancore mai.
Forse dovremmo imparare qualcosa dalla percezione di noi che hanno i nostri amici lontani. Riconoscere le nostre tracce. In Libano come nei Balcani, o altrove.

Note:

Un mese per non dimenticare
Mostre e incontri per ricordare un testimone coraggioso
Uno dei progetti a cui Stefano Chiarini teneva di più sbarca a Roma. Sarà inaugurata oggi (e andrà avanti fino al 3 giugno) la mostra fotografica «Beirut, tempo presente», organizzata nell'ambito del Festival internazionale di Roma «FotoGrafia 2007» e curata da Irene Alison. «Beirut tempo presente» (Villa Glori Facoltà di Architettura Valle Giulia via Argentina 10) è il frutto del lavoro di giovani palestinesi che hanno preso parte ai corsi di fotografia e video tenuti nel campo profughi palestinese di Mar Elias (Beirut), iniziati nell'aprile 2006. La maggior parte dei ragazzi (tra i 17 e i 30 anni) ha iniziato a fare video e scattare fotografie proprio nel laboratorio, promosso dall'Associazione per non dimenticare Sabra e Chatila (creata da Stefano per contrastare la rimozione del massacro compiuto dai falangisti libanesi con la complicità delle truppe israeliane dell'allora ministro della difesa Ariel Sharon; battersi affinché Sharon venisse giudicato da un tribunale internazionale e le vittime ottenessero giustizia), Puntocritico e L'Alfabeto Urbano. I corsi di fotografia di cui vengono esposti i lavori sono nati dalla collaborazione tra la ong Beit Atfal Assomoud e giornalisti e fotografi italiani che hanno conosciuto la realtà dei campi profughi palestinesi in Libano. E sabato 5 maggio alla Galleria Toledo (via Concezione A Montecalvario 34, inizio ore 18) si terrà un incontro in memoria di Stefano e durante il quale verranno presentati i lavori di Mar Elias. Tra questi i video: «The crisis of water», la vita nei campi riletta attraverso l'assenza e il bisogno dell'acqua, e «Short stories of palestinian students - an impossible video», le difficoltà di un giovane profugo palestinese nel proseguire gli studi in Libano. Interverrà, tra gli altri, Isadora Daimmo, dell'Assessorato alla pace della Provincia di Napoli. Ancora a Roma, nell'ambito della rassegna Tek Festival, martedì 8 maggio, alle 20.30 presso il Cinema Farnese verrà proiettato il film di Mai Masri «Beirut diaries. Truth, lies and videos, in ricordo di Stefano Chiarini.

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